Il prezzo del Bitcoin crolla sotto gli $80.000. È l’inizio della fine?

Tommaso Scarpellini

3 Febbraio 2026 - 16:51

Bitcoin scende verso una rottura tecnica che potrebbe nascondere qualcosa di diverso da ciò che il prezzo suggerisce.

Ora Bitcoin preoccupa davvero. La rottura ribassista dei $80.000 non è solo un numero che salta. È un livello simbolico, psicologico, osservato da tutti. E quando un livello così viene violato, il mercato non fa finta di niente.
Bitcoin ora lotta sui minimi, in una zona scomoda, dove la narrativa diventa fragile e il dubbio prende spazio. Ma il punto è un altro_ è davvero l’inizio di qualcosa di peggio, oppure siamo davanti a un classico caso di falsa rottura, quella che in gergo tecnico viene definita bear trap? La domanda è più che legittima ed è proprio qui che le cose diventano interessanti.

La divergenza che non torna

C’è un elemento che oggi pesa più di altri e che rende il movimento di Bitcoin difficile da leggere in modo superficiale: la convergenza con l’oro. Per mesi Bitcoin è stato raccontato come oro digitale: un asset scarso, non manipolabile, protetto dall’inflazione e dalla svalutazione monetaria. Ma ora qualcosa si è incrinato. L’oro ha corretto in modo deciso e Bitcoin non solo ha seguito il movimento al ribasso. La correlazione suggerisce un legame: il problema è che questo legame, razionalmente, non regge fino in fondo.

Se l’oro corregge perché cambiano le aspettative macro, perché Bitcoin dovrebbe seguirlo automaticamente? E soprattutto perché dovrebbe farlo in modo più violento? Qui nasce il primo campanello d’allarme. Non tanto per il ribasso in sé, ma per la struttura della narrativa che lo accompagna.

Perché l’oro sta scendendo davvero

Partiamo dall’oro, perché è da lì che molti stanno cercando una spiegazione. Il calo dell’oro viene attribuito a un ridimensionamento delle aspettative di inflazione e di deficit negli Stati Uniti. L’arrivo del nuovo presidente della Fed, noto per posizioni considerate più accomodanti, ha paradossalmente prodotto un effetto opposto. Il mercato ha iniziato a prezzare uno scenario meno inflattivo, con una politica monetaria che, almeno nel breve, non necessita di ulteriori accelerazioni espansive.
In questo contesto, vendere oro ha una sua logica.

Se l’inflazione attesa scende, l’hedge inflazionistico perde appeal. Fin qui il ragionamento fila, ma estendere questa logica a Bitcoin è un salto concettuale che merita attenzione.

Bitcoin non è un’azione e non è un’obbligazione

Il vero nodo è questo: Bitcoin non ha utili e non genera flussi di cassa, o non distribuisce dividendi. Non può essere valutato come un’azione: allo stesso tempo non è nemmeno un’obbligazione, perché non paga cedole e non ha un valore di rimborso.
Bitcoin è un asset monetario atipico, la cui dinamica principale è legata alla liquidità globale.

Quando il mercato vende Bitcoin perché vende le azioni, sta implicitamente assumendo che Bitcoin sia un asset risk on puro.
Storicamente Bitcoin ha mostrato una correlazione crescente con gli indici azionari, soprattutto con il Nasdaq. Ma questa correlazione non è strutturale, è ciclica e dipende dalla fase monetaria.

Bitcoin beneficia dell’espansione monetaria non perché prometta crescita, ma perché la sua offerta è finita: più liquidità circola nel sistema, più un asset a offerta rigida tende ad apprezzarsi in termini di market cap.
Se i tassi restano alti e il credito diventa meno accessibile, la domanda marginale si riduce. Ed è questo il vero driver, non gli utili che Bitcoin non ha.

La rottura dei $80.000 e il cambio di sentiment

La chiusura sotto i $80.000 è quindi rilevante.
È un livello numerico che agisce come spartiacque psicologico e molti lo interpretano come l’inizio di territori negativi, soprattutto se accompagnato da un peggioramento del sentiment. Ed è qui che il rischio aumenta, perché il sentiment tende a muoversi per eccessi.

Quando il consenso inizia a convergere su uno scenario negativo, il mercato spesso smette di seguire la logica e inizia a seguire la liquidità. Ed è proprio in questi momenti che nascono le trappole.
Si tratta di una bear trap oppure l’inizio della fine?

Definire questo movimento come una bear trap non è una certezza, ma nemmeno un’ipotesi campata in aria. Una bear trap si verifica quando il prezzo rompe un supporto chiave, attira vendite aggressive e posizioni short, per poi invertire violentemente, lasciando intrappolati i venditori.

La domanda cruciale è questa. Ha davvero senso ipotizzare uno scenario di forte e duraturo restringimento monetario oggi? Le dichiarazioni politiche vanno in una direzione opposta. Trump ha parlato apertamente di stimoli fiscali record a partire dal 2026, tra il cosiddetto Beautiful Bill e il Job Act 2.0. Questo significa deficit più elevato, maggiore emissione e inevitabilmente maggiore pressione sul sistema monetario.

Nel frattempo, pur con una Fed formalmente restrittiva, i tassi sui mutui stanno scendendo. Non perché il mercato creda a un taglio imminente dei Fed Funds, ma perché il governo sta intervenendo direttamente sul mercato acquistando MBS. Questo è stimolo monetario indiretto. Non dichiarato, ma reale.
In questo contesto, lo scenario di liquidità estremamente restrittiva appare meno solido di quanto il prezzo di Bitcoin stia suggerendo.

Ricerca di liquidità o cambio di regime

Un’altra interpretazione possibile è che il movimento sotto i $80.000 non sia l’inizio di un nuovo bear market, ma una semplice ricerca di liquidità. Il mercato spesso rompe livelli chiave per attivare stop, assorbire ordini e riequilibrare il posizionamento. Questo processo non è misurabile con certezza, né verificabile in tempo reale. Ma è una dinamica ricorrente nei mercati maturi.
Bitcoin oggi si trova esattamente in questa zona grigia. Dove il rischio esiste, ma la narrativa dominante potrebbe essere più fragile di quanto sembri.