Mamdani e la sfida woke: il futuro politico di New York in bilico

Rob Piccoli

13/08/2025

Scandali, bassa affluenza e polemiche woke: la sfida di Zohran Mamdani per New York divide tra meritocrazia, identità e socialismo.

Mamdani e la sfida woke: il futuro politico di New York in bilico

La città di New York si avvicina a grandi passi alle elezioni per il nuovo sindaco, previste per il 4 novembre di quest’anno. Il vincitore a sorpresa delle primarie del Partito Democratico, l’autoproclamato “socialista democraticoZohran Mamdani, se la dovrà vedere soprattutto, almeno prevedibilmente, con altri tre aspiranti alla carica: il sindaco uscente Eric Adams, eletto in quota dei democratici ma che ha deciso di correre da indipendente, un altro democratico, cioè l’ex governatore dello stato di New York, Andrew Cuomo, pesantemente sconfitto alle primarie ma, pare, intenzionato a candidarsi anche lui come indipendente, e il repubblicano Curtis Sliwa, fondatore dei Guardian Angels.

Tutti e tre i rivali di Mamdani hanno notevoli punti di fragilità. Adams è il secondo sindaco di colore della Grande Mela ed ha una storia personale da self-made man: figlio di una donna delle pulizie, una brillante carriera in polizia, senatore dello stato di New York (quattro volte riconfermato). Purtroppo per il sindaco in carica, nel novembre 2023 una donna della Florida ha intentato una causa per violenza sessuale contro lui e chiede cinque milioni di dollari di risarcimento. Nel 2024 è stato rinviato a giudizio da un Grand jury federale con le accuse di corruzione, frode e raccolta illegale di fondi elettorali da fonti estere, ma nell’aprile di quest’anno le accuse sono state archiviate dal giudice federale Dale Ho.

La carriera dell’ex governatore, a sua volta, ha subito una dura battuta d’arresto nell’agosto 2021 quando un’inchiesta condotta dall’ufficio del Procuratore Generale dello Stato di New York, Letitia James, concluse che Cuomo aveva molestato sessualmente 11 donne, molte delle quali lavoratrici statali o ex collaboratrici. Seguirono le inevitabili dimissioni dalla carica di governatore.

Il repubblicano Curtis Sliwa, nato in una famiglia cattolica di radici italo-polacche, in una città democratica come New York ha ben poche speranze. Oltretutto nel 2021 è stato sconfitto nettamente da Eric Adams.

Insomma, sembrerebbe che Mamdani, di origine indiana ma nato in Uganda, goda dei favori del pronostico, anche se il suo curriculum politico non è particolarmente significativo: nel 2020 è stato eletto all’Assemblea dello Stato di New York per il distretto 36 del Queens ed è stato rieletto nel 2022 e 2024. Le sue posizioni ultra-progressiste – ad esempio sostiene apertamente l’acquisizione governativa di proprietà private da ridistribuire come edilizia pubblica, politiche che vanno ben oltre il liberalismo tradizionale – non dovrebbero giocare, almeno in teoria, a suo favore.

La sua consacrazione “wokeMamdani la deve a un “imbroglio identitario” rivelato dal New York Times: il Nostro ha spuntato la casella di “Nero o Afroamericano” nella sua domanda di ammissione alla Columbia University. Lo ha fatto nonostante sapesse perfettamente di non essere né razzialmente nero, né discendente dell’esperienza afroamericana alla quale quella casella allude. Come se non bastasse, ha messo in atto la furbata nella stessa università dove suo padre, studioso di fama mondiale, detiene una cattedra prestigiosa.

Tutto sommato Mamdani incarna a perfezione lo scontro tra meritocrazia e narrazione identitaria, simbolo di un’America progressista e woke dove la razza e l’“esperienza vissuta” possono contare più dei risultati oggettivi. Tanto che persino l’ultra-liberal New York Times ha pensato bene di prendere le distanze. “Il signor Mamdani” – ha scritto al tempo delle primarie – “porterebbe meno esperienza rilevante rispetto a qualsiasi altro sindaco nella storia di New York. Non ha mai gestito un dipartimento governativo o un’organizzazione privata di alcuna dimensione. Come legislatore statale, ha faticato a realizzare la sua agenda. (…) Non crediamo che il signor Mamdani meriti un posto sulle schede elettorali dei newyorkesi. La sua esperienza è troppo limitata, e la sua agenda sembra una versione al quadrato del deludente mandato del signor de Blasio.”

