Ci sono ragionamenti che sembrano ovvi finché non proviamo a guardarli da un’altra prospettiva. Prendiamo una persona di trent’anni. Lavora, guadagna un reddito accettabile, paga un affitto e magari riesce a mettere da parte poco o nulla. Guarda un coetaneo che ha già comprato casa e pensa, comprensibilmente, di essere rimasto indietro. Uno sta costruendo un patrimonio. L’altro apparentemente no.
Ma siamo sicuri che sia davvero così?
Immaginiamo che quel trentenne abbia due genitori proprietari della casa nella quale vivono e magari di un secondo piccolo appartamento. Non possiede nulla, perché quei beni sono dei genitori. Non può venderli, non può affittarli, non può utilizzarli come garanzia e soprattutto, giustamente, non sa quando li erediterà.
Eppure esiste una prospettiva economica interessante: quel patrimonio familiare, se un giorno gli sarà effettivamente trasferito, assomiglia per certi versi a un investimento di lunghissimo periodo indisponibile fino al momento della successione.
Non è patrimonio giuridicamente suo e sarebbe sbagliato contabilizzarlo come tale. Ma nella pianificazione della vita può rappresentare un’aspettativa patrimoniale capace di modificare completamente la lettura della sua situazione economica futura.
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Il patrimonio arriva quando hai 45 o 50 anni
Questo è il punto che spesso trascuriamo. L’eredità normalmente non arriva quando abbiamo vent’anni. Arriva più avanti nella vita, spesso quando i figli sono ormai adulti e hanno alle spalle venti o trent’anni di lavoro.
Immaginiamo allora il nostro trentenne.
Per vent’anni paga un affitto. Guadagna 70.000 euro all’anno, ne spende magari 1200 per la casa e, tra famiglia, figli e vita quotidiana, fatica ad accumulare capitale.
A cinquant’anni potrebbe guardarsi indietro e pensare: ho lavorato trent’anni e non sono riuscito a costruire un vero patrimonio.
Poi muoiono i genitori e, se quelle erano le condizioni familiari e successorie, eredita due immobili. Improvvisamente la fotografia patrimoniale cambia.
Non perché sia diventato più bravo a risparmiare. Non perché abbia guadagnato di più. Non perché abbia effettuato investimenti particolarmente redditizi.
Semplicemente perché una ricchezza accumulata dalla generazione precedente è passata alla successiva. Ed è qui che un fenomeno apparentemente ovvio diventa economicamente molto interessante.
Come un investimento a lunghissima scadenza
Proviamo infatti a capovolgere il ragionamento. Quel patrimonio immobiliare era già lì quando il figlio aveva trent’anni. Solo che apparteneva ai genitori.
Mentre lui pagava l’affitto e magari non riusciva ad accantonare 1.000 euro al mese in un fondo o in un portafoglio finanziario, quelle due case continuavano ad esistere.
Potevano rivalutarsi oppure svalutarsi, generavano costi, richiedevano manutenzione e non offrivano alcuna garanzia di conservare il proprio valore reale. Ma rappresentavano comunque uno stock patrimoniale familiare.
Dal punto di vista del figlio è quasi come osservare un investimento bloccato a vent’anni, del quale non può disporre fino alla scadenza.
Con una differenza fondamentale: non è suo e non esiste alcuna certezza che lo diventi nelle dimensioni immaginate. I genitori possono venderlo, consumarlo, donarlo, avere necessità assistenziali importanti o modificarne la destinazione. Ma quando la successione effettivamente avviene, ciò che fino al giorno prima era soltanto patrimonio dei genitori entra improvvisamente nel bilancio patrimoniale del figlio.
E magari ci entra proprio a 50 anni.
Ecco perché il solo reddito racconta poco
È anche per questo che confrontare le persone esclusivamente sulla base del reddito può essere fuorviante.
Due cinquantenni possono aver guadagnato per trent’anni più o meno la stessa cifra. Uno ha pagato l’affitto per tutta la vita e non erediterà nulla. L’altro ha pagato lo stesso affitto e apparentemente ha vissuto la stessa difficoltà nel costruire patrimonio attraverso il lavoro. Ma a un certo punto eredita due immobili. Fino al giorno prima potevano sembrare economicamente simili. Il giorno dopo non lo sono più.
Ed è qui la questione: la capacità di accumulare ricchezza non dipende soltanto dal reddito prodotto durante la vita lavorativa, ma sempre più anche dal patrimonio che attraversa le generazioni.
I numeri italiani
Non è soltanto una sensazione. Gli studi sulle successioni italiane hanno stimato che il valore complessivo di eredità e donazioni sia passato dall’equivalente dell’8,4% del reddito nazionale nel 1995 al 15,1% nel 2016. Il peso della ricchezza trasferita tra generazioni è quindi diventato sempre più rilevante.
Una ricerca della Banca d’Italia pubblicata nel 2026 mostra inoltre un fenomeno ancora più interessante: persino aspettarsi di ricevere un’eredità modifica le decisioni economiche presenti.
Le famiglie che prevedono di ricevere un patrimonio tendono a consumare di più, risparmiare meno e assumere comportamenti finanziari differenti rispetto a quelle che non hanno la stessa aspettativa.
Ed è perfettamente comprensibile. Chi a trent’anni sa che con ragionevole probabilità un giorno riceverà due immobili può percepire diversamente la necessità di costruire integralmente il proprio patrimonio attraverso il risparmio.
Non perché quelle case siano già sue. Ma perché vede davanti a sé una possibile dotazione patrimoniale futura.
La vera disuguaglianza si vede a cinquant’anni
Ed è forse questo l’aspetto meno evidente. Quando osserviamo due ragazzi di trent’anni possiamo vedere due redditi simili, due affitti simili e due conti correnti quasi vuoti.
Potremmo concludere che partono dallo stesso punto. Ma non necessariamente arriveranno allo stesso punto.
Uno dovrà trasformare durante tutta la vita una parte del proprio lavoro in patrimonio. L’altro potrebbe ritrovarsi a 50 anni con il patrimonio costruito dalla generazione precedente. Per questo l’eredità non va osservata soltanto nel momento in cui viene ricevuta.
Bisogna guardare i venti o trent’anni che la precedono.
Per chi sa che probabilmente non erediterà nulla, costruire patrimonio significa sottrarre oggi una parte del reddito ai consumi, risparmiare e investire.
Per chi dispone di un patrimonio familiare destinato un giorno a essere trasferito, una parte della ricchezza futura potrebbe invece essere già stata costruita da qualcun altro.
È come avere due percorsi finanziari che per trent’anni sembrano correre paralleli. Poi, intorno ai cinquanta, uno dei due riceve improvvisamente ciò che era rimasto fuori dalla fotografia.
Ed è allora che comprendiamo una cosa apparentemente ovvia, ma tutt’altro che banale: non conta soltanto quanto patrimonio siamo riusciti a costruire lavorando. Conta anche quanto patrimonio era già stato costruito prima di noi.