I vertici di Teheran hanno ribadito ieri che lo Stretto di Hormuz non riaprirà finché gli Stati Uniti non rispetteranno sette condizioni legate al memorandum di Islamabad, dopo che Donald Trump la scorsa settimana aveva respinto la proposta iraniana di riapertura in sette giorni.
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Lo Stretto di Hormuz, il collo di bottiglia da cui transita circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto scambiati nel mondo, resta chiuso e lo resterà ancora per un tempo indefinito. Lo hanno ribadito ieri, domenica 4 ottobre, tre dei massimi vertici della Repubblica islamica, in un momento in cui i mercati energetici restano sospesi tra lo stallo diplomatico e la tenuta, finora, dei flussi alternativi di greggio come riportato da Al Jazeera.
Cosa hanno detto i vertici iraniani
Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha dichiarato che «l’epoca di perdere tempo e di dettare richieste unilaterali è finita» e che «lo Stretto di Hormuz non riaprirà finché le nostre sette condizioni basate sul memorandum di Islamabad non saranno soddisfatte».
Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha aggiunto che l’Iran è «serio nel cercare soluzioni diplomatiche, così come è serio nel difendersi», mentre il portavoce della diplomazia iraniana, Esmaeil Baghaei, ha precisato che Teheran «in questa fase si sta concentrando principalmente sullo Stretto», definendolo il nodo centrale da sciogliere. Secondo la ricostruzione di Al Jazeera, il passaggio resta «largamente bloccato e interrotto da oltre sette mesi», da quando il 28 febbraio Stati Uniti e Israele lanciarono i raid contro obiettivi iraniani che innescarono la crisi.
Il piano in sette giorni respinto da Trump
La presa di posizione di ieri arriva pochi giorni dopo che il presidente Usa Donald Trump ha bocciato, sabato 26 settembre, una proposta di Teheran che prevedeva la riapertura dello Stretto entro sette giorni in cambio della fine delle ostilità in Medio Oriente (Libano incluso), dello sblocco dei fondi iraniani congelati e della revoca delle sanzioni sul petrolio secondo la ricostruzione di Gulf News.
«Respingo la loro proposta», ha detto Trump, aggiungendo secondo due fonti indipendenti che Teheran vuole un accordo che riapra subito lo Stretto perché starebbe «perdendo clamorosamente». La Casa Bianca ha fatto sapere di ritenere di avere una posizione negoziale forte e di «non avere fretta» di chiudere un’intesa.
Non è la prima volta che Trump rivendica per Washington il controllo della rotta: a metà agosto aveva pubblicato sui social una mappa che ribattezzava lo Stretto «nuovo territorio Usa», sostenendo al contempo che il passaggio fosse «aperto e operativo» nonostante il blocco navale allora in vigore. Un funzionario citato da Reuters ha riferito che il disaccordo tra le parti riguarda soprattutto la sequenza con cui le misure dovrebbero essere attuate, non la loro sostanza.
Un braccio di ferro che dura da sette mesi
La vicenda si trascina dai raid del 28 febbraio: un cessate il fuoco provvisorio concordato l’8 aprile fu seguito da un blocco navale Usa (13 aprile-29 maggio) e poi dalla firma, il 17 giugno, del memorandum di Islamabad per porre fine al blocco, senza che le ostilità cessassero davvero.
Da allora Teheran ha dichiarato a più riprese e con linguaggio simile la chiusura dello Stretto, accusando Washington di violarne i termini. Rra già accaduto a giugno, ad agosto e a metà settembre, sempre con la stessa cornice di «condizioni da rispettare» prima di una riapertura.
Cosa significa per gli investitori?
Il greggio resta su livelli storicamente elevati. Questa mattina il Brent tratta intorno a 101,6 dollari al barile (-0,7%) e il Wti a 90 dollari (-1,2%).
Un petrolio strutturalmente più caro continua a pesare sui costi energetici europei e italiani, alimentando le pressioni inflazionistiche che la Bce ha già segnalato come fattore di rischio per il 2027 in un recente intervento di Philip Lane.
Per i portafogli, la persistenza della crisi mantiene sostenuti i titoli del comparto energetico e penalizza i settori più sensibili ai costi dei trasporti, mentre il dollaro continua a beneficiare, insieme ai rendimenti Usa, del suo ruolo di bene rifugio in un contesto di tensione geopolitica cronica.
Articolo revisionato da Flavia Provenzani il
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