Quella del Messico è una delle economie più grandi dell’America Latina. La vicinanza agli Stati Uniti (dazi di Donald Trump permettendo) e i conseguenti e crescenti investimenti cinesi stanno trascinando verso l’alto il pil del Paese. Eppure, per il 2025, nonostante il vento favorevole le previsioni non sono eccellenti come si potrebbe pensare.
La Banca Mondiale ha infatti ipotizzato una crescita del Messico dell’1,5%, mentre la Cepal, la Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi, ha fissato il suo tasso di crescita all’1,2%. In entrambi i casi, il valore previsto è il terzo più basso tra tutte le nazioni della regione, superiore solo a quelli di Haiti e Cuba. Per quale motivo?
C’è chi fa notare un aspetto: il Messico non sta sfruttando appieno la tendenza al nearshoring. Mark Thomas, direttore nazionale della Banca Mondiale per Messico, Colombia e Venezuela, ha spiegato che le multinazionali che si sono trasferite in Messico, proprio a causa della tendenza al nearshoring, generano solo circa lo 0,2% del prodotto interno lordo del Paese.
L’alto funzionario ha citato come cause la disponibilità di acqua, l’approvvigionamento energetico e il costo dei terreni, aggiungendo che anche l’insicurezza, le politiche governative e le riforme costituzionali, in particolare una controversa riforma giudiziaria, compromettono il dossier economico della nazione messicana.
Il nearshoring non basta
José Manuel Salazar-Xirinachs, segretario esecutivo della Cepal, ha fatto notare come il Messico sia particolarmente vulnerabile a causa delle minacce di Trump di imporre tariffe sulle importazioni messicane negli Stati Uniti dopo il suo insediamento come presidente degli Usa.
Ricordiamo che il Messico invia l’84% delle sue esportazioni sul territorio statunitense, e che tra i due vicini esiste un elevato livello di integrazione della catena di fornitura. “Se Trump dovesse applicare solo una tariffa del 10%, allora le esportazioni e gli investimenti ne risentirebbero e vedremo il pil del Messico ridursi dallo 0,8% all’1%”, ha affermato l’analista.
Nel 2024 non sono mancati alcuni segnali positivi che potrebbero, almeno in parte, innescare un processo virtuoso in vista del 2025. La povertà in Messico è diminuita di quasi l’8% durante il mandato dell’ex presidente Andrés Manuel López Obrador mentre il salario minimo giornaliero è praticamente raddoppiato in termini reali, arrivando a circa 250 pesos (12 dollari).
Il Messico punta al lungo periodo
Il Messico, semmai, dovrà essere in grado di gettare solide fondamenta per capitalizzare la propria crescita economica nel lungo periodo. Secondo Pwc, infatti, l’economia messicana diventerà la sesta al mondo da qui al 2050.
Certo, questo Paese può ancora essere considerato in via di sviluppo ma, complice il suo ruolo nell’economia globale, il colosso caraibico diventerà sempre più importante a causa del citato nearshoring. Di cosa stiamo parlando? Di un fenomeno economico che consiste nel portare la produzione delle aziende in Paesi vicini, spesso confinanti con il Paese di destinazione delle merci realizzate.
Proprio le tensioni commerciali tra Usa e Cina hanno spinto numerose società – anche europee – a spostare la loro produzione destinata ai consumatori a stelle e strisce proprio nel suddetto Messico.
L’esempio più evidente coincide con il settore automobilistico, visto che nel 2023 gli investimenti in questo ambito sono raddoppiati su base annua arrivando a 8,5 miliardi di dollari. Non è finita qui, perché il Messico sta attirando investimenti esteri anche per il basso costo della manodopera, oltre che a causa della convenienza logistica. Come detto, gran parte del successo di questo Paese dipenderà – almeno nel breve termine – dai dazi di Trump...