Sessantaquattro anni. Il numero torna a ogni manovra e anche stavolta accompagna il disegno di legge di Bilancio 2027, approvato dal Consiglio dei ministri del 28 ottobre. Per capire chi potrà davvero smettere di lavorare a quell’età conviene però separare due piani che nel dibattito si confondono di continuo: ciò che è già scritto nella legge e ciò che, per ora, è soltanto annunciato.
La pensione a 64 anni, infatti, esiste già. Si chiama pensione anticipata contributiva ed è riservata a chi ha versato il primo contributo dopo il 31 dicembre 1995. Dal 1° gennaio 2027 i requisiti salgono di un mese: servono 64 anni e 1 mese di età e 20 anni e 1 mese di contributi effettivi, come riporta l’Allegato 2 della circolare INPS n. 28 del 16 marzo 2026. Nel 2028 si passerà a 64 anni e 3 mesi, con 20 anni e 3 mesi di contributi.
C’è poi una condizione che taglia fuori molti. L’assegno maturato deve valere almeno 3 volte l’assegno sociale, soglia che per le lavoratrici scende a 2,8 volte con un figlio e a 2,6 volte con due o più figli. Fino all’età della vecchiaia la pensione non può superare 5 volte il trattamento minimo e la decorrenza scatta dopo una finestra di tre mesi. Sono regole introdotte dalla legge di Bilancio 2024 e illustrate nella circolare INPS n. 46 del 13 marzo 2024.
Il fondo da 850 milioni e la proposta della Lega
Il resto, oggi, è politica. Dopo il Consiglio dei ministri la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato di «un fondo da 850 milioni di euro» per rafforzare la flessibilità in uscita di chi va in pensione con il sistema contributivo. Platea, requisiti e meccanismo non sono stati definiti e la stessa premier ha rinviato i dettagli al dibattito parlamentare. Senza una norma scritta nessuno può dire chi ne beneficerà.
Più ambiziosa la proposta della Lega, rilanciata da Matteo Salvini nei giorni scorsi: uscita a 64 anni con 36 anni di contributi, aperta anche ai lavoratori misti, cioè a chi ha contributi versati prima del 1996. Per questa formula non ci sono stime di costo ufficiali: le cifre circolate finora sulla stampa, tra 1,5 e 1,6 miliardi di euro l’anno, riguardavano una versione precedente della proposta, con 25 anni di contributi. Anche in questo caso non esiste un testo che ne fissi i requisiti.
Quanto si perde uscendo a 64 anni
Anche quando la porta è aperta, uscire prima costa. Nel sistema contributivo l’assegno annuo si ottiene moltiplicando il montante, cioè i contributi accumulati e rivalutati, per un coefficiente di trasformazione che cresce con l’età. Il decreto direttoriale del Ministero del Lavoro sui coefficienti in vigore dal 2027 fissa il 5,009% a 64 anni e il 5,514% a 67 anni. A parità di montante chi esce a 64 anni riceve quindi il 9,2% in meno di chi aspetta i 67. Il rapporto resta lo stesso con i requisiti 2027, 64 anni e 1 mese contro 67 e 1 mese.
Prendiamo 300.000 euro di montante. Nel 2027, a 64 anni e 1 mese, valgono circa 15.066 euro lordi l’anno, 1.159 euro al mese su tredici mensilità. A 67 anni e 1 mese lo stesso montante rende circa 16.590 euro, 1.276 euro al mese. Nella realtà il conto è più pesante, perché chi smette tre anni prima versa tre anni di contributi in meno e il suo montante si ferma. Per i misti si aggiungerebbe un ulteriore taglio se una futura norma imponesse il ricalcolo interamente contributivo, come accade con Opzione Donna.
I coefficienti vengono aggiornati ogni due anni da un decreto del Ministero del Lavoro di concerto con il Ministero dell’Economia, sulla base dei dati ISTAT sulla speranza di vita: più si vive, più il montante va spalmato su molti anni e più la rata si assottiglia. Rispetto al biennio 2025-2026 il calo è dell’1,55% a 64 anni (dal 5,088% al 5,009%) e dell’1,68% a 67 anni (dal 5,608% al 5,514%). L’effetto sugli assegni più bassi è analizzato nella guida di Money.it ai nuovi importi delle pensioni 2027.
Il nodo della soglia: circa 424.000 euro di montante
È qui che qualsiasi fondo rischia di servire a poco. Con l’assegno sociale 2026, fissato in via provvisoria a 546,24 euro al mese dalla circolare INPS n. 153 del 19 dicembre 2025, la soglia per l’anticipata contributiva è di 1.638,72 euro lordi mensili, che diventano 1.529,47 euro per le donne con un figlio e 1.420,22 con due o più. Tradotto in montante con il coefficiente del 2027 a 64 anni e 1 mese, servono circa 424.000 euro di contributi accumulati, circa 368.000 per la soglia più bassa. Sono cifre indicative e destinate a salire, perché nel 2027 le soglie si ricalcoleranno sull’assegno sociale aggiornato, noto solo con il decreto di perequazione di fine anno.
Fino a pochi mesi fa esisteva una scorciatoia. La legge di Bilancio 2025 aveva permesso di sommare alla pensione pubblica la rendita di un fondo pensione per raggiungere la soglia; la legge di Bilancio 2026 ha abrogato questa possibilità, come ha comunicato l’INPS nella sintesi delle novità previdenziali della legge di Bilancio 2026. Oggi conta solo la pensione pubblica. Se la soglia resta a tre volte l’assegno sociale, il fondo annunciato dal governo, qualunque sia la sua dotazione, cambierebbe poco per chi ha avuto carriere discontinue o stipendi medio-bassi.
Cosa cambia comunque dal 1° gennaio 2027
Alcune novità sono già certe. La pensione di vecchiaia sale a 67 anni e 1 mese, con 20 anni di contributi: i 67 anni e 3 mesi scatteranno dal 2028, non dal prossimo gennaio come si è letto in alcune ricostruzioni. Per l’anticipata ordinaria, che non prevede limiti di età, servono 42 anni e 11 mesi di contributi agli uomini e 41 anni e 11 mesi alle donne. Il quadro completo, comprese le regole per i lavori gravosi, è nella nostra guida ai requisiti pensionistici 2027-2028.
Sulle uscite agevolate il calendario è meno rassicurante. Secondo quanto comunicato dall’INPS, Quota 103 e Opzione Donna non sono state prorogate dalla legge di Bilancio 2026 e restano accessibili solo a chi aveva maturato i requisiti entro, rispettivamente, il 31 dicembre 2025 e il 31 dicembre 2024. L’Ape sociale vale fino al 31 dicembre 2026, con domande entro il 30 novembre; una proroga per il 2027 non è ancora ufficiale e andrà verificata nel testo della manovra.
Chi è interessato e cosa controllare
Tutto parte da una data, quella del primo contributo. Chi ha iniziato a versare dopo il 31 dicembre 1995 è contributivo puro e può già uscire a 64 anni, purché l’importo superi la soglia. Chi ha contributi anteriori al 1996 oggi resta escluso da questa uscita e dipende da come verrà scritta un’eventuale nuova norma.
Nell’area riservata del sito INPS si può consultare l’estratto conto contributivo, che indica anno per anno i periodi accreditati: lì si verificano sia la data di partenza sia gli anni di contribuzione effettiva, gli unici che contano per l’anticipata contributiva. Per il funzionamento generale dell’uscita a 64 anni c’è la guida di Money.it alla pensione anticipata contributiva; per una stima dell’assegno sui propri dati reali la strada più sicura resta un patronato o un consulente.
| DISCLAIMER Le informazioni contenute nel presente articolo hanno natura divulgativa e non costituiscono consulenza legale o previdenziale personalizzata. Per la propria situazione specifica si raccomanda di rivolgersi a un consulente del lavoro, a un patronato o agli uffici INPS/INAIL competenti. Normative, importi e requisiti possono cambiare: verificare sempre la data di questo articolo e l’eventuale aggiornamento della materia. |
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