L’Asia rischia una nuova crisi economica come nel 1997?

Federico Giuliani

4 Giugno 2024 - 06:54

Nel caso in cui la Fed dovesse inasprire, e non allentare, i tassi di interesse, allora i differenziali tra i tassi di riferimento di Stati Uniti e Asia saranno destinati ad aumentare.

L’Asia rischia una nuova crisi economica come nel 1997?

Gli occhi delle banche centrali asiatiche sono puntate sulla Federal Reserve. Nel caso in cui la Fed dovesse inasprire, e non allentare, i tassi di interesse, allora i differenziali tra i tassi di riferimento di Stati Uniti e Asia saranno destinati ad aumentare, con conseguenze non irrilevanti per le economie di molti Paesi dell’intero continente.

I funzionari asiatici si aspettavano che gli Usa allentassero la loro politica monetaria tra le cinque e le sette volte nel corso dell’anno, ma così non è stato a causa dell’inflazione americana, che resta ancora elevata (ad aprile è cresciuta del 3,4% su base annua) e distante dall’obiettivo fissato da Washington (di portarla attorno al 2%). In molti, dunque, pensano che per gli Stati Uniti non sia ancora arrivato il momento di tagliare i tassi di interesse.

E l’Asia? “Crediamo che in Asia si sia alzata la soglia per tagliare i tassi e il rischio di un ritardo del ciclo di allentamento”, hanno scritto in una nota gli economisti di Nomura Holdings. “Con la revisione dei tagli dei tassi della Fed e un contesto di dollaro Usa più forte, le banche centrali asiatiche vorranno mantenere alcuni differenziali relativi di tasso di interesse, altrimenti rischiano valute più deboli e una maggiore inflazione importata”, hanno puntualizzato gli analisti come evidenziato dal sito Asia Times.

C’è poi un altro tema scottante: il valore del dollaro, un altro asset che l’Asia pensava si sarebbe indebolito nel 2024 insieme ai tassi Usa. Più il biglietto verde si rafforza e più il capitale prende la via degli Stati Uniti, privando le economie asiatiche di quello stesso capitale necessario per sostenere i rispettivi mercati obbligazionari e azionari.

Dollaro e tassi di interesse

Giusto per fare un esempio, il mese scorso la banca centrale indonesiana ha annunciato un aumento (a sorpresa) del tasso di 25 punti base per sostenere la flessione della rupia, portando il tasso di riferimento al 6,25%. “Questo aumento del tasso di interesse è [destinato] a rafforzare la stabilità del tasso di cambio della rupia dall’impatto del peggioramento dei rischi globali”, ha spiegato il governatore della Banca d’Indonesia, Perry Warjiyo.

Allo stesso tempo il ringgit malese ha recentemente toccato i minimi degli ultimi 26 anni, tornando a livelli mai visti dalla crisi finanziaria asiatica del 1997-98. Di pari passo, a Manila e Bangkok i governi stanno ripensando i rispettivi piani di taglio dei tassi, per evitare che il peso filippino e il baht thailandese possano crollare aumentando i rischi di fuga di capitali. In Corea del Sud, il governatore della Banca di Corea, Rhee Chang Yong, ha invece messo in guardia contro mosse eccessive e si è detto pronto ad “adottare misure di stabilizzazione”.

Il dollaro Usa, dal canto suo, potrebbe continuare a salire poiché sempre più trader accettano l’idea che la Fed stia mantenendo i tassi di interesse stabili. Il discorso è semplice: il fatto che la Fed mantenga tassi più alti di quanto l’Asia pensasse, rappresenta un duro colpo per una regione che si trova in prima linea nelle decisioni politiche della banca centrale americana. Detto altrimenti, la regione asiatica è ancora troppo incentrata sulle esportazioni e sul biglietto verde. E legge ogni sussulto della Fed come una possibile minaccia. Insomma: sebbene gli ancoraggi valutari formali siano scomparsi, l’intero continente asiatico - dipendente dall’export - continua a basarsi sul tasso di cambio del dollaro.

L’ombra della crisi del 1997

Facciamo un tuffo nella storia. Una delle principali cause della crisi asiatica del 1997-98 coincise con la fuga del dollaro. Il crollo asiatico alla fine degli anni ’90 è stato il risultato diretto del ciclo di inasprimento della Fed del 1994-1995, quando i politici raddoppiarono i tassi di interesse a breve termine in 12 mesi.

Nel corso del tempo, con l’impennata del dollaro, l’ancoraggio valutario in Asia divenne impossibile da difendere. La Thailandia si svalutò per prima, nel luglio 1997, seguita a breve distanza da Indonesia e Corea. Le Filippine si trovarono sull’orlo del caos finanziario, così come la Malesia, dove i funzionari avevano fatto ricorso al controllo dei capitali.

Oggi la riluttanza della Fed ad allentare la politica monetaria sta aumentando il divario nei differenziali dei tassi di interesse, provocando nuove tensioni sulle banche centrali asiatiche. Risultato: le autorità monetarie dei mercati emergenti fanno sempre più fatica a domare i mercati del debito locale.

E la Cina? L’avversione della Fed a tagliare i tassi sta complicando le opzioni di gestione del debito di Pechino. Qualsiasi piano della Banca popolare cinese di tagliare i tassi sarà presumibilmente ritardato fino a quando il presidente della Fed Jerome Powell non farà la sua mossa.