I fondi di private equity hanno finito la liquidità. Ecco cosa sta accadendo

Redazione Money Premium

29 Marzo 2025 - 06:39

Il valore degli asset invenduti è più che raddoppiato dal 2019, mentre l’M&A globale e le emissioni azionarie non mostrano una chiara ripresa.

I fondi di private equity hanno finito la liquidità. Ecco cosa sta accadendo

Il settore del private equity affronta una crisi di liquidità senza precedenti, con oltre 3.000 miliardi di dollari di asset invenduti che limitano la capacità di nuovi investimenti.

Colossi come Blackstone, KKR e CVC Capital Partners si trovano a gestire un portafoglio immobilizzato, mentre le speranze di un rimbalzo nelle operazioni di exit si scontrano con una realtà più complessa.

Nel 2024, le operazioni di cessione hanno raggiunto i 468 miliardi di dollari, ancora inferiori del 15% rispetto alla media annuale degli ultimi cinque anni, secondo dati Dealogic e Bain & Co. Di pari passo, la raccolta fondi ha segnato una flessione del 25%, scendendo a 401 miliardi di dollari, il peggior dato dal 2018.

L’ipotesi di una ripresa nel 2025 si scontra con l’incertezza economica globale e le tensioni geopolitiche. Nonostante il rally dei mercati azionari seguito all’elezione di Donald Trump, il rallentamento dell’economia statunitense e le incertezze commerciali pesano sulla fiducia degli investitori. Il crollo dei mercati mette a rischio IPO di alto profilo, come quella da 50 miliardi di dollari di Medline, sostenuta da Blackstone, Carlyle e Hellman & Friedman. Se il volume di exit salisse a 600 miliardi di dollari l’anno, ci vorrebbero comunque più di cinque anni per smaltire gli asset in portafoglio, senza considerare nuovi investimenti. La durata media di detenzione delle società in portafoglio è già salita a 6,1 anni, contro i 3-5 tradizionali, e nel caso di alcuni settori, come il software e la sanità, si avvicina agli 8 anni.

Le cessioni non sono tutte uguali: vendite a investitori corporate o IPO iniettano nuova liquidità nel sistema, mentre i passaggi tra fondi di private equity si limitano a trasferire il problema. L’incremento delle operazioni di secondary buyout dimostra che il settore fatica a trovare sbocchi al di fuori del proprio ecosistema. Il valore degli asset invenduti è più che raddoppiato dal 2019, mentre l’M&A globale e le emissioni azionarie non mostrano una chiara ripresa. Tra il 2015 e il 2019, IPO e vendite corporate rappresentavano circa un terzo del valore totale dei portafogli di private equity, ma dal 2020 questa quota è scesa a meno di un quinto.

Se questa stagnazione diventasse strutturale, il modello di business del private equity cambierebbe radicalmente. I fondi non potrebbero più limitarsi a migliorare le aziende per rivenderle in pochi anni, ma dovrebbero adottare strategie di lungo termine, come dimostra il caso Visma: il fondo Hg vi ha investito nel 2006, attirando nuovi investitori solo nel 2023, con una valutazione di 21 miliardi di dollari. Tempi di detenzione più lunghi significano rendimenti annualizzati inferiori e una minore frequenza dei profitti da carried interest, intaccando la remunerazione dei gestori. Inoltre, il persistente blocco degli asset riduce la capacità di raccogliere nuovi fondi, aggravando la crisi di liquidità degli investitori tradizionali.

Di fronte a queste sfide, i gestori di private equity potrebbero adottare un nuovo modello basato su fondi senza scadenza fissa e con commissioni di gestione elevate. Le società quotate come Blackstone e KKR già vedono i loro titoli valutati più in base ai ricavi ricorrenti che ai proventi dalle vendite di asset. Strumenti come K-Prime di KKR o BXPE di Blackstone, rivolti agli investitori privati, potrebbero aiutare a sbloccare capitali, ma solo per i grandi player con la forza per attirare l’attenzione dei consulenti finanziari.

Nel frattempo, il settore dovrà affrontare un lungo periodo di stagnazione, con i fondi costretti a fare i conti con un’indigestione di asset bloccati senza precedenti.