Un record sull’oro che arriva dal 1950 è stato appena superato

Tommaso Scarpellini

7 Luglio 2026 - 19:09

Oro in bilico, banche centrali in silenzio acquistano come nel 1950. Qualcosa nel sistema monetario globale potrebbe non tornare più come prima. Eppure nessuno ne parla.

Un record sull’oro che arriva dal 1950 è stato appena superato

Negli ultimi due anni qualcosa di straordinario sta accadendo nei caveau delle banche centrali di tutto il mondo, qualcosa che tutti sembrano ignorare. Le istituzioni monetarie sovrane stanno acquistando oro a ritmi che non si vedevano dalla metà del secolo scorso, in un contesto geopolitico ed economico che potrebbe rendere questa scelta molto più significativa di quanto appaia in superficie.

Il World Gold Council ha documentato che nel 2022 le banche centrali globali hanno acquistato complessivamente oltre 1.136 tonnellate di oro, il dato annuale più elevato dal 1950. Nel 2023 la tendenza non si è invertita: altri 1.037 tonnellate sono entrate nelle riserve ufficiali mondiali, confermando che non si tratta di un episodio isolato ma di una direttrice strategica coordinata, anche se non dichiarata apertamente. Per contestualizzare: negli anni Novanta le banche centrali erano venditrici nette di oro, non acquirenti. Il ribaltamento di questa posizione strutturale rappresenta uno dei cambiamenti più profondi nella gestione delle riserve sovrane degli ultimi settant’anni.

A guidare questa corsa all’accumulo vi sono soprattutto le banche centrali di Cina, India, Polonia, Turchia e diversi paesi del blocco emergente. La People’s Bank of China ha aumentato le proprie riserve auree per diciotto mesi consecutivi tra il 2022 e il 2023, portando il totale a oltre 2.235 tonnellate dichiarate, con stime di riserve non dichiarate potenzialmente molto superiori. La Banca centrale della Polonia ha acquistato circa 130 tonnellate nel solo 2023, raggiungendo un obiettivo di 20% di riserve in oro sul totale, una soglia considerata nel mondo della gestione dei rischi sovrani come una sorta di franchigia di protezione contro gli shock valutari.

Il «de-dollarization trade» e le implicazioni per il sistema monetario internazionale

Il vero motore di questi acquisti potrebbe essere identificato in ciò che gli economisti istituzionali chiamano «de-dollarization trade»: la progressiva riduzione della dipendenza dal dollaro statunitense come valuta di riserva globale. Dopo il febbraio 2022, quando gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno congelato circa $300 miliardi di riserve della Banca centrale russa, molti governi hanno ricevuto un segnale inequivocabile: detenere riserve in valuta straniera, anche in dollari o euro, espone a un rischio di confisca politica che fino a quel momento era considerato teorico.

L’oro fisico detenuto nel territorio nazionale non può essere congelato con un decreto governativo straniero. Questa proprietà, apparentemente ovvia, ha acquisito un valore strategico enorme in un mondo in cui le sanzioni finanziarie sono diventate uno strumento di politica estera ordinario. Il risultato misurabile è che la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali è scesa dal 71% del 2001 a circa il 58% nel 2023, secondo i dati FMI, mentre la quota dell’oro nelle riserve aggregate è salita proporzionalmente.

XAUUSD: la dinamica di prezzo e ciò che potrebbe segnalare

La correlazione storica tra oro e tassi reali negativi sembrerebbe essersi parzialmente interrotta: il metallo si è apprezzato anche in un contesto di tassi reali positivi negli Stati Uniti, il che potrebbe suggerire che la domanda strutturale delle banche centrali stia modificando le dinamiche tradizionali di pricing.

Un modello di valutazione basato sul gold/M2 ratio, che mette in relazione il prezzo dell’oro con la massa monetaria in circolazione, suggerirebbe che anche a questi livelli il metallo non si troverebbe necessariamente in territorio di bolla speculativa, a differenza di quanto avvenne nel picco del 2011. La differenza fondamentale potrebbe risiedere proprio nella natura degli acquirenti: allora erano in prevalenza investitori retail e fondi speculativi; oggi la domanda marginale è sostenuta da istituzioni con orizzonti temporali pluridecennali.

Le implicazioni per chi detiene BTP e obbligazioni sovrane europee

Per l’investitore italiano, tipicamente esposto a BTP e obbligazioni governative in misura significativa, questo scenario pone alcune riflessioni che meriterebbero attenzione. Il comportamento delle banche centrali potrebbe essere interpretato come una forma implicita di hedging sovrano contro scenari di stress del sistema monetario internazionale. Se le istituzioni che gestiscono le riserve di interi paesi ritengono opportuno ridurre l’esposizione alle valute fiat e aumentare quella all’oro fisico, potrebbe valere la pena chiedersi se una logica analoga abbia senso anche a livello di portafoglio individuale.

L’Italia detiene circa 2.452 tonnellate di oro nelle riserve della Banca d’Italia, terza riserva aurea mondiale in valore assoluto, un dato spesso trascurato nel dibattito pubblico sul debito italiano. Questa riserva rappresenta una sorta di garanzia implicita sulla solidità patrimoniale del sistema paese, ma non protegge direttamente il risparmiatore che detiene titoli nominali in euro da uno scenario di repressione finanziaria o di inflazione persistente.

Quindi...

Viviamo in un momento in cui le istituzioni che gestiscono la ricchezza collettiva di interi popoli stanno silenziosamente riallocando le proprie riserve verso l’attivo monetario più antico della storia, e lo fanno al ritmo più sostenuto degli ultimi settant’anni.

Non è necessario interpretare questo come un segnale apocalittico, ma forse potrebbe valere la pena fermarsi a riflettere su cosa stiano cercando di proteggere, e se la propria esposizione attuale a obbligazioni e valuta fiat rispecchi davvero la tolleranza al rischio che si crede di avere.

Le banche centrali non fanno comunicati stampa sulle loro preoccupazioni più profonde: le esprimono attraverso ciò che acquistano.