L’economia di Taiwan rallenta: cosa succede all’isola dei semiconduttori

Federico Giuliani

24 Gennaio 2024 - 06:55

Il rallentamento di Taiwan, conseguenza di una debole domanda globale e di altrettanto deboli investimenti nazionali, potrebbe avere conseguenze geopolitiche non irrilevanti.

L’economia di Taiwan rallenta: cosa succede all’isola dei semiconduttori

Nella settimana che porta alle elezioni presidenziali, appuntamento fondamentale per il futuro del pianeta, pochi si sono soffermati sugli ultimi dati economici di Taiwan. Dati che certificano una crescita del pil scesa all’1,4% nel corso del 2023, in calo rispetto al 2,6% del 2022 e al 6,6% del 2021. Il rallentamento di Taipei, conseguenza di una debole domanda globale e di altrettanto deboli investimenti nazionali, potrebbe avere conseguenze geopolitiche non irrilevanti.

In particolare, nel caso in cui nel medio-lungo periodo la situazione dovesse peggiorare, l’isola rischia di non poter più sfruttare il proprio brillante apparato economico come scudo di fronte alle ambizioni riunificatrici della Cina, perdendo così la sua più importante assicurazione sulla sicurezza dopo il sostegno statunitense.

I problemi economici di Taiwan

Come ha evidenziato il sito Asia Times, anche se il tasso di inflazione di Taiwan si è fin qui mantenuto relativamente basso rispetto a quello registrato in gran parte dell’Occidente, la crescita dei salari non ha saputo tenere il passo con la stessa inflazione. Nello specifico, il tasso d’inflazione medio rilevato nei primi tre trimestri del 2023 è stato superiore del 2,4% rispetto alla crescita reale dei salari totali nello stesso anno.

Nel frattempo, il coefficiente Gini – una misura usata per leggere la disuguaglianza del reddito familiare – è cresciuto dallo 0,29 del 1985 allo 0,34 del 2022. Il governo taiwanese ha cercato di mantenere la competitività delle esportazioni a scapito della retribuzione dei lavoratori, provocando tuttavia una crescente disuguaglianza di reddito.

Le autorità hanno quindi provato a frenare la pericolosa tendenza impiegando denaro per l’assistenza sociale ma questo, in uno scenario di perenni tensioni con la Cina, ha ridotto il bilancio pubblico destinato alla Difesa.

Dando uno sguardo ai dati ufficiali, la percentuale di spesa pubblica dedicata all’assistenza sociale è passata dal 9% del 1994 al 27% del 2022, mentre la spesa per la Difesa è scesa, nello stesso lasso di tempo, dal 24% al 16%. Ad aggravare la situazione troviamo poi l’invecchiamento della popolazione. A detta delle Nazioni Unite, la quota degli over 65 taiwanesi passerà dal 15% del 2019 al 35% del 2050, aggiungendo un ulteriore peso alle già stressate finanze pubbliche.

Il dilemma di Taipei

Taipei si trova dunque di fronte ad un dilemma non da poco: investire più risorse nell’assistenza pubblica e nel sociale, compromettendo però la Difesa, oppure rafforzare senza alcuna esitazione le forze armate vista l’ombra sempre più lunga della Cina?

Il passato ci dice che la Difesa dell’isola è stata sostenuta da un’economia forte per tutta la durata della Guerra Fredda. Tra il 1951 e il 1991, Taipei ha destinato il 6-11 % del suo PIL al rafforzamento del proprio apparato bellico. Dagli anni 2000, Taiwan ha invece perso velocità nella crescita economica. La maggiore domanda di spesa per l’assistenza sociale ha ridotto la spesa militare in percentuale del pil dal 10% nel 1961 al 6% nel 1991. Nonostante un budget per la difesa più elevato, nel 2024 la spesa militare di Taiwan rappresenterà solo il 2,6% del suo pil.

L’isola dei semiconduttori deve poi affrontare un altro nodo spinoso. Dagli anni ’90, Taiwan ha fatto affidamento sull’esportazione di beni industriali ad alta intensità tecnologica verso la Cina per sostenere la propria crescita economica, seguita dall’export globale di chip (Taipei produce il 60% di tutti i semiconduttori mondiali, il 90% dei più avanzati).

Date le recenti tensioni con la stessa Cina e il congelamento economico del Dragone, è tuttavia lecito ipotizzare che Taipei sia chiamata a trovare un nuovo modello di crescita. Affidandosi non più a Pechino ma ad altre nazioni, come Stati Uniti, India o quelle del sud-est asiatico.