I raid angloamericani contro gli Houthi innervosiscono l’Arabia Saudita

Roberto Vivaldelli

18 Gennaio 2024 - 06:50

Il regno non vuole un’escalation nella regione e intende disimpegnarsi il prima possibile dalla guerra in Yemen: i raid Usa/Uk minano il processo di pace.

I raid angloamericani contro gli Houthi innervosiscono l’Arabia Saudita

Nella guerra nel Mar Rosso tra i ribelli sciiti Houthi e la coalizione a guida angloamericana, l’Arabia Saudita ha deciso di fare un passo di lato.

Come riportato dalla Reuters lo scorso dicembre, secondo alcune fonti anonime, Riyad avrebbe chiesto agli Stati Uniti di mostrare moderazione nel rispondere agli attacchi degli Houthi dello Yemen contro le navi nel Mar Rosso. Una posizione ribadita a seguito dei raid angloamericani delle ultime settimane anche lo scorso 12 gennaio, quando il ministro degli esteri saudita ha chiesto moderazione al fine di “evitare un’escalation” alla luce degli attacchi aerei lanciati da Stati Uniti e Gran Bretagna contro obiettivi legati agli Houthi nello Yemen.

Secondo il Pentagono, gli Houthi hanno condotto 27 attacchi contro navi commerciali dal 19 novembre in rappresaglia all’operazione militare di Israele a Gaza, spingendo i grandi conglomerati marittimi ad abbandonare completamente quelle acque da cui transita il 12% del commercio marittimo mondiale. Il Regno ha sottolineato di monitorare la situazione con “grande preoccupazione”, come ribadito in una nota del ministero degli esteri. “Il Regno sottolinea l’importanza di mantenere la sicurezza e la stabilità della regione del Mar Rosso, poiché la libertà di navigazione in essa è una richiesta internazionale”, ha aggiunto il Ministero.

Perché i sauditi non vogliono un’escalation

Riyad ha condotto una lunga guerra contro gli Houthi dello Yemen, che dura sin dal 2015. Una campagna che si è rivelata estremamente dispendiosa e fallimentare, e non ha impedito ai ribelli sciiti di conquistare la capitale, Sana’a, e di occupare buona parte del Paese. Come già sottolineato su questa testata, il 14 settembre scorso, una delegazione Houthi e un gruppo di diplomatici dell’Oman sono volati a Riyad per colloqui sulla risoluzione del conflitto yemenita: trattasi dei negoziati ufficiali di più alto livello tra Houthi e Arabia Saudita sul suolo del Regno wahabita da quando è iniziata la guerra civile dello Yemen, la più grande catastrofe umanitaria contemporanea prima dello scoppio della guerra a Gaza. Il 20 settembre 2023, funzionari sauditi hanno affermato che la visita aveva prodotto “risultati positivi”. In effetti, per la prima volta, a Riyad, la delegazione Houthi ha incontrato il ministro della Difesa saudita, principe Khalid bin Salman, che si è riferito ai rappresentanti Houthi in visita come “delegazione di Sana’a”, e non come una fazione ribelle. Un riconoscimento formale che prima di allora non c’era mai stato.

Proseguono i colloqui di pace, nonostante tutto

A partire dal marzo 2015, una coalizione di stati del Golfo guidata dall’Arabia Saudita ha lanciato campagna militare - soprattutto impiegando l’aviazione - contro gli Houthi. Secondo il Council of Foreign Relations, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno condotto una campagna aerea incessante mettendo in campo oltre venticinquemila attacchi aerei contro i ribelli. Un’operazione brutale e dispendiosa, che non ha portato a nulla, se non a permettere agli Houthi di acquisire, negli anni, una serie di capacità operative e militari che prima non avevano. Come nota Foreign Policy, in un passato non troppo lontano l’Arabia Saudita avrebbe apprezzato l’opportunità di un attacco congiunto Usa-Regno Unito contro le roccaforti Houthi. Dopotutto, Riyad ha combattuto una guerra brutale contro i ribelli sciiti per quasi un decennio. Ma oggi, un’offensiva occidentale contro il gruppo yemenita è esattamente l’opposto di ciò che Riyad vuole mentre conduce un delicato negoziato di pace.

I colloqui di pace tra Riyad e il Regno proseguono, poiché l’Arabia Saudita non ha alcuna intenzione di mandare all’aria i risultati raggiunti negli ultimi mesi. La svolta per il regno era arrivata nel 2019, quando gli Houthi attaccarono con i droni due importanti impianti petroliferi di Aramco, operazione che ebbe conseguenze molto gravi sulla produzione del greggio. “Sentendosi tradita dagli americani - riporta Foreign Policy - Riyad ha rapidamente ricalibrato la sua politica estera negli anni successivi, cercando soluzioni diplomatiche anziché fare affidamento su Washington”. Gli Houthi riuscirono a colpire gli impianti di Aramco a più di 800 chilometri dal confine con lo Yemen. Un vero e proprio “shock”, che impose al Regno un netto cambio di marcia. Per tale motivo ora il regno vuole una rapida uscita dalla guerra in Yemen, anche in vista dell’Expo 2030: gli attacchi angloamericani contro gli obiettivi Houthi rischiano però di rallentare o minare il processo negoziale in corso, una conseguenza di cui in occidente pochi commentatori e analisti tengono conto. Un’azione che Riyad non ha affatto gradito e che ritiene contraria ai propri interessi nazionali.