Una stroncatura che gli elettori democratici hanno snobbato bellamente. Bisogna dire, tuttavia, che la vittoria di Mamdani va letta alla luce del fatto che l’affluenza alle primarie di New York City rimane regolarmente sotto il 30 per cento e che nel caso specifico solo il 7 per cento degli elettori idonei ha partecipato alle primarie, con un’affluenza inferiore al 18 per cento tra i giovani elettori.

Insomma, non serve mobilitare le masse per vincere alle primarie, basta una minoranza organizzata e che possibilmente detenga una posizione di egemonia culturale, come Gramsci insegna. Ed ecco come si spiega la candidatura a sindaco di un attivista sfegatato che si è fatto largo con slogan come “Globalizzare l’Intifada”, attaccando la legittimità dello stato di Israele e sostenendo il movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni).

Questo mentre i “compagni” del candidato democratico, cioè i Socialisti Democratici d’America, durante la loro conferenza annuale tenutasi il mese scorso a Chicago, hanno annunciato di volersi battere per l’abolizione della famiglia tradizionale, definendo il matrimonio e la prostituzione “due facce della stessa medaglia” e proclamando che gli aborti dovrebbero essere praticati in chiesa.

Ovviamente, se perfino il Times è allarmato da una possibile vittoria di Mamdani, figuriamoci quale può essere il grado di preoccupazione nel campo avverso. Ma non è sempre così, c’è chi addirittura, tra i conservatori, auspica che il candidato ufficiale del Partito Democratico travolga tutti gli altri pretendenti ripetendo il mantra che “i newyorkesi si meritano Mamdani”.

Ad esempio George Will, giornalista e commentatore politico conservatore, Premio Pulitzer nel 1977, qualche sera fa nello show di Bill Maher ha sostanzialmente detto che la gente comune di New York sa cosa vuole — il socialismo — e merita ampiamente di ottenerlo. Alcune lezioni, secondo lui, devono essere apprese nel modo più duro. L’elezione di Zohran Mamdani sarebbe il modo più sicuro per l’America di imparare quella lezione. “Voglio che vinca”, ha detto, “penso che ogni 20 anni circa, abbiamo bisogno di un esperimento evidente e circoscritto con il socialismo, in modo da poterlo demolire di nuovo."

Le reazioni in campo conservatore non si sono fatte attendere, alcuni a favore altri contrari. “Idiota. Ovviamente non vive a New York”, ha scritto senza tanti complimenti Miranda Devine, opinionista del New York Post. Nick Arama, commentatore politico per RedState e RealClear Politics, ha scritto: “Il problema è che se Mamdani vince, significherà molta sofferenza, e non solo per le persone a New York. A causa dell’importanza di New York, porterà a un maggiore contagio di sinistra che danneggerà la gente, persone reali, perché quello non sarà solo un “esperimento” etereo senza conseguenze... Non abbiamo bisogno di un altro esempio del fallimento del socialismo — ne abbiamo già avuti molti. Quando fallirà di nuovo e non rinunceranno al potere, allora cosa succederà? Mamdani e altri attribuiranno i cattivi risultati alla colpa di qualcun altro, proprio come abbiamo visto fare con Biden. La gente di sinistra ci crederà.”

Di diverso parere Andrea Widburg, di American Thinker, che scrive: “Un mandato di Mamdani avrebbe il vantaggio di essere un esperimento controllato a livello locale, piuttosto che una svolta socialista a livello nazionale.

Un esperimento incontrollato sarebbe stato mettere Bernie Sanders alla Casa Bianca nel 2016, in modo che potesse portare il suo socialismo in stile sovietico a tutta l’America.” Se la città andrà rapidamente in malora, argomenta Widburg, ciò permetterà al resto dell’America di “vedere come funziona il socialismo senza vincoli, non quello carino insegnato nelle aule universitarie, ma nella vita reale”. Il fiasco totale sarà una “conseguenza naturale”. Le lezioni migliori, conclude Widburg, sono appunto di questo tipo, come insegnava Maria Montessori.

A noi che non condividiamo per niente l’approccio di Mamdani, ma non siamo newyorkesi, la scommessa di George Will può sembrare motivata e stimolante, ma diciamo la verità: almeno in questi delicati frangenti non vorremmo essere nei panni dei cittadini della Grande Mela.