In molte fabbriche australiane stanno comparendo coltivazioni di girasoli. Ecco a cosa servono e perché dovremmo prendere esempio
La questione delle bonifiche dei terreni industriali è una delle più complesse che i Governi devono affrontare. In giro per il mondo ci sono centinaia di enormi fabbriche ormai dismesse che hanno “infettato” con sostanze inquinanti i terreni su cui sono sorte.
Bonificarle, però, richiede competenze di altissimo livello, spesso difficili da trovare, e moltissimo denaro. Ma per fortuna la scienza ha scoperto che esiste una soluzione al problema completamente naturale e molto facile da utilizzare: le piante di girasole.
Scopriamo perché e come l’Australia le sta usando con successo in alcuni ex siti siderurgici.
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Perché proprio il girasole?
Il fitorisanamento è una strategia di bonifica che sfrutta le capacità di alcune specie vegetali di assorbire gli inquinanti accumulati nel terreno, nell’aria e nell’acqua, in particolar modo i metalli pesanti.
Tra le piante più usate per questa tecnica ci sono i comuni girasoli e la scelta non è casuale. Il girasole cresce velocemente, ha radici che vanno molto in profondità e incredibili capacità di assorbimento delle sostanze presenti nei terreni.
La scienza conferma le capacità di bonifica dei girasoli
Le straordinarie doti dei girasoli sono state recentemente confermate dalla scienza. Uno studio comparso su PLOS ONE ha confermato che queste piante, almeno in situazioni controllate, hanno una enorme capacità di accumulare lo zinco e sono in grado di assorbire nichel, cadmio e arsenico distribuendoli sulle foglie e sui fiori.
Ma non solo. La ricerca ha anche valutato la possibilità di gestire le parti contaminate con processi di saccarificazione enzimatica, per inserire il fitorisanamento in un’ottica complessiva di economia circolare.
L’Australia sta testando le capacità dei girasoli sul campo
La buona notizia, dal punto di vista operativo, è che l’Australia sta testando il metodo sul campo con ottimi risultati.
L’University of Technology Sydney in collaborazione con l’University of Newcastle sta utilizzando i girasoli e altre piante per bonificare un ex fabbrica siderurgica di Newcastle. Un progetto dai costi infinitamente più bassi rispetto a quelli delle bonifiche “tradizionali” e che, se porterà ai risultati sperati, potrà essere riproposto anche in contesti urbani degradati e in zone residenziali in cui sarebbe molto difficile intervenire.
Come funziona la bonifica con i girasoli e quali sono le possibili criticità
Il sistema è semplice ed efficace. I girasoli vengono piantati in terreni ricchi di metalli pesanti e durante la crescita le loro radici assorbono gli inquinanti presenti negli stati più superficiali del suolo.
Una volta mature, le piante vengono raccolte e poi smaltite per evitare che le sostanze pericolose tornino a infettare il terreno.
Per quanto promettente, questa tecnica richiede spese per il monitoraggio costante e presenta un’incognita: quella dello smaltimento delle biomasse inquinate. I vegetali inquinati, una volta rimossi, devono essere gestiti con procedure adeguate e spesso costose.
Il fitorisanamento, quindi, è molto efficace nei terreni con livelli di contaminazione medio-bassa ma non può “esistere” senza analisi accurate dei suoli, senza opere puntuali di monitoraggio e senza strumenti adeguati per lo smaltimento dei materiali contaminati.
Quello che è sicuro, però, è che è un meccanismo estremamente economico e promettente che se inserito in un sistema virtuoso può diventare una risposta efficace ai problemi economici e ambientali legati alle bonifiche industriali.
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