L’impero dei dati della Cina: così Pechino vuole stravolgere l’economia online e l’Ia

Federico Giuliani

20 Luglio 2025 - 07:05

Le politiche cinesi in materia di dati e intelligenza artificiale stanno cambiando. Il nuovo approccio di Pechino potrebbe rappresentare un modello da seguire per le economie in via di sviluppo.

L’impero dei dati della Cina: così Pechino vuole stravolgere l’economia online e l’Ia

Auto elettriche, e-commerce, smartphone, telecamere pubbliche dotate di riconoscimento facciale: questi sono soltanto alcuni dei dispositivi tecnologici che consentono alla Cina di raccogliere ogni giorno ingenti quantità di dati. La qualità e la quantità di big data accumulati nei cervelli del Paese non sono mai state così elevate.

Ma perché il governo cinese dovrebbe essere interessato a queste informazioni? Semplice: come ha spiegato l’Economist, il Dragone considera i dati un fattore di produzione al pari di lavoro, capitale e territorio. Non è un caso che il presidente cinese Xi Jinping abbia definito i dati una risorsa fondamentale «con un impatto rivoluzionario» sulla competizione internazionale.

La portata di questa visione è senza pari e tocca ogni aspetto, dalle libertà civili ai profitti delle aziende internet, fino alla ricerca da parte della Cina di un ruolo guida nell’intelligenza artificiale. Già, perché l’integrazione dei big data nell’economia e nella sicurezza nazionale consentiranno a Pechino di rivoluzionare un settore chiave nel confronto tra super potenze globali: quello tecnologico (a partire dall’intelligenza artificiale).

La rivoluzione dei dati

Nel 2021 la Cina aveva emanato norme ispirate al Regolamento europeo generale sulla protezione dei dati (GDPR). Quei tempi sembrerebbero essere finiti. Adesso, infatti, Pechino si sta rapidamente discostando dagli standard occidentali visto che tutti i livelli di governo devono mobilitare le risorse di dati di cui dispongono. Oltre la Muraglia è in corso un ampio progetto per valutare le pile di dati delle aziende statali.

L’obiettivo finale? L’idea è quella di valutare il materiale come asset e di aggiungerlo ai bilanci o negoziarlo sulle borse statali. Il 3 giugno, infine, il Consiglio di Stato cinese ha emanato nuove norme per obbligare tutti i livelli di governo a condividere i dati. E ancora: un altro grande passo coincide con l’ identificazione digitale, il cui lancio è previsto per il 15 luglio.

Cosa significa? Che le autorità centrali potrebbero controllare un registro dei siti web e delle app di ogni persona. Certo, collegare il nome di un cittadino alle sue attività online diventerà più difficile per le grandi aziende tecnologiche - che in passato gestivano il sistema – ma un giorno, ha scritto l’Economist, “questo registro potrebbe fungere da panopticon per lo Stato”.

L’obiettivo della Cina

L’obiettivo finale della Cina dovrebbe essere quello di creare un oceano di dati nazionale integrato, che comprenda non solo i consumatori, ma anche le attività industriali e statali. A che fine? Per addestrare i modelli di intelligenza artificiale e abbattere, sul fronte economico, le barriere all’ingresso per le piccole imprese.

“Alcuni svantaggi sono tuttavia altrettanto evidenti. Lo Stato cinese ha una pessima reputazione nella gestione dei dati personali: la polizia di Shanghai ha perso 1 miliardo di dati a causa di un hacker”, ha sottolineato ancora l’Economist. E ancora: se le aziende private perdessero il controllo sui dati che creano, i profitti potrebbero risentirne, riducendo gli incentivi all’innovazione.

Sia chiaro: tutti i Paesi necessitano di scalabilità ed efficienza nella gestione dei dati. Tuttavia, per le democrazie il compito è più arduo perché devono costruire sistemi di controllo e bilanciamento che salvaguardino i diritti di proprietà, la privacy e le libertà civili. Con l’adozione del suo vasto esperimento, la Cina darà invece meno peso a tali aspetti e potrebbe costruire un sistema di sorveglianza efficiente ma al tempo stesso distopico.