Il piano di Macron per superare l’impasse dopo le elezioni in Francia

Guido Salerno Aletta

8 Agosto 2024 - 10:41

L’obiettivo di Emmanuel Macron è dunque di andare avanti con un semplice allargamento numerico della sua precedente maggioranza, senza cedere su nulla e con nessuno.

Il piano di Macron per superare l’impasse dopo le elezioni in Francia

I dolci si servono a fine pasto, prima di fare i conti, a settembre: e la politica francese è davvero come la crème brûlée, in questa estate olimpica che vede Parigi al centro di un’attenzione mediatica assai discontinua per le tante vicende che infiammano sempre di più le relazioni internazionali, dal Venezuela all’Iran.

La sfolgorante cerimonia di inaugurazione sulla Senna ha offerto al Presidente Emmanuel Macron uno scenario da incontrastato protagonista: epperò, in una sorta di metafora della pasticceria tradizionale, sotto questa crosta ruvida e croccante di zucchero caramellato si nascondono i sapori setosi di una crema fatta di uova e panna. Il macronismo, tanto sottile sotto il profilo del consenso popolare quanto duro a cedere il potere, cela la ben più sostanziosa opposizione sociale, fatta dalle due componenti della sinistra unita che ha conquistato la maggioranza relativa e dal Rassemblement National che non ha ancora metabolizzato questa sonora sconfitta al ballottaggio, mentre già pregustava di mostrarsi finalmente vincente. Marine Le Pen aveva pensato invece ad una partita a due con la sinistra, ad una sorta di tarte Tatin con le mele della destra messe finalmente in bella mostra quando la teglia viene capovolta, dopo essersi caramellate a lungo sul fondo.

I risultati sportivi coprono il vuoto apparente del dibattito politico: vengono rappresentati come altrettanti fuochi d’artificio, destando meraviglia per essere tanto sfavillanti quanto effimeri, in una narrazione che ha perso gli storici paradigmi, di quando gli Usa e l’URSS si contendevano il primo posto nel medagliere olimpico. C’è stato pure chi, per nostalgia del confronto geopolitico, ha dimostrato che i Paesi dell’Unione europea sarebbero loro al vertice se solo si fossero presentati con la comune bandiera blu a dodici stelle al posto di quelle nazionali.

La prospettiva di arrivare ad un nuovo governo sostenuto da maggioranza centrista passa innanzitutto dal logoramento delle intese elettorali a sinistra, già palesatesi con la rielezione a sorpresa della candidata di Renaissance Yaël Braun-Pivet che ha beneficiato dei voti determinanti degli ex-ministri candidatisi alle elezioni. La frattura con La France Insoumise di Jean-Luc Melenchon, che pure ha raccolto la più consistente messe di consensi, è l’obiettivo cruciale per raccogliere almeno i voti de La place publique, la formazione riformista che ha raccolto l’eredità di un Partito socialista ormai in liquidazione: ma sotto c’è una questione assai più complessa, che riguarda sia gli incarichi ministeriali che la linea politica da seguire. Sarebbe un’ingenuità imperdonabile offrire un sostegno senza contropartite consistenti ad un nuovo governo presieduto da Gabriel Attal e con una composizione pressochè invariata della compagine ministeriale di vertice, da Gerard Darmanin agli interni a Bruno Le Maire all’economia.

E’ una contrattazione ancor più obbligata per I Repubblicani, che tessono sempre i rapporti con Macron all’ombra della leadership dell’ex-Presidente Nicolas Sarkozy: avendo perduto con Eric Ciotti l’ala pronta a fare l’accordo con il Rassemblement National, rimarrebbero completamente privi di identità e di prospettive autonome. Ma questo è esattamente quanto sperano, per rafforzare il proprio ruolo e spostare a destra l’asse del nuovo governo, tutti coloro che hanno già abbandonato il partito per diventare macronisti o almeno “macron-compatibili”.
L’obiettivo di Emmanuel Macron è dunque di andare avanti con un semplice allargamento numerico della sua precedente maggioranza, senza cedere su nulla e con nessuno: non può accettare né un Primo Ministro designato dalla sinistra unita che ha vinto le elezioni, né tanto meno uno designato dai Repubblicani ridotti ai minimi termini, perché indebolirebbe anche il suo fronte interno, già segmentato in vista della sua successione con una candidatura alle Presidenziali del 2027.

Se nessuno se la sentisse di sostenere un governo-fotocopia, perchè non farebbe altro che mantenere in vita un macronismo che ormai non è più nel cuore dei francesi, non per questo si potrebbe arrivare al muro contro muro, ed alle dimissioni di Macron dimostratosi incapace di arrivare alla formazione di un nuovo governo, con la prospettiva di elezioni presidenziali al buio, sul far dell’autunno, in concomitanza con quelle americane: si preferirebbe il rischio assai più limitato di una impasse all’Assemblea Nazionale presentando un governo senza maggioranza precostituita, con il ritorno non tanto al parlamentarismo caotico e trasformista della Terza e della Quarta Repubblica, ma ad un riassetto di fatto dei poteri a favore del Presidente della Repubblica, tutto giocato sulla prevalenza della politica estera e della difesa che rappresentano un dominio a lui riservato.

Un processo simile a quello che già condusse Luigi Napoleone Bonaparte dalla Presidenza della Repubblica francese al Secondo Impero, fino alla disfatta del 1870 nel conflitto franco-prussiano: anche stavolta, come sempre da allora, da Georges Clemenceau a Philippe Pétain ed a Charles de Gaulle, sarà il contesto internazionale a disegnare il destino della Francia.