L’inflazione che i mercati davano ormai per domata torna a far paura, e questa volta non ha bisogno di una recessione per restare in circolazione. Il sondaggio trimestrale diffuso da Reuters il 27 ottobre, condotto su oltre 500 economisti in 50 economie, descrive un mondo che continua a crescere mentre i prezzi si rifiutano di scendere, una combinazione che per chi investe può rivelarsi più insidiosa della classica frenata.
Per il 2027 le previsioni di inflazione sono state ritoccate verso l’alto in 31 economie su 50, e in 15 dei 21 Paesi sviluppati coperti dall’indagine. Nell’arco di tre sondaggi la mediana è salita di mezzo punto percentuale nell’Eurozona, di 0,7 punti nel Regno Unito e di 0,2 negli Stati Uniti. Nello stesso tempo gli economisti hanno alzato le stime di crescita globale al 3,0% per il 2026 e al 3,2% per il 2027, contro il 2,9% e il 3,1% indicati a luglio.
Il barile e i data center spingono dalla stessa parte
A sostenere i prezzi sono due forze di natura opposta che, per una volta, remano nella stessa direzione. Da un lato c’è l’energia. Il greggio viaggia sopra i 100 dollari al barile dal 7 ottobre e la settimana scorsa ha superato i 117 dollari, il livello più alto degli ultimi sei mesi, con un rincaro di oltre il 60% da quando, circa otto mesi fa, è cominciata la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Ogni barile che costa di più toglie potere d’acquisto alle famiglie e margini alle imprese, e prima o poi finisce nei listini di beni che con il petrolio sembrano non avere nulla a che fare.
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Dall’altro lato c’è l’intelligenza artificiale, che dall’anno scorso ha richiamato investimenti per oltre 1.000 miliardi di dollari in tutto il mondo ed è diventata, secondo il sondaggio, il principale motore della crescita americana. Data center, chip e reti elettriche sostengono la domanda proprio mentre l’offerta di energia si restringe, ed è da questo incastro che nasce un’inflazione capace di convivere con la crescita invece di spegnerla.
Tra gli economisti interpellati la preoccupazione è esplicita. Janet Henry, capo economista globale di HSBC, ha spiegato di essere tornata a temere seriamente l’inflazione e ha avvertito che più il conflitto in Medio Oriente si prolunga, più diventa probabile un aumento dei prezzi non solo elevato ma anche duraturo. Per Seth Carpenter, capo economista globale di Morgan Stanley, il quadro si è fatto più complicato perché il caro energia comincia a farsi sentire anche sull’inflazione di fondo, quella che esclude le voci più volatili e che le banche centrali osservano con maggiore attenzione.
Banche centrali pronte a stringere ancora
Finora la maggior parte delle banche centrali ha alzato i tassi poche volte o non li ha toccati affatto, ma il sondaggio non esclude nuovi rialzi se le pressioni sui prezzi dovessero allargarsi. La BCE si è già mossa due volte nel corso del 2026, portando il tasso sui depositi al 2,50%, e un’inflazione che si annida nei prezzi dei servizi renderebbe difficile a Francoforte, come a Washington e a Londra, tornare presto sui propri passi. Lo scenario di tassi elevati più a lungo del previsto, che sui mercati si riassume nella formula
higher for longer
, smette così di essere un’ipotesi da convegno.
Una parte del lavoro, del resto, l’hanno già fatta i mercati. La recente ondata di vendite sui titoli di Stato ha spinto in alto i rendimenti e irrigidito le condizioni finanziarie anche senza interventi delle banche centrali. In Italia lo si è visto nell’asta del 13 ottobre, quando il Tesoro ha collocato 7 miliardi di euro di BTP con rendimenti fino al 4,84%.
Chi rischia di più tra i bond
Per chi ha in portafoglio obbligazioni a lunga scadenza la lezione è nota ma non per questo meno dolorosa. Quando i rendimenti salgono, i prezzi dei titoli già in circolazione scendono, e la discesa è tanto più ripida quanto più lontano è il rimborso. Se l’incertezza su guerra ed energia dovesse protrarsi, gli investitori potrebbero inoltre pretendere un compenso aggiuntivo per prestare denaro a dieci o trent’anni, rendendo la curva dei rendimenti più inclinata. A pagarne il prezzo sarebbero sia chi detiene quei titoli, esposto a nuove perdite in conto capitale, sia gli Stati che devono rifinanziare il proprio debito a costi più alti.
Il rovescio della medaglia riguarda chi compra oggi. Rendimenti vicini al 4% sui titoli di Stato italiani a medio termine tornano a offrire un cuscinetto che negli anni dei tassi a zero non esisteva, purché si scelga una scadenza coerente con il momento in cui il capitale servirà davvero.
Azioni, una Borsa a due velocità
Sui listini azionari il caro energia e il costo del denaro non colpiscono tutti allo stesso modo. Con il barile sopra i 100 dollari, produttori di petrolio, gas e metalli industriali incassano flussi di cassa che pochi altri settori possono permettersi, e restano tra i pochi a trarre vantaggio diretto dallo scenario descritto dagli economisti.
Più articolata è la posizione dei grandi gruppi tecnologici. I tassi alti pesano sulle valutazioni delle società di crescita, i cui utili sono proiettati lontano nel tempo, ma chi guida gli investimenti nell’intelligenza artificiale e dispone di montagne di liquidità ha meno bisogno di indebitarsi e può continuare a spendere anche quando il credito si fa caro.
Assai meno protette appaiono le aziende che vivono dei consumi non essenziali, dall’abbigliamento ai viaggi fino all’arredamento. Quando bollette e carburante assorbono una fetta crescente del bilancio familiare, sono queste le prime spese a essere rinviate, con un doppio danno per le imprese del settore, che vendono meno proprio mentre i costi salgono. In fondo alla fila si collocano le piccole società e quelle molto indebitate, costrette a rifinanziare prestiti in scadenza a tassi ben più alti di quelli che avevano ottenuto qualche anno fa, con margini già sottili che rischiano di assottigliarsi ulteriormente.
Dollaro e oro, rifugi con qualche crepa
Anche i porti tradizionalmente sicuri non sono al riparo da sorprese. Il dollaro tende a rafforzarsi quando alle tensioni in Medio Oriente si sommano energia cara e un’economia americana che cresce più di quella europea e dei Paesi emergenti costretti a importare petrolio, e un biglietto verde più forte rende il greggio ancora più caro per chi lo paga in euro.
L’oro trova nell’inflazione alta e nella guerra due alleati naturali, ma ha anche un avversario meno visibile. Il metallo giallo non paga cedole né dividendi, e quando i titoli di Stato tornano a offrire rendimenti reali interessanti, tenerlo in portafoglio ha un costo che prima non c’era. Il risultato è un percorso meno lineare di quello che la sola paura dei mercati lascerebbe immaginare.
Cosa tenere d’occhio
Il sondaggio resta una fotografia delle attese, non una sentenza, e basterebbe una tregua credibile in Medio Oriente per riportare il barile sotto i 100 dollari e sgonfiare buona parte delle tensioni sui prezzi. Finché il greggio resta su questi livelli e gli investimenti nell’intelligenza artificiale continuano a correre, però, chi ha in portafoglio titoli a lunga scadenza o società molto indebitate farebbe bene a chiedersi quanto possa reggere un mondo in cui il costo del denaro non torna a scendere.
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