Che fine ha fatto la DeFi?

Tommaso Scarpellini

07/10/2023

Il panorama decentralizzato dei mercati sembra attraversare un momento molto difficile a causa di una pluralità di fattori. È eccessivo dire che la DeFi è quasi scomparsa?

Che fine ha fatto la DeFi?

La finanza decentralizzata, comunemente conosciuta come DeFi, era (ed è) una delle più grandi promesse del mondo delle criptovalute e della blockchain. Negli ultimi anni, ha ricevuto una considerevole attenzione da parte degli investitori, dei media e degli appassionati di tecnologia. Tuttavia, negli ultimi tempi, sembra che la DeFi stia attraversando una fase critica. Il titolo di questo articolo, volutamente provocatorio, nel bene e nel male, esprime un dubbio che molti interessati al comparto crypto si stanno ponendo. Per porre la domanda in altri termini: «La DeFi non avrebbe dovuto sostituire la finanza tradizionale, nel settore conosciuto come TradFi?»

Per quanto i massimalisti del comparto decentralizzato reputino del tutto irrazionale anche solo domandarselo, con il crollo di Bitcoin, l’interesse per il mondo della finanza decentralizzata è andato lentamente a scomparire, ma questo non significa effettivamente che il settore non abbia mosso passi in avanti. Quindi, di fronte all’immenso quantitativo di variabili da considerare per rispondere a queste domande, non resta che cercare di leggere fra le righe la direzione di fondo di questo modo alternativo di fare finanza, con un approccio critico, non da fanatico.

Cosa sta accadendo al comparto DeFi?

A settembre, il valore totale dei fondi bloccati sulla DeFi, è sceso in direzione di nuovi minimi, raggiungendo la soglia dei 44 miliardi di dollari. Anche l’attività economica sembra procede al ribasso, con una contrazione misurata dai vari tool presenti sul mercato di circa il 15%. Fra gli studi attualmente più discussi dal settore c’è quello di VanEck, che evidenzia proprio una contrazione dell’attività legata alla finanza decentralizzata, misurata dal volume degli scambi. Questa evidenza è stata proposta dal loro strumento analitico MarketVector Decentralized Finance Leaders Index (MVDFLE), sulla base delle attività dei token più liquidi presenti sul mercato. Ad agosto, il valore totale bloccato (TVL) di agosto è sceso dell’8% ed i trader aspettano con ansia di monitorare il dato relativo alla chiusura del mese di settembre.

Oltre a un mercato poco «attrattivo», a causa della estrema compressione della volatilità di Bitcoin (BTC/USD) ed Ethereum, la quale si è rifletta sul resto delle Altcoin, a rendere ancora più «noioso» il segmento crypto è l’andamento della finanza tradizionale, seguendo la narrativa popolare, «l’acerrima nemica» della finanza decentralizzata. I dati parlano chiaro: l’aumento delle aspettative sui tassi d’interesse sui titoli Free Risk della cosiddetta TradFi, per essere chiari, i Treasury statunitensi ed i Bond europei, con un Nasdaq e un S&P500 in direzione rialzista (grazie prevalentemente alla «bolla dell’AI») sta causando una (abbastanza rilevante) fuga di capitali dal mercato crypto, che gioca a svantaggio prevalentemente del sotto segmento della Defi. Le stablecoin, che in fase di rendimenti sul debito praticamente negativi rendevano spesso cifre a doppia cifra, hanno perso di attrattività, per il momento, innescando questa spirale negativo-recessiva che sembra giocare a sfavore della DeFi.

La DeFi è ufficialmente morta?

Assolutamente no, e molti protocolli stanno continuando a crescere e introdurre novità interessanti per i loro utilizzatori e fan. Ci sono molte notizie che dovrebbero far rallegrare i sostenitori della DeFi con investimenti nel settore in costante progressione e comunque «positivi», come i nuovi apporti di capitale proposti da Blockchain Capital, per un totale di 580 milioni di dollari da destinare a vari sottosegmenti del panorama crypto.

Quello su cui forse avrebbe senso riflettere, però, è stata la cecità con cui alcuni estremi sostenitori della DeFi hanno tirato troppo la corda riguardo alla dimensione che il mercato avrebbe assunto nel lasso di pochi anni, a tal punto da essere spesso definita come la «salvezza» tanto attesa dal malvagio mondo della «TradFi». Fatti alla mano, la DeFi adesso assomiglia più a un modo come un altro di fare finanza. A maggior ragione, se si considera, seppur sia un tema abbastanza borderline, tutta l’euforia del momento per il lancio di alcuni ETF spot da parte di alcuni colossi finanziari, prima fra tutti BlackRock.

L’adozione popolare del Bitcoin attraverso strumenti come fondi comuni passivi comporterebbe un importante afflusso di capitali, con la probabile conseguenza di un apprezzamento e stabilizzazione del prezzo di molti strumenti finanziari (anche se la SEC non li chiama ancora così) decentralizzati (crypto). Allo stesso tempo, questo entusiasmo dovrebbe forse essere un attimo ridimensionato da tutti coloro che si mostravano ciechi sostenitori della DeFi, perché probabilmente questi ETF non giocherebbero affatto un ruolo positivo nella «decentralizzazione» finanziaria del settore.

In sintesi, definire la finanza decentralizzata «morta» o «quasi scomparsa» è veramente eccessivo, anche se i dati evidenziano una sostanziale migrazione verso altri tipi di veicoli d’investimento. È importante notare che, anche se la DeFi ha attraversato una fase di difficoltà, molti progetti stanno ancora lavorando duramente per migliorare la sicurezza, l’usabilità e la regolamentazione del settore. Una delle principali sfide che la DeFi deve affrontare è quella di trovare un equilibrio tra l’apertura e la trasparenza del settore e la necessità di regolamentazione.

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