Mentre lo spread BTP-Bund sale e i rendimenti dei titoli di Stato italiani ti tengono sveglio la notte, c’è un angolo del mercato obbligazionario che sta facendo esattamente l’opposto: sta volando. Non è sui giornali. Non è nelle raccomandazioni delle banche. Non è nel portafoglio del risparmiatore medio italiano. Ma i numeri parlano chiaro: performance del +3% da gennaio, rendimenti complessivi tra il 6% e l’8%, e una resilienza distintiva.
Il problema? Molto probabilmente nessuno te ne ha mai parlato. E c’è una ragione precisa.
La categoria dimenticata
Si chiamano high yield emergenti e fallen angels. Nomi che suonano esotici, forse pericolosi. Ma i dati raccontano un’altra storia. Mentre i BTP a 10 anni hanno perso terreno con i rendimenti saliti dal 3,5% al 4,1% in due mesi, fondi specializzati come l’Amundi Emerging Markets Bond hanno guadagnato quasi il 3% da gennaio. Il VanEck Global Fallen Angel High Yield Bond ha fatto il +2,9%. Stesso periodo, stesso mercato in fiamme per la guerra in Iran. Eppure loro hanno tenuto.
Anzi, hanno sovraperformato.
I primi dieci fondi obbligazionari per performance nel 2026 hanno una media del +2%. A un anno, +8,3%. E la maggior parte sono concentrati su credito emergente e high yield speculativo.
Il segreto dei fallen angels
E ti dirò di più: i fallen angels, obbligazioni societarie declassate da investment grade a high yield, potrebbero aver sovraperformato il mercato globale dell’high yield in 15 degli ultimi 20 anni. È un’opportunità che potrebbe esistere da sempre. Ma che in Italia quasi nessuno sfrutta. Perché?
Semplice: abitudine. L’investitore italiano medio ha il portafoglio obbligazionario concentrato. È una scelta comprensibile.
Eppure dipende da che punto di vista analizzi la situazione, che tutto cambia. Le obbligazioni societarie high yield dei mercati emergenti potrebbero offrire esposizione a grandi economie in forte crescita, che stanno diventando progressivamente più indipendenti nella definizione delle politiche monetarie e fiscali.
Tradotto: mentre l’Europa rischia la stagflazione e gli USA combattono con l’inflazione energetica, Paesi come Cina, India, Uzbekistan stanno crescendo. E le loro aziende emettono bond con rendimenti tra il 6% e l’8%. Certo, il rischio di credito è più alto.
Il confronto che cambia tutto
Ma attenzione. Facciamo un confronto diretto. Un BTP a 10 anni oggi rende il 4,1% lordo. Togli il 12,5% di tassazione, arrivi al 3,59% netto. Sottrai l’inflazione attesa al 3-4%, e il rendimento reale potrebbe essere quasi zero o negativo.
Un fondo di high yield emergenti rende il 6-8% lordo. Anche togliendo il 26% di tassazione (più alta perché non sono titoli di Stato), arrivi al 4,4-5,9% netto. Con inflazione al 3%, il rendimento reale potrebbe oscillare tra l’1,4% e il 2,9%.
C’è quindi uno spread che non è regalato: sarebbe frutto di un premio al rischio maggiore.
Il rischio di credito: cosa significa davvero
Un rischio derivante dal cosiddetto rischio di credito. In parole semplici: la probabilità che l’emittente non riesca a pagare gli interessi o rimborsare il capitale a scadenza. Nei mercati emergenti, questo rischio è statisticamente più elevato. Le economie possono essere più volatili. Le valute meno stabili. I sistemi legali meno tutelanti per i creditori.
Questo si traduce in tassi di default storicamente superiori rispetto ai bond investment grade dei Paesi sviluppati. Secondo le analisi di mercato, il tasso di default medio annuo per l’high yield globale potrebbe oscillare tra l’1,5% e il 3%, contro lo 0,1-0,3% dell’investment grade. Nei mercati emergenti, in fasi di stress, questo numero potrebbe salire ulteriormente.
Quindi il rischio di prendere proprio l’obbligazione che va in default aumenta. E con essa, la possibilità di perdita in conto capitale. Se compri un singolo bond di una società emergente e quella società fallisce, potresti perdere l’intero capitale investito. È un rischio concreto.
La diversificazione come antidoto
Ma qui entra in gioco la logica della diversificazione. Un ETF o un fondo obbligazionario high yield emergenti non investe in una singola obbligazione. Ne contiene centinaia e migliaia. Il VanEck Fallen Angel, per esempio, potrebbe avere in portafoglio oltre 200 titoli diversi. L’Amundi Emerging Markets Bond potrebbe superare i 300.
Cosa significa? Che se una di quelle obbligazioni va in default, l’impatto sul fondo è limitato. Poniamo che un fondo abbia 300 posizioni equi-pesate. Ogni obbligazione pesa circa lo 0,33% del totale. Se una va in default e perdi il 100% di quel capitale, la perdita complessiva del fondo sarebbe dello 0,33% e in teoria non del 100% del tuo investimento.
La diversificazione, quindi, trasforma un rischio individuale elevato in un rischio complessivo gestibile. Non lo elimina. Lo diluisce. E lo compensa con un rendimento medio atteso più alto rispetto ai titoli di Stato europei.
leggi anche
Questi 3 titoli pagano dividendi da oltre 50 anni. E potrebbero farlo ancora per altri 50
Il vero confronto: rischio/rendimento
Ecco perché la logica sta nella diversificazione. Non si tratta di puntare tutto su un bond emergente. Si tratterebbe di inserire nel portafoglio una quota di strumenti che, grazie alla loro natura diversificata, potrebbero offrire un extra-rendimento rispetto ai titoli di stato, compensando adeguatamente il rischio aggiuntivo.
Certo, la volatilità potrebbe essere maggiore. In fasi di stress di mercato, questi fondi potrebbero soffrire più dei titoli di Stato. Ma nel medio-lungo termine, il carry (la cedola) e il potenziale di apprezzamento in conto capitale potrebbero compensare ampiamente le oscillazioni di breve.
Allora perché nessuno te ne parla? L’investitore italiano medio preferisce strumenti familiari. Ma i numeri, alla fine, parlano da soli. E potrebbero raccontare una storia diversa da quella che ti è stata venduta fino a oggi.