Margaret Thatcher nel Regno Unito nel 1979, Giorgia Meloni in Italia nel 2022, Sanae Takaichi in Giappone da quest’anno.
Si allunga la lista dei Paesi che hanno avuto almeno una volta una leader politica donna. Su 193 Stati membri delle Nazioni Unite, sono al momento 77 quelli ad aver eletto o nominato una donna come prima ministra o presidente.
Si tratta di ampiamente un terzo dei Paesi Onu, il 40% del totale, anche se con una netta rappresentanza in particolare in Europa. Tra i casi più recenti c’è Brigitte Haas, la prima donna a ricoprire la carica di prima ministra del Liechtenstein.
Anche se il primo suffragio femminile risale al 1893, con il diritto di voto esteso alle donne in Nuova Zelanda, la prima leader politica donna si è affermata molto più tardi: precisamente nel 1960, quando Sirimavo Bandaranaike divenne prima ministra dello Sri Lanka (dopo l’assassinio del marito Solomon Bandaranaike, che ricopriva in precedenza la stessa carica). I primi casi europei risalgono invece al 1979 con Thatcher nel Regno Unito e Maria de Lourdes Pintasilgo in Portogallo.
Cosa dicono i dati
A tenere il conto dei paesi che sono stati guidati da una politica donna è un osservatorio curato dall’Enciclopedia Britannica, da cui emerge una leadership femminile sempre più diffusa nei vari continenti, sebbene con una preponderanza europea. Come detto, a oggi sono 77 i Paesi Onu a essere stati guidati almeno una volta da una leader donna. Sono invece 85 i territori, se si aggiungono quindi altre entità non nazionali come per esempio Bermuda, Groenlandia o Isole Faroe. Limitandosi ai soli Stati membri Onu, risulta che il 72% dei Paesi europei ha avuto una leader donna, superando America del Nord, Centro e Sud, al 49%, l’Oceania al 29%, l’Asia al 26% e l’Africa al 24%.
Come noto, prima del 2022 l’Italia non aveva mai avuto una leader politica donna, arrivata con il Governo Meloni, che al momento risulta anche il terzo esecutivo più longevo nella storia della Repubblica. Tra quelle recenti, e che abbiamo già citato, risulta notevole soprattutto la nomina di Sanae Takaichi a primo ministro del Giappone, che storicamente si distingue per avere uno dei più bassi livelli di equa rappresentanza di genere nella politica, con poche donne a ricoprire un seggio in parlamento (ma qualcosa sta cambiando anche su questo versante).
La situazione in Europa
Se avere una leader donna porta a un messaggio forte al Paese e anche ai partner internazionali, misurare la parità di genere nella partecipazione politica è più efficace se si guarda alle composizioni dei parlamenti nazionali, che esprimono la spinta al cambiamento “dal basso”.
Stando a Eurostat, nel 2024 le donne hanno rappresentato esattamente un terzo, il 33,4%, dei seggi nei parlamenti nazionali dell’Unione Europea, in crescita di 5,6 punti percentuali rispetto al 2014. La partecipazione femminile è massima in Svezia (45,6%), Finlandia (45,5%) e Danimarca (44,7%), mentre per l’Italia è al 33,8%, livello quindi di poco superiore alla media Ue. La rappresentatività è leggermente più alta nel caso delle presenze femminili a capo dei ministeri.
Nel 2024 le donne hanno detenuto il 35,1% dei seggi dei governi nazionali dell’Ue, con una crescita più consistente al confronto con i parlamenti (in aumento 7,4 punti percentuali rispetto al 2014). Per l’Italia, nonostante la guida femminile, il governo Meloni ha solo sei donne ministre su 24: meno che nel recente passato, con presidenti del Consiglio uomini.