L’inutile vittoria di Macron sulla riforma delle pensioni

Andrea Muratore

04/10/2023

L’idea che esce dal confronto mediatico nostrano è il fatto che in Francia si andasse indistintamente in pensione a 62 anni. Ma la realtà è un’altra. Con pesanti esiti sulla presidenza Macron.

L’inutile vittoria di Macron sulla riforma delle pensioni

Guardando alla Francia, a un primo occhio si può pensare che l’onda lunga delle proteste primaverili sulla riforma delle pensioni sia rientrata e che Emmanuel Macron abbia vinto. Il capo dello Stato è riuscito, usando il “canguro” costituzionalmente garantito all’esecutivo, a blindare dal confronto in Parlamento il governo di Elizabeth Borne, priva di maggioranza, applicando l’articolo 49.3 che permette a una legge di passare spedita come decreto presidenziale.

La spallata di Macron e i suoi effetti

Ebbene, la spallata di Macron sembra aver resistito alla piazza e, quasi cinque mesi dopo, la riforma è legge. E questo non è scontato quando in Francia si parla di pensioni. Quando il presidente gollista Jacques Chirac provò una mossa analoga nel 1995, gli scioperi paralizzarono il Paese. La marea montante della piazza lo costrinse, complice l’irrigidimento del Partito Socialista, ad accantonare il progetto e a rivoluzionare completamente il governo del premier Alain Juppe; un anno e mezzo dopo gli elettori hanno punito duramente la maggioranza presidenziale costringendo Chirac a nominare un premier di coabitazione, il socialista Lionel Jospin.

La riforma alla prova della piazza

Emmanuel Macron ha resistito alla protesta della piazza e ha centrato l’obiettivo di aumentare l’età minima della pensione da 62 a 64 anni, mentre a marzo con il sostegno di parte della destra di Les Republicains il suo governo di minoranza è sopravvissuto per il rotto della cuffia a due mozioni di sfiducia. Il progetto riformatore è passato e la protesta della Sinistra guidata dalla Nuova Unione Popolare Ecologista e Socialista (Nupes) di Jean-Luc Mélenchon, terzo alle presidenziali 2022, non ha formalmente avuto successo. Ma questo non significhi automaticamente che Macron l’abbia avuta vinta.

In primo luogo, infatti, spesso i governi francesi sono chiamati a fare dietrofront alla prova dei fatti di fronte alla necessità di venire a patti con l’applicazione concreta di una legge e le sue conseguenze. “Nel 2006 le proteste in tutto il paese hanno costretto Dominique de Villepin, allora primo ministro, a revocare le nuove regole del lavoro per i giovani anche dopo che erano state scritte in legge”, scrive l’Economist.

La presidenza napoleonica

In secondo luogo, va sottolineato il fatto che Macron ha sdoganato attivamente l’uso dell’Articolo 49.3 per blindare la premier di cartapesta della maggioranza presidenziale di Reinassance, la sua coalizione centrista e liberaldemocratica. Borne ad oggi sembra un “parafulmine” di Macron, che dall’Eliseo usa l’eredità politica dei vecchi decreti regi per normare la politica, rilanciando quell’immagine di presidente “napoleonico” e distante dalle regole democratiche che troppo spesso ha condizionato la sua immagine.

Sulla prima bozza di Legge di Bilancio, ad esempio, per evitare sorprese Macron ha di nuovo invocato l’articolo 49.3 per accelerare il passaggio di una manovra centrata su ampi investimenti in Difesa e transizione energetica da un lato e nuovi ritocchi al welfare in senso restrittivo dall’altro. Il duo Macron-Borne, nota Le Monde, ha invocato da maggio 2022 a oggi la norma ben dodici volte, tante quante quelle a cui avevano fatto ricorso complessivamente i primi ministri dal 1995 al 2022.

Una riforma che aliena le classi popolari e spinge sinistra e Le Pen?

Infine, il governo di Macron, fondato su un centro sempre più spostato a destra, rischia di aver creato un precedente destinato a aprire un solco in termini di divisionismo politico. Di cui la sinistra e la finora più silente destra radicale possono approfittare.

Macron e il suo Ministro dell’Economia Bruno Le Maire giustificano la riforma con una ratio semplice: la Francia deve riformare le pensioni per il combinato disposto tra aumento dell’aspettativa di vita e tassi di natalità decrescenti che mettono a rischio il sistema. Ma la riforma rischia di creare solchi e trincee di odio perché percepita come penalizzante verso i lavoratori delle classi economicamente e socialmente più deboli.

Lo ha spiegato bene la corrispondente Rai da Parigi Giovanna Botteri parlando con InsideOver sulla ratio della riforma: “La Francia”, notava Botteri, ha già oggi tra i Paesi europei “il più alto numero di anni richiesti per andare in pensione, che sono generalmente 42-43 anni”, e genericamente, complici le dinamiche di vita legate a studio, precariato giovanile e via dicendo, “a 62 anni, con 42 anni di contributi, andavano pochissime persone in pensione”, di fatto essenzialmente “coloro che avevano iniziato a lavorare giovani svolgendo i lavori più usuranti. L’idea che esce dal confronto mediatico nostrano è invece il fatto che in Francia si andasse indistintamente in pensione a 62 anni. Ma la realtà dei fatti è che con questa riforma la Francia ha tolto il concetto di lavoro usurante, unendo coloro che lavorano come spazzini o operai nelle acciaierie e coloro che svolgono professioni come quella di avvocato e notaio nello stesso sistema pensionistico”. Dunque una riforma che la Nupes e, sul fronte opposto, la destra di Marine Le Pen avrà gioco facile nel far passare, senza aver tutti i torti, come radicalmente elitista.

I sondaggi per le Europee, non a caso, danno il Rassemblement National della Le Pen e la Nupes, unione di una coalizione che va dal Partito Socialista a La France Insoumise di Mélenchon, appaiati in testa tra il 25 e il 27% dei consensi, dai quattro ai cinque punti sopra Renaissance, data al 21-22% in media. Un dato politico fondamentale che mostra la disaffezione generale verso la seconda presidenza Macron. Al cui interno molti papabili candidati all’Eliseo per il 2027 potrebbero iniziare a puntare i piedi qualora il presidente decidesse di sdoganare la sua agenda riformatrice in pieno prescindendo dal nodo dei consensi visto l’esaurimento del mandato. Una sfida che porterà le voci critiche dell’Eliseo a amplificarsi. Con effetti potenzialmente dirompenti sulla politica transalpina.