Ieri il Consiglio di Stato ha segnato l’ennesimo cambio di rotta in tema di investimenti nelle rinnovabili.
Stiamo parlando delle cosiddette ‘aree idonee’, terreni industriali o agricoli, che a seconda di particolari condizioni danno diritto ad iter autorizzativi più veloci per installare grandi impianti fotovoltaici a terra ed impianti eolici.
Le stesse sono state individuate nel cosiddetto decreto semplificazioni del novembre 2021 e, lo stesso decreto, indicava in 180 giorni il termine per emanare un nuovo decreto interministeriale concordato con le regioni per stabilire le modalità delle stesse per operare la normativa di dettaglio, pur restando in un quadro di legislazione nazionale.
Come spesso accade nel nostro paese, però, quei 180 giorni sono diventati anni e, solo nel giugno di quest’anno è stato concordato in conferenza stato-regioni il decreto interministeriale. Fin qui nulla di (troppo) strano. Non fosse che le regioni, capitanate nella battaglia da Alessandra Todde, Presidente della Regione Sardegna e probabilmente omonima di Alessandra Todde viceministro allo sviluppo economico di quel governo Draghi che varò il decreto semplificazioni, qualche mese fa riuscirono ad ottenere un testo per molti versi stupefacente.
Non solo le pale eoliche e gli impianti fotovoltaici venivano di fatto equiparati, ma le regioni potevano sostanzialmente derogare ai criteri nazionali di individuazione delle aree idonee, restringendoli o ampliandoli a seconda della volontà politica. E così appunto, la Regione Sardegna ha iniziato a dibattere una propria legge regionale che avrebbe dichiarato non idoneo agli investimenti il 99% della superficie regionale.
Non fosse che Erg, una grossa compagnia nel mondo dell’energia, che gestisce diversi parchi solari nel sud Italia, negli scorsi mesi ha presentato ricorso verso il ministero dell’ambiente e quello della cultura – i due ministeri coinvolti nel decreto interministeriale – per sospendere, tra le altre, la possibilità delle regioni di legiferare contro il quadro nazionale.
Ed eccoci tornati a questa settimana. Il Il Consiglio di Stato ha sospeso in via cautelare, fino alla conclusione del giudizio presso il Tar, proprio la parte del decreto interministeriale che dava alle regioni la possibilità di definire le aree idonee in senso più restrittivo rispetto al dl semplificazioni. Dunque si saprà qualcosa in più con la ripresa del Tar, prevista per febbraio 2025, ma intanