Una Germania indebolita su più fronti si accinge a chiudere un anno davvero cupo, cercando di raccogliere i pezzi di ciò che resta di quella solidità - un volta esempio per l’Europa - per costruire una nazione nuova nel 2025.
Tra il caos politico che porterà alle elezioni il 23 febbraio prossimo, un’industria caduta in disgrazia, con l’annunciata chiusura di tre stabilimenti Volkswagen a rappresentare più di ogni altro evento la decadenza produttiva del Paese e le incognite di un mondo in rapido inasprimento - con Cina e guerra in Ucraina due spine nel fianco per la Germania - si annida anche lo spettro di una crisi energetica. E la possibilità di un necessario ritorno al nucleare.
Sarebbe, quest’ultimo, un cambiamento dal sapore della “beffa”. La denuclearizzazione del Paese è stata una vera e propria bandiera di Angela Merkel, che la storica cancelliera ha lasciato come eredità al popolo tedesco.
Tuttavia, in un Paese con obiettivi climatici ambiziosi e con un disperato bisogno di reinventare il suo modello economico obsoleto, dove l’aumento dei prezzi dell’elettricità ha contribuito, in parte, all’esodo delle aziende tedesche verso gli Stati Uniti, l’analista di Chatham House Patrick Schröder non ha esitato a lanciare una provocazione: con le elezioni alle porte in Germania, il 23 febbraio, “il nucleare è una delle grandi questioni aperte”.
Berlino ha sofferto più di altri Stati UE quando il conflitto ucraino ha costretto a prendere decisioni drastiche come lo stop alle importazioni di gas russo. Da quel momento, la rivoluzione energetica imposta ha avuto effetti diversi. La Germania sta puntando sulle fonti rinnovabili e sul GNL, ma per molte voci conservatrici questa svolta non basterà. Il nucleare sarà davvero rilanciato?
Perché la Germania potrebbe tornare al nucleare
Per comprendere la portata del dilemma energetico tedesco e, soprattutto, il significato profondo di un eventuale ritorno al nucleare bisogna tornare indietro nel tempo.
All’ombra del disastro di Fukushima, nel marzo 2011, la cancelleria di Angela Merkel, in coalizione con i liberali del FDP, decise di porre fine alla produzione di energia nucleare, ordinando la chiusura graduale di tutti i reattori del Paese.
La Germania godeva allora di una posizione privilegiata nel contesto europeo e mondiale: l’economia era solida, il suo sistema industriale era lontano dalla situazione di debolezza in cui si trova oggi, le imprese tedesche dominavano ancora dentro e fuori il continente e, a livello di fornitura energetica, il Paese era, in larga misura, alimentato dal gas naturale importato dalla Russia.
Più di un decennio dopo, il storia tedesca è cambiata radicalmente: l’economia è in recessione da due anni e, con l’invasione dell’Ucraina, il rubinetto russo da cui dipendeva la Germania è stato chiuso.
Il piano di denuclearizzazione, però, non si è fermato e nell’aprile 2023, l’ultima centrale nucleare tedesca ancora in funzione è stata disattivata. Questa fonte nell’anno precedente aveva generato tra il 4% e il 6% dell’elettricità totale prodotta dal Paese.
Nel congedarsi dall’era nucleare, il ministro dell’Economia e dell’Ambiente, Robert Habeck, del partito di minoranza dei Verdi, aveva garantito: “l sicurezza dell’approvvigionamento energetico in Germania è e continua a essere tutelata” e “resta molto elevata” rispetto al resto del mondo, ricordando che la decisione è stata presa in prima istanza dai conservatori della CDU e dai liberali della FDP.
Il vento politico, però, sta cambiando e con esso, forse, anche quello energetico. La crisi di Governo e le prossime elezioni nel 2025 probabilmente porteranno a un esecutivo conservatore. Proprio il partito di Friedrich Merz, l’uomo candidato a diventare il prossimo cancelliere della Germania e che - non è un segreto - ritiene che il suo predecessore abbia commesso un grave errore nell’ordinare la fine del nucleare, aveva così criticato il piano di chiusura dei reattori: “È una giornata nera per la protezione del clima in Germania”, disse allora il vicepresidente del gruppo parlamentare CDU con l’ultima centrale spenta.
“Questo ministro dei Verdi preferisce lasciare in funzione le centrali elettriche a carbone invece delle centrali nucleari a impatto climatico zero” e “il governo Scholz si è trasformato in una coalizione del carbone”, aggiunse.
Con la fine della fornitura di gas russo alla Germania, ha spiegato su CNN l’economista Thomas Obst, dell’Istituto tedesco per l’economia (IW), “l’attuale governo ha cercato di sostituire questo gas con il gas naturale liquefatto (GNL), cosa che ha migliorato la situazione a breve termine e ha portato a un calo dei prezzi dell’elettricità ”.
Anche il prezzo del gas sul mercato europeo è sceso, ma la realtà è che “rimane da cinque a sei volte più alto che negli Stati Uniti”, e questo è problematico visto il crescente protezionismo dell’alleato transatlantico, un percorso avviato da Joe Biden sotto forma di Inflation Reduction Act (IRA) e che, con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, dovrebbe proseguire, anche se in altre modalità.
I problemi da affrontare sono molti in una Germania così indebolita da questa “policrisi”. La transizione energetica, l’indipendenza da fornitori esterni, la disponibilità di energia a buon mercato, la competitività delle industrie sono tutte sfide che chiamano in causa anche la strategia sull’energia. E, quindi, il fascino del nucleare torna a farsi sentire tra i conservatori.
La Germania e il dilemma su green ed energia
Con una guerra commerciale all’orizzonte, gli analisti si stanno concentrando su come potrebbero affrontare le questioni energetiche e climatiche le diverse coalizioni in corsa per il nuovo Governo tedesco.
CDU e SPD sono d’accordo sugli obiettivi generali, come tariffe più basse sulla rete elettrica, la rapida espansione della rete dell’idrogeno e maggiori investimenti nelle infrastrutture obsolete del Paese come un modo per rilanciare un’economia stagnante. Ma ci sono diverse aree chiave in cui i potenziali partner della coalizione non la vedono allo stesso modo.
Se per la “barricata” di Merz il prezzo del carbonio è lo “strumento chiave” per raggiungere la neutralità carbonica entro il 2045, sostenendo che è “il più efficiente, economicamente ed ecologicamente”, per i socialdemocratici la CDU è miope, poiché si concentra quasi esclusivamente su un meccanismo che, di per sé, non è sufficiente a ridurre le emissioni inquinanti della Germania.
Anche sull’industria automobilistica, che pur nella crisi continua a essere il grande motore dell’economia tedesca, il partito di Scholz non ha dubbi sul fatto che il futuro di questa nazione automobilistica sia la mobilità elettrica, mentre la CDU è in aperta lotta contro i piani di l’UE per l’abbandono graduale dei veicoli alimentati da combustibili fossili.
Il leader conservatore, secondo una analisi di Politico, “forse non è uno scettico sul cambiamento climatico, ma crede che l’industria tedesca debba essere liberata da ciò che considera essere una regolamentazione ecologica eccessiva, in gran parte approvata dai governi di coalizione guidati dalla Merkel”.
Ed essendo fervente sostenitore della protezione della leggendaria industria automobilistica del Paese, si impegna, appunto, sulla grande questione del nucleare per garantire l’indipendenza energetica della Germania a lungo termine secondo gli analisi.
Mentre la CDU valuta la possibilità di riprendere l’attività degli impianti chiusi, la SPD parla di una politica eccessivamente costosa che va contro l’ideologia degli stessi conservatori – secondo la quale si dovrebbero promuovere tecnologie più redditizie, invece di tecnologie specificamente più rispettose del clima – ed è molto improbabile che i Verdi si allineino a questa strategia.
“Negli ultimi dibattiti Merz si è detto favorevole al nucleare, ma ha parlato in particolare della fusione nucleare, una tecnologia che è ancora in fase di ricerca”, ha spiegato Patrick Schröder della Chatham House. “Non mi sembra una cattiva opzione, ma non verrà implementata a breve. E quindi, quale sarà la soluzione [del prossimo governo] riguardo alla decarbonizzazione, dato che l’obiettivo della neutralità carbonica della Germania è il 2045?”
Thomas Obst, dell’Istituto tedesco per l’economia (IW) ha sottolineato che l’espansione delle energie rinnovabili è sicuramente in corso, “la percentuale di consumo di energia rinnovabile è ora molto più alta e abbiamo tempo fino al 2030 per ridurre il costo dell’energia per l’industria, perché la nostra industria è molto più grande di quella di altri paesi e ha bisogno di molta energia elettricità e gas”.
“Ma attualmente stiamo ancora discutendo su cosa fare, ad esempio, sulle tariffe della rete elettrica” un anno dopo che la Cancelleria aveva approvato sussidi per 5,5 miliardi di euro per compensare l’aumento dei prezzi.
Insomma, l’impressione è che - anche - sul futuro energetico ci sia molta confusione in Germania. Con l’unica certezza che il nucleare non salverà il Paese nel breve-medio periodo.