Trump ha un termine obbligato per il lancio politico ufficiale del suo vicepresidente, la Convention del GOP che si terrà a Milwaukee, in Wisconsin, tra il 15 e il 18 luglio. In quella sede, il candidato Repubblicano avrà la possibilità di mandare un messaggio alla percentuale di elettorato ancora indeciso, non tanto sul partito da scegliere, quanto sulla alternativa tra andare a votare o astenersi. E quale sarà il bacino al quale cercare di attingere nel 2024?
Interessante è ricordare che nel 2020, per la vittoria di Biden, si erano recati alle urne (o avevano votato da casa) 154,6 milioni di cittadini, mentre nel 2016, quando aveva vinto Trump, erano stati 137,5 milioni). Come dire che 17,1 milioni di americani avevano contribuito a portare al massimo storico dell’ultimo secolo, pari al 67%, la percentuale di partecipanti alle ultime elezioni . A Biden andarono 81,28 milioni (il 51,3% del voto popolare), e a Trump 74,23 milioni (il 46,8%), con il residuo 1,8%, pari a 2,92 milioni, finito disperso tra altri candidati.
Nel 2016, la partecipazione al voto era stata del 60,1%, ben 7 punti percentuali in meno, e il voto popolare aveva premiato Hillary Clinton, a cui erano andati 65,8 milioni, 2,87 milioni in più dei 62,98 milioni andati a Trump.
Da questa ricostruzione si ricava che una variabile fondamentale nell’assegnare la vittoria sarà il tasso di appeal, di attrazione, che i due ticket riusciranno a realizzare. A Trump non bastarono nel 2020 gli oltre 11 milioni di voti in più che, in assoluto, aveva avuto rispetto alla precedente elezione, vincente.
Impossibile per ora indovinare se ll balzo dal 60,1% della partecipazione nel 2016 al 67% del 2020 sia stata una anomalia, o se si confermerà. Tutti i sondaggi che si sono tenuti negli ultimi 12 mesi hanno evidenziato un rigetto di fondo all’ipotesi che si andasse alla rivincita tra Biden e Trump, che non è la migliore premessa per un boom di partecipanti. Non a caso, è spuntata l’alternativa di Robert Kennedy, nipote di JFKennedy, candidato indipendente accreditato nella media dei sondaggi “a tre nomi” del sito The Hill, al 15 maggio 2024, di un 7,2% di preferenze, contro Trump al 41,6% e Biden al 41,1%. Pertanto, è ipotizzabile che il record del 67% nel 2020 sia difficilmente ripetibile.
Due dati tecnici sembrano confermare il trend del calo di tensione generale per la politica federale e per il voto presidenziale. Uno, rilevato dall’Ufficio USA del Censimento, dice che il tasso di partecipazione alle elezioni di medio termine del 2022, pari al 52,2%, è stato inferiore al 53,4% delle precedenti elezioni di medio termine del 2018. Il secondo viene dalla Gallup, che rileva periodicamente l’entusiasmo della gente verso le elezioni. In aprile 2024, ultima rilevazione, il 54% degli americani si è dichiarato appena più interessato ad andare ai seggi che nell’aprile del 2020, sei mesi prima delle elezioni di novembre, quando erano al 52%. I “meno vogliosi” di votare, però, sono saliti al 41% nell’aprile 2024, rispetto al 28% che erano sei mesi prima del voto del novembre 2020. I 13 punti di differenza netta (54 - 41) sono meno della metà dei 28 punti di distacco netto che l’erano nell’aprile del 2020, quando chi si era dichiarato entusiasta di andare a votare era il 56%, ma con il 28% di “non entusiasti”. E questa maggiore “freddezza” dovrebbe riflettersi in una minore partecipazione al voto il prossimo novembre.
Per vincere, i due candidati devono insomma, oltre alle proposte di programma e all’atteggiamento pubblico che mostrano sulle questioni politiche centrali (economia/inflazione, immigrazione, conflitti Israele-Hamas e Ucraina-Russia, aborto, razzismo), ravvivare l’interesse per il proprio “marchio”. Biden e la sua vice Kamala Harris sono un ticket già deciso. Soltanto una disastrosa prestazione - fisico mentale politica - del presidente al dibattito televisivo con Trump sulla CNN il prossimo 27 giugno potrebbe indurre i delegati Democratici, alla Convention di metà agosto, a cambiare la squadra in corsa. Lo fece Lyndon Johnson nel 1968 (sempre a Chicago!), essendo travolto dalla crisi del Vietnam, e tre mesi dopo vinse però il Repubblicano Nixon.
Per Trump la situazione è molto diversa. Il nome del suo vice è un jolly, e dovrà dimostrare di saperlo giocare al meglio. Anche se la personalità dell’ex presidente è ovviamente debordante, e sarà lui a portarne in ogni caso il peso maggiore, nel bene e nel male, davanti all’elettorato, ci saranno effetti innegabili nell’individuare la “spalla” giusta. E gli obiettivi che dovrebbero guidare Trump sono di varia natura. Oggi, il Repubblicano è in difficoltà finanziarie. Non solo perché deve usare tanti soldi (un miliardo di dollari, si stima) sottratti alla campagna politica per pagare gli avvocati dei suoi tanti processi in corso. (Sul fronte giudiziario, lo scrivo tra parentesi perché meriterà un prossimo articolo, le cose si starebbero mettendo meglio di quanto Trump temesse nei mesi scorsi. Il solo caso che finirà con un giudizio prima del voto di novembre è infatti quello di New York sulla tresca con la pornostar Stormy Daniel, pagata per comprare il suo silenzio: la grande maggioranza degli esperti legali e dei commentatori giudicano l’incriminazione debolissima nel merito. E una assoluzione o un semplice annullamento di questo processo sarebbe un successo clamoroso per Trump, perché dimostrerebbe l’intento politico fazioso e persecutorio dell’apparato giudiziario in mano ai Democratici.)
Il vero motivo della difficoltà di Trump a raccogliere fondi sta nel sostegno politico che la classe dei classici finanziatori storici Repubblicani, quelli tradizionalmente parte dell’establishment che era vicina ai Bush, ai Romney, al capo dei senatori del GOP Mitch McConnell, e al mondo bancario e imprenditoriale conservatore in senso lato, non hanno mai sposato veramente la sua causa. Dopo i fatti drammatici del 6 gennaio 2021, e fino alle primarie del 2024, si sono tenuti lontani da lui ed anzi, attivamente, hanno appoggiato prima Ron DeSantis e poi Nikki Haley. Un nome per tutti il gruppo industriale della famiglia Koch, ma Forbes aveva scritto già nel 2021 che la ex ambasciatrice di Trump all’ONU aveva formato il Comitato Stand for America con l’adesione di oltre una ventina di miliardari. Questa “corte” ha poi continuato a sostenere la Haley, che con le sue buone prestazioni nei dibattiti in TV delle primarie del GOP si è poi anche costruita una base popolare di fans, che continuano ancora adesso a votarla, con il 15-20% delle preferenze, nelle inutili residue primarie Repubblicane ancora in svolgimento.
Trump ha un bisogno stringente di allargare la sua base, oltre i fedelissimi che sono già pronti a votarlo: la media RCP degli ultimi tre mesi gli assegna un tasso di favore del 43,1%, contro il 53,5% che lo boccia. Impossibile quantificare se, e quanto, un ticket Trump-Haley migliorerebbe i voti per Trump, ma la soluzione è la migliore dal punto di vista della percezione che darebbe all’elettorato Repubblicano più vasto. Promuovendo una donna di colore (è indiana di origini, come Kamala Harris) Trump manderebbe un segnale ovvio al pubblico femminile. Tra l’altro, sullo spinoso problema dell’aborto i due sono di fatto allineati, contrari all’approccio rigido pro vita degli estremisti religiosi.
Quando il sito Axios una decina di giorni fa scrisse che “Haley era sotto attiva considerazione e che, anche se le relazioni tra i due rivali restano fredde, Trump potrebbe sceglierla se lui fosse convinto che lei lo aiuterebbe a vincere la presidenza”, il candidato del GOP aveva preso le distanze dall’idea sul suo network Truth Social: “Nikki Haley non è sotto considerazione per la posizione di vicepresidente, ma io le auguro tutto il bene.” La smentita era in un certo senso obbligata, perché se avesse avvalorato la notizia di Axios Trump avrebbe di fatto chiuso la ricerca tra tutti i papabili, essendo Haley il nome di maggiore peso possibile. Il sito di scommesse betonline accetta ancora puntate su Haley, anche se le chance di essere lei la VP sono bassissime, 40 a 1. Il primo favorito è il governatore del Nord Dakota Doug Burgum (4/1), seguito dai senatori J.D. Vance (9/2), Tim Scott ( 9/2) e Marco Rubio (6/1). La lista si basa sulle voci e indiscrezioni che si rincorrono sulla stampa, originate da fonti vicine alla campagna del GOP.
Di sicuro Trump non ha ancora deciso. Uomo di spettacolo, gli piace stupire: come quando indicò nel 2016 Mike Pence, nome allora noto solo agli esperti di politica USA. Stavolta, con otto anni di intensa esperienza a Washington, da presidente e da oppositore, avrà forse meno voglia di sorprendere l’America. Il nome che indicherà dovrà avere una forza, intrinseca e mediatica, tale da correggere il suo profilo ingombrante, e scostante per la maggioranza del Paese, che si trascina da quando è sceso in politica. E quello della Haley ha pieno diritto di essere sotto considerazione, Trump lo sa benissimo.