Investimenti miliardari e accordi: così il Giappone punta sui semiconduttori

Federico Giuliani

7 Febbraio 2024 - 07:48

Nel 2023 il governo di Fumio Kishida ha sostenuto nuovi piani strategici e offerto un ampio sostegno volto a potenziare il settore dei semiconduttori

Investimenti miliardari e accordi: così il Giappone punta sui semiconduttori

Il mercato dei semiconduttori sarà sempre più strategico. Chiunque riuscirà a controllarne una fetta potrà influenzare direttamente dinamiche politiche ed economiche globali. Già, perché è dai minuscoli componenti dei prodotti elettronici che usiamo ogni giorno – dagli smartphone ai tablet, dalle automobili ai computer – che dipende ormai la nostra quotidianità. E non solo, visto che gli stessi semiconduttori sono elementi fondamentali per sostenere la robotica industriale così come lo sviluppo degli armamenti più moderni.

Considerando poi che da qui al 2030 il mercato dei chip dovrebbe raggiungere i mille miliardi di dollari, si capisce ancor meglio perché il Giappone, quinta economia globale, non intenda restare fuori dal giro che conta. O meglio: perché intenda tornare ad essere una potenza dei semiconduttori, proprio come negli d’oro a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta, quando Tokyo era uno dei maggiori produttori di semiconduttori del pianeta, sostenuto da investimenti governativi e del settore privato.

Nel 1988, giusto per capire di cosa stiamo parlando, le aziende giapponesi rappresentavano il 51% delle vendite di semiconduttori a livello mondiale. Questo traguardo probabilmente non sarà più raggiungibile. Ma il Giappone intende comunque rientrare in pista nel migliore dei modi.

Il ruggito del Giappone sui semiconduttori

Nel 2023 il governo di Fumio Kishida ha sostenuto nuovi piani strategici e offerto un ampio sostegno volto a potenziare il settore dei semiconduttori. Le autorità hanno ad esempio dirottato i loro sforzi nella creazione di Rapidus, una startup alimentata da 510 milioni di dollari di sovvenzioni statali e con il contributo di grandi aziende, come Toyota, Sony, Kioxia, NEC, NTT, Softbank e Denso, ciascuna delle quali ha messo a disposizione 6,8 milioni di dollari. L’obiettivo è presto detto: creare un campione nazionale per raggiungere la produzione in serie dei chip a 2 nanometri (nm) della statunitense IBM in silicio entro la seconda metà di del decennio.

Di pari passo, a colpi di spese roboanti e accordi stratosferici, il Giappone sta cercando di attirare nel Paese i grandi colossi del settore, come ASML Holding e Taiwan Semiconductor Manufacturing (TSMC), Samsung Electronics. In questo modo il Paese asiatico, rimasto indietro rispetto ai campioni dei semiconduttori di almeno un ventennio, spera di ridurre il gap con la concorrenza. Certo è che a differenza delle altre nazioni la situazione del Giappone è inoltre unica, visto che Tokyo non si sta avventurando in acque inesplorate ma che, al contrario, sta cercando di tornare al suo antico splendore.

Sempre nel 2023, a giugno, un fornitore nipponico di materiali semiconduttori ha annunciato che sarebbe stato rilevato da un fondo di investimento, al termine di un accordo dal valore di 6,4 miliardi di dollari. Non ci sarebbe niente di strano in una notizia del genere, se non che gli attori in causa si chiamavano JSR e Japan Investment Corporation (JIC), come riportato dal Financial Times.

Il primo è un fornitore leader dei cosiddetti fotoresist – ovvero prodotti chimici specialistici utilizzati per la stampa di progetti di circuiti su wafer di chip – ai produttori di chip come Samsung Electronics, TSMC e Intel. Il secondo è invece un fondo sostenuto dal governo i cui investimenti sono supervisionati dal Ministero dell’Economia, del Commercio e dell’Industria (Meti), lo stesso ramo interventista dell’esecutivo nipponico che ha dettato e realizzato la politica industriale del Giappone durante la straordinaria ripresa economica postbellica.

Una mossa strategica

Il Giappone deve affrontare sfide significative — dall’arruolamento del personale specializzato alla necessità di continui investimenti — se vorrà veramente provare a rivendicare il suo dominio passato del settore dei semiconduttori. Come ha fatto notare il Japan Times, più che un semplice tentativo di riconquistare glorie passate, la spinta di Tokyo dipende però anche (e soprattutto) dall’impulso proveniente dagli Stati Uniti, intenzionati a collaborare con i loro partner per limitare le capacità di chipmaking della Cina. L’amministrazione Biden, tra l’altro, ha attuato una serie di restrizioni sulle esportazioni tecnologiche cinesi, e ha messo in atto correttivi per modificare le catene di approvvigionamento connesse ai chip.

Una domanda chiave per capire se il Giappone riuscirà nell’intento riguarda gli investimenti privati. Mentre il governo ha fornito ampi finanziamenti iniziali per sostenere lo sviluppo del settore, resta da capire quali intenzioni avranno le aziende nazionali. Il Paesei asiatico deve inoltre fare i conti con la concorrenza di Taiwan e Corea del Sud. L’amministrazione Kishida ha gettato le basi per una fantomatica rinascita, è vero, ma il citato settore privato nipponico sarà in grado di cogliere la palla al balzo per contribuire ad alimentare l’ascesa nazionale?