L’imprenditore e uomo più ricco d’Europa ha messo le mani sui principali giornali economico-politici francesi. E alcune redazioni sono preoccupate.
Bernard Arnault ha costruito la sua fortuna grazie ai grandi marchi del lusso, da Louis Vuitton a Dior, fino ai gioielli di Tiffany. Con un patrimonio stimato in 145 miliardi di dollari, oggi è l’uomo più ricco d’Europa. Negli ultimi anni, però, il suo appetito si è spostato su un altro tipo di asset: i media. E in Francia questa strategia sta sollevando un dibattito sempre più acceso sulla libertà di stampa.
Il punto di svolta è arrivato a settembre 2025, quando LVMH, la holding con cui Arnault gestisce gran parte dei suoi asset, ha finalizzato l’acquisizione di Challenges, uno dei principali settimanali economico-politici francesi, insieme alle riviste Sciences et Avenir e La Recherche. Per LVMH si trattava già del terzo movimento importante nell’arco di pochi mesi: nel luglio 2025 il gruppo aveva infatti acquisito L’Opinion, quotidiano liberale, e L’Agefi, portale specializzato nell’informazione finanziaria.
Ma non solo. LVMH oggi controlla anche Les Echos, il principale quotidiano economico francese, Le Parisien, Paris Match, Radio Classique, L’Agefi, L’Opinion, Challenges, Sciences et Avenir e La Recherche. In pratica, lo storico imprenditore è riuscito a ottenere il controllo di una parte molto rilevante della stampa finanziaria francese, costruendo una posizione dominante nel giornalismo economico d’Oltralpe.
Una situazione che ha acceso più di un campanello d’allarme all’interno delle redazioni
A ottobre 2025 i giornalisti di Challenges hanno sottoscritto una comunicazione in cui esprimevano la propria preoccupazione dopo alcune dichiarazioni di Nicolas Beytout, consigliere media di Arnault. Secondo Beytout, il giornale avrebbe dovuto difendere maggiormente «l’economia liberale» e «il mondo dell’impresa». Una richiesta interpretata dai giornalisti come il tentativo di imprimere una nuova linea ideologica alla redazione, in violazione della carta etica della testata.
LVMH avrebbe inoltre chiesto a Claude Perdriel, fondatore di Challenges, di revocare personalmente la carta di indipendenza del giornale. Una richiesta che Perdriel ha però rifiutato.
Il tema resta comunque aperto. La carta di indipendenza di Challenges scade nel 2026, mentre quella di Les Echos nel 2027. Entrambe le redazioni hanno già avviato mobilitazioni e scioperi senza precedenti. L’organizzazione Reporters Without Borders ha denunciato un «controllo soffocante» sulla stampa finanziaria, mentre il Consiglio di Stato francese sta valutando se le autorità abbiano esaminato in modo adeguato la concentrazione mediatica sotto LVMH. Anche l’Autorità garante della concorrenza ha aperto un fascicolo per possibile abuso di posizione dominante.
In Francia il controllo dei media sta diventando un asset sempre più strategico per i grandi imprenditori. Il caso di Bernard Arnault non è isolato: negli ultimi anni la proprietà dei mezzi di informazione si è progressivamente concentrata nelle mani di pochi grandi gruppi e miliardari.
Vincent Bolloré controlla CNews e altri canali, ed è stato più volte accusato di aver orientato la linea editoriale verso posizioni nazionaliste e di destra. Rodolphe Saadé, patron della compagnia di navigazione CMA CGM, ha acquisito BFM TV, La Provence e La Tribune. Il miliardario ceco Daniel Kretinsky è presente nel settore editoriale, mentre Xavier Niel è stato a lungo azionista di riferimento di Le Monde.
La questione diventa ancora più delicata se si considera che nel 2027 la Francia tornerà al voto per le elezioni presidenziali. Chi controlla la stampa economica e finanziaria potrà avere un’influenza significativa sul dibattito pubblico nei mesi cruciali della campagna elettorale. Ed è proprio questo il nodo politico e democratico che oggi preoccupa una parte crescente del mondo dell’informazione francese.