Non solo azioni Stellantis. Così l’automotive mostra le sue crepe in Borsa

Tommaso Scarpellini

21 Febbraio 2026 - 06:22

Non è solo una trimestrale negativa. È un settore intero che rallenta mentre promette crescita. Tra elettrico e margini, le crepe diventano visibili.

Non solo azioni Stellantis. Così l’automotive mostra le sue crepe in Borsa

È davvero solo un problema di Stellantis? O stiamo assistendo alla prima frattura visibile di un intero settore che per anni è stato raccontato come il motore della transizione globale? Non è un problema di Stellantis. È l’intero settore auto che sta mostrando le prime crepe strutturali in Borsa.

Quello che stiamo vedendo non è un incidente isolato. È una revisione brutale delle aspettative sull’elettrico, sui margini e sulla crescita globale. Il mercato non punisce più soltanto l’errore operativo. Sta ricalibrando le valutazioni su un intero modello industriale.

La retromarcia sull’elettrico

Negli ultimi giorni il segnale è stato inequivocabile. Stellantis ha annunciato 22,2 miliardi di euro di oneri e come tutti sappiamo, il titolo è arrivato a perdere fino al 30%.

Non è solo un problema contabile: è stata letta come una revisione profonda delle aspettative industriali. E non a caso, sembra che il target EV al 2030 è stato definito “troppo ottimistico”. Tradotto in linguaggio finanziario significa: “okei, dobbiamo riguardare le aspettative”.

Ma Stellantis non è un caso isolato.

Honda Motor ha registrato un crollo del 61% dell’utile operativo trimestrale. Dove 270 miliardi di yen sono stati bruciati per il rallentamento EV in Nord America e altri 280 miliardi per l’impatto delle tariffe USA.

Eppure la guidance annuale è stata mantenuta. Questo è un dettaglio che il mercato legge in modo sofisticato. Se la guidance resta formalmente intatta mentre i fondamentali peggiorano, significa che il management sta confidando in fattori straordinari o in recuperi marginali. Recuperi che arriveranno? beh, dipende se il problema è strutturale o meno. E preoccupa sapere che anche altri grandi marchi stanno lanciando segnali d’allarme.

Anche Renault mostra un’altra forma di fragilità. Ricavi in crescita del 3%, volumi in aumento del 3,2%. Eppure l’utile operativo scende del 15%.

Qui la guidance 2026 viene abbassata al 5,5%. E queste evidenze congiunte iniziano ad insospettire il mercato.

La domanda EV è più debole del previsto

Per anni la narrativa dominante era semplice: transizione energetica irreversibile è uguale adozione esponenziale dell’elettrico con margini in recupero grazie al software e ai servizi.

La realtà oggi appare più complessa anche se in Europa le EV rappresentano circa il 19,5% delle vendite. Quindi buono no? Beh potrebbe non esserlo. C’è da considerare che gli incentivi pubblici stanno diminuendo e iconsumatori sono diventati più sensibili al prezzo in un contesto di tassi più alti e potere d’acquisto sotto pressione. L’ibrido regge meglio del full electric e questo indica una preferenza per soluzioni di transizione meno radicali. Quindi, grandi vendite passate, potrebbero anticipare grandi problemi futuri.

Il mercato sta quindi rivedendo il terminal growth rate implicito nelle valutazioni. Se l’adozione EV non accelera come previsto, il multiplo incorporato nelle quotazioni precedenti diventa eccessivo.

Il problema dei margini

Ma capiamoci bene, il vero nodo non è la domanda in sé. È la sostenibilità dei margini in un contesto di trasformazione tecnologica.

Il settore affronta simultaneamente 3 forze:

  • Compressione dei prezzi dovuta alla competizione globale.
  • Investimenti enormi in elettrificazione e digitalizzazione.

L’elettrificazione richiede capex elevati, riconversione degli impianti, sviluppo di piattaforme dedicate, batterie, software proprietario. Questo implica un incremento del capitale investito e se il ritorno sul capitale non si materializza nei tempi previsti, il ROIC scende e il costo medio ponderato del capitale pesa maggiormente sulla valutazione.

A questo si aggiungono le fragilità reputazionali. Stellantis ha emesso un nuovo “do not drive” su 225.000 veicoli negli Stati Uniti per airbag difettosi legati a Takata Corporation. E in un contesto competitivo, la fiducia è un asset intangibile cruciale.

Quando un settore deve contemporaneamente investire miliardi, difendere i margini, gestire richiami, affrontare concorrenza e adattarsi a dazi, le crepe iniziano a diventare visibili anche in Borsa.

Non è un caso che le performance relative del comparto automotive abbiano iniziato a sottoperformare rispetto agli indici generali. Il mercato sta applicando un risk premium più elevato.
Questo non significa che l’automotive sia destinato al declino.

Non è panico. È transizione

Non serve allarmismo. Ma serve lucidità.
Ogni trasformazione tecnologica produce vincitori e perdenti. Il mercato sta semplicemente anticipando questa redistribuzione e la volatilità che stiamo osservando è la manifestazione finanziaria di una trasformazione industriale profonda.

Per chi investe, la lezione non è fuggire dal settore, ma comprendere che la traiettoria non sarà lineare. I multipli devono essere coerenti con margini realistici, con scenari di domanda meno euforici, con un costo del capitale più elevato.

L’automotive resta un pilastro dell’economia globale ma sembra quasi che oggi non è più il simbolo di crescita incontestata. È un settore in mutazione, esposto a tensioni tecnologiche, geopolitiche e finanziarie.

Le crepe non sono necessariamente il preludio di un crollo. Possono essere l’inizio di una nuova fase di razionalizzazione ma ignorarle sarebbe un errore.
Meglio osservare con attenzione, valutare con freddezza e ricordare che anche le transizioni più promettenti hanno un costo.