Costruito per vent’anni, chiuso dopo Chernobyl, oggi ospita altalene e alberghi: il paradosso del reattore di Kalkar.
Sulle rive del Reno, nella piccola città tedesca di Kalkar, sorge un edificio che racconta meglio di qualsiasi altro la parabola dell’energia nucleare europea. Si tratta di un reattore completo, collaudato, tecnicamente pronto a entrare in funzione, che però non ha mai ricevuto un solo grammo di combustibile e non ha mai prodotto un singolo chilowattora di elettricità. Oggi, al suo posto, ci sono altalene e montagne russe di un parco divertimenti.
Un progetto nato dalla crisi petrolifera
Questa storia inizia nel 1972, in piena crisi petrolifera mondiale, quando Germania, Belgio, Paesi Bassi e Regno Unito decidono di puntare su una tecnologia nucleare d’avanguardia: il reattore autofertilizzante veloce raffreddato a sodio, conosciuto come SNR-300 (Schneller Natriumgekühlter Reaktor). L’idea era affascinante sulla carta: un impianto capace di produrre più combustibile fissile, sotto forma di plutonio, di quanto ne consumasse, riducendo drasticamente la dipendenza dall’uranio importato. Il costruttore, Interatom, all’epoca controllata dal gruppo Siemens, avviò i lavori alla fine del 1973 con l’obiettivo di generare 327 MW.
Il cantiere era enorme: furono impiegati 250.000 metri cubi di cemento e 58.000 tonnellate di acciaio, l’equivalente della struttura metallica di circa 20 Torri Eiffel. Il complesso finale occupava una superficie pari a 80 campi da calcio, con abbastanza cavi elettrici da poter circondare due volte l’intero pianeta. Fin dalla posa della prima pietra, però, il progetto incontrò un’opposizione crescente. Nel 1974 circa 10.000 persone manifestarono contro il cantiere, mentre nel 1977 la protesta esplose definitivamente con oltre 40.000 partecipanti.
I lavori, inizialmente previsti in tempi molto più brevi, subirono continui ritardi. Quando la costruzione venne finalmente completata, nel 1985, il tempismo si rivelò drammatico. Pochi mesi dopo, nell’aprile del 1986, avvenne infatti il disastro di Chernobyl. L’opinione pubblica tedesca, già segnata da anni di proteste contro il nucleare, non era più disposta ad accettare il caricamento del nocciolo del reattore. Per cinque anni l’impianto rimase operativo soltanto sulla carta: tecnicamente era pronto a funzionare, ma politicamente era ormai condannato. La sola manutenzione costava circa 50 milioni di euro all’anno e impiegava 220 persone, un’intera squadra incaricata di sorvegliare un reattore che non avrebbe mai prodotto un solo chilowattora di energia.
Il 21 marzo 1991 venne posta la parola fine al progetto. Il ministro della Ricerca tedesco annunciò la cancellazione definitiva dopo quasi vent’anni di scontri politici. Il conto finale fu impressionante: circa 4 miliardi di euro spesi per un impianto che non funzionò nemmeno per un minuto.
Da centrale nucleare a parco divertimenti
Qualche anno dopo, l’imprenditore olandese Hennie van der Most intuì un’opportunità dove altri vedevano soltanto un fallimento. Acquistò il sito per una cifra che alcune fonti stimano intorno ai 3 milioni di euro e decise di non demolire quasi nulla, integrando le strutture esistenti in un progetto completamente nuovo: Wunderland Kalkar, un parco divertimenti.
La torre di raffreddamento, alta 42 metri, venne ricoperta da un murale raffigurante un paesaggio alpino innevato. La sua parete in cemento fu trasformata in una parete d’arrampicata alta 40 metri, mentre all’interno, dove un tempo avrebbe dovuto scorrere il vapore destinato a generare elettricità, oggi si trova un’altalena gigante alta 58 metri. Gli edifici destinati alle turbine e il reattore ospitano alberghi, quattro ristoranti e otto bar. Oggi il parco richiama circa 600.000 visitatori all’anno e impiega fino a 550 persone durante l’alta stagione.