La guerra dei ribelli Houthi nel Mar Rosso e i rischi per l’Italia

Roberto Vivaldelli

22/12/2023

“La Fasan - spiega l’analista Amedeo Maddaluno - non andrà in una semplice missione di pattugliamento e deterrenza, ma in una parte del mondo dove si spara”.

La guerra dei ribelli Houthi nel Mar Rosso e i rischi per l’Italia

Un altro pezzetto di quella “Terza guerra mondiale a pezzi” più volte evocata da Papa Francesco. Dopo la guerra in Ucraina e il conflitto a Gaza tra Israele e Hamas, a riprova del crescente disordine internazionale, cresce la tensione nel Mar Rosso a seguito degli attacchi alle navi commerciali perpetuati dai ribelli sciiti Houthi dello Yemen. Gli Houthi, che da settimane prendono di mira cargo e petroliere occidentali come rappresaglia verso Israele, hanno avvertito che continueranno a colpire “ogni 12 ore”.

Un episodio particolarmente grave si è registrato lo scorso 11 dicembre, quando una nave cisterna norvegese è stata ripetutamente da un drone guidato dagli Houthi, vicino allo stretto di Bab El-Mandeb, dopo che l’imbarcazione era già stata colpita da un missile da crociera. Gli Houthi si sono assunti la piena responsabilità dell’attacco. Hanno affermato che la petroliera era diretta in Israele, mentre in realtà era diretta nella direzione opposta, verso il Canale di Suez, in transito verso l’Italia. Come spiega Stephen Bryen, esperto di Difesa ed ex sottosegretario dell’amministrazione Reagan, gli stretti e il Mar Rosso sono vie di navigazione internazionali: pertanto, gli attacchi degli Houthi violano il diritto del mare e gli attacchi alle navi mercantili sono veri e propri atti di guerra, come comunemente inteso. Secondo l’occidente, i ribelli sciiti operano per conto dell’Iran al fine di isolare Israele, impegnato nel conflitto a Gaza contro Hamas.

La coalizione anti-Houthi

A seguito di tali attacchi, il 19 dicembre il Pentagono ha diffuso un comunicato congiunto sottoscritto da 44 nazioni, tra cui i Paesi dell’Unione europea e della Nato.
“I numerosi attacchi provenienti dai territori controllati dagli Houthi in Yemen, compresi quelli del 3 dicembre contro tre navi commerciali nel Mar Rosso meridionale collegate a 14 nazioni, minacciano il commercio internazionale e la sicurezza marittima” si legge. “Il sequestro della Galaxy Leader da parte degli Houthi, avvenuto il 19 novembre, e la detenzione dei 25 membri dell’equipaggio internazionale, tuttora ingiustamente detenuti, sono terribili. Questo comportamento minaccia anche la circolazione di cibo, carburante, assistenza umanitaria e altri beni essenziali verso destinazioni e popolazioni in tutto il mondo. Chiediamo nuovamente agli Houthi di rilasciare immediatamente l’equipaggio e la nave del Galaxy Leader e di cessare ulteriori attacchi contro le navi commerciali nelle vie navigabili vitali della regione” si legge nel testo sottoscritto, fra gli altri, anche dal’Alto Rappresentante Josep Borrell a nome dell’Unione europea e dal Segretario generale Jens Stoltenberg a nome della Nato.
Lo stesso giorno, il segretario alla Difesa americano Lloyd Austin ha annunciato la formazione di una task force composta da 10 nazioni - tra cui anche l’Italia - per garantire la sicurezza delle navi commerciali e del commercio marittimo. Al momento Washington ha già schierato i cacciatorpedinieri Uss Laboon, Uss Masonl, Uss Carney, che da settimane abbattono i droni Houthi al fine di garantire il passaggio dei mercantili.

La guerra civile dimenticata

L’opinione pubblica - e soprattutto, i governi - hanno colpevolmente dimenticato che nello Yemen era in corso da 9 anni una sanguinosa guerra civile nella quale, secondo le stime delle Nazioni Unite, sono morte 377 mila persone, di cui 150 mila direttamente legate al conflitto armato mentre il restante - dunque più di 250 mila persone - decedute per fame e malattie causate dalla gravissima crisi umanitaria provocata dalla guerra. Secondo il Programma alimentare mondiale, quasi la metà del Paese (14,5 milioni) su 30 milioni di abitanti non ha abbastanza cibo. Quasi la metà (47,5%) dei bambini sotto i cinque anni soffre di malnutrizione cronica. Un conflitto alimentato anche dall’occidente e dalle sue armi, che tuttavia ha ben poco interessato la grande stampa dal 2014 ad oggi. La guerra civile in Yemen è infatti iniziata nel 2014, quasi 10 anni fa, quando i ribelli sciiti Houthi legati all’Iran hanno preso il controllo della capitale, Sana’a, e di buona parte del territorio occidentale del Paese, chiedendo prezzi del carburante più bassi e le dimissioni del governo a maggioranza sunnita e sostenuto da Riyad

A seguito del fallimento dei negoziati, i ribelli hanno preso possesso del palazzo presidenziale 2015, costringendo il presidente Abd Rabbu Mansour Hadi e il suo governo a dimettersi. A partire dal marzo 2015, una coalizione di stati del Golfo guidata dall’Arabia Saudita ha lanciato campagna militare - soprattutto impiegando l’aviazione - contro gli Houthi. Secondo il Council of Foreign Relations, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno condotto una campagna aerea incessante mettendo in campo oltre venticinquemila attacchi aerei contro i ribelli. Trattasi di attacchi che hanno causato oltre diciannovemila vittime civili e dal 2021 al 2022 ai quali gli Houthi hanno risposto con un’ondata di attacchi di droni contro l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Dal 2014, gli Houthi hanno acquisito una notevole esperienza militare e hanno saputo resistere a una campagna di bombardamenti aerei devastante. Sono ben armati e addestrati.

Le Nazioni Unite hanno tentato di mediare, con scarsissimo successo. Una svolta sembrava essere arrivata lo scorso settembre. Come ha sottolineato Giorgio Cafiero su Responsible Statecraft, infatti, il 14 settembre scorso, una delegazione Houthi e un gruppo di diplomatici dell’Oman sono volati a Riyad per colloqui sulla risoluzione del conflitto yemenita: trattasi dei negoziati ufficiali di più alto livello tra Houthi e Arabia Saudita sul suolo del Regno wahabita da quando è iniziata la guerra civile. Il 20 settembre, funzionari sauditi hanno affermato che la visita aveva prodotto “risultati positivi”. In effetti, per la prima volta, a Riad, la delegazione Houthi ha incontrato il ministro della Difesa saudita, principe Khalid bin Salman, che si è riferito ai rappresentanti Houthi in visita come “delegazione di Sana’a”, e non come una fazione ribelle o, peggio ancora, una formazione terroristica. Un cambio di narrazione che sembrava segnalare un riconoscimento da parte dei sauditi del fatto che gli Houthi sono effettivamente a capo di un governo de facto da 9 anni, consolidando peraltro il loro potere nella parte occidentale del Paese. Nonostante questo, però, le due parti non hanno saputo raggiungere un tregua permanente. Fino all’attacco di Hamas del 7 ottobre scorso, che ha portato i ribelli a condurre le operazioni di pirateria nel Mar Rosso come rappresaglia per il sostegno occidentale all’operazione militare di Israele.

I dubbi sulla partecipazione dell’Italia

In questo contesto s’inserisce anche l’Italia, Paese che un tempo aveva un grande peso e influenza nelle dinamiche mediterranee ma che, da qualche decennio, sembra aver smarrito la bussola e, soprattutto, il suo peso specifico. Nelle prossime ore il nostro Paese invierà nel Mar Rosso la fregata Virginio Fasan - seconda delle fregate classe FREMM (Fregate Europee Multi Missione) e la prima in configurazione ASW (Anti Submarine Warfare) - pur non partecipando direttamente all’operazione militare Prosperity Guardian lanciata dagli Stati Uniti per proteggere i mercantili dai quotidiani attacchi dei ribelli Houthi. Secondo quanto precisato dalla Difesa italiana, “la decisione del ministero di spostare nel Mar Rosso una delle sue unità navali avverrà nell’ambito di un’operazione già esistente e autorizzata dal parlamento, e non dell’operazione Prosperità Guardian, come riportato sui media”.

Occorre, infatti, un passaggio in parlamento per partecipare all’operazione militare degli Stati Uniti. “Rischiamo di trovarci con i porti deserti", ha avvertito il ministro della Difesa Guido Crosetto dopo che diverse compagnie hanno sospeso le spedizioni in questo snodo degli scambi commerciali mondiali, come ha riferito l’Ansa. La missione italiana, tuttavia, rimane ambigua. “L’Italia - ha aggiunto Crosetto - farà la sua parte, insieme alla comunità internazionale, per contrastare l’attività terroristica di destabilizzazione degli Houthi, che abbiamo già condannato pubblicamente”. Rimane, tuttavia, un’ambiguità di fondo rispetto alla presenza della Fasan nel Mar Rosso. Come spiega l’analista geopolitica Amedeo Maddaluno, i rischi non mancano. “Sono diretti e indiretti. Indiretti, di finire nel mirino della vendetta terroristica. Diretti: gli Houthi dispongono di una panoplia di missili con i quali hanno già danneggiato del naviglio militare occidentale. La Fasan - spiega l’esperto dell’Osservatorio Globalizzazione - non andrà in una semplice missione di pattugliamento e deterrenza, ma in una parte del mondo dove si spara. Si spara tanto e lo si fa da anni. Questo non emerge dai media e dall’opinione pubblica”.