Per far fronte alla crisi scatenata dalla guerra in Iran e nuove probabili tensioni internazionali, l’esecutivo ha deciso di rinviare la dismissione delle centrali a carbone al 2038.
Passo indietro dell’Italia nel progetto di transizione energetica che punta ad abbandonare i combustibili fossili per passare alle fonti rinnovabili. A causa della guerra in Iran e della conseguente crisi energetica che ne è derivata, e alla luce di possibili nuove tensioni geopolitiche nei prossimi anni, il nostro Paese ha deciso di fare marcia indietro e di mantenere disponibili, in caso di emergenza, le vecchie centrali elettriche a carbone, una delle fonti energetiche più inquinanti del pianeta.
La decisione è stata inserita nel recente decreto bollette approvato dal governo e prevede il rinvio della dismissione delle centrali a carbone fino al 2038. Si tratta di uno slittamento di circa 13 anni, considerando che tali impianti avrebbero dovuto essere chiusi entro dicembre 2025, come stabilito dal Piano Nazionale Energia e Clima.
La motivazione è legata alla necessità di affrontare la crisi energetica scatenata dalla guerra in Iran e di avere a disposizione tutte le fonti energetiche possibili in caso di emergenza, comprese quelle più inquinanti. Come è noto, il conflitto nell’area mediorientale e il possibile blocco dello Stretto di Hormuz hanno messo a rischio il trasporto di greggio dai Paesi del Golfo verso l’Occidente. L’Italia, che dipende per circa il 21% delle proprie importazioni energetiche da quell’area, potrebbe incontrare seri problemi di approvvigionamento se la situazione dovesse protrarsi a lungo. Per questo motivo il governo guidato da Giorgia Meloni ha deciso di puntare anche su una soluzione di emergenza come il mantenimento delle centrali a carbone.
Dove si trovano le centrali a carbone in Italia
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Le centrali a carbone ancora operative in Italia sono quattro: si trovano a Brindisi, Civitavecchia e, in Sardegna, a Fiume Santo e Portovesme. Gli impianti di Brindisi, Civitavecchia e Portovesme appartengono a Enel, mentre quello di Fiume Santo è gestito dalla società EP Produzione.
Il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima, approvato nel 2020 durante il governo di Giuseppe Conte, prevedeva la chiusura di queste centrali entro il 31 dicembre 2025. Dopo quell’approvazione, alcuni impianti ritenuti troppo inquinanti e costosi furono effettivamente chiusi, come quelli di Fusina e La Spezia, mentre negli impianti di Brindisi e Civitavecchia la produzione era stata progressivamente ridotta. Tuttavia, l’invasione russa dell’Ucraina e la successiva crisi energetica spinsero il governo guidato da Mario Draghi a riattivare temporaneamente la produzione di energia elettrica da carbone negli impianti in fase di dismissione. Le centrali sarde, invece, erano rimaste operative perché la loro chiusura era stata già rinviata al 2028, essendo considerate strategiche per garantire l’approvvigionamento energetico dell’isola. Oggi l’Italia produce comunque meno del 2% della propria energia elettrica utilizzando il carbone.
La decisione italiana non rappresenta comunque un caso isolato nel panorama internazionale. Anche altri Paesi hanno deciso di riattivare o mantenere operative centrali a carbone per far fronte alle emergenze energetiche. Alcuni Stati, come la Cina, stanno addirittura aumentando il numero di nuovi impianti, mentre altri, come il Kazakistan, hanno avviato progetti per costruire nuove centrali con l’obiettivo di incrementare la produzione di energia.
Per gli ambientalisti, tuttavia, questa scelta rappresenta un passo indietro rispetto al processo di transizione energetica che l’Italia stava portando avanti da diversi anni. Tornare a utilizzare il carbone significa infatti aumentare le emissioni inquinanti e avere possibili ripercussioni anche sulla salute delle persone. Il carbone, pur essendo uno dei combustibili fossili più economici al mondo, è anche tra i più inquinanti ed è considerato una delle principali fonti globali di emissioni di carbonio nell’atmosfera. Per molte associazioni ambientaliste, tra cui il WWF si tratta di un vero e proprio «killer climatico».
Secondo gli esperti, la strada da seguire dovrebbe essere invece quella di accelerare gli investimenti nelle energie rinnovabili, come solare ed eolico, per rendere il Paese sempre più indipendente dalle fonti fossili e dalle tensioni geopolitiche che caratterizzano i mercati energetici internazionali.
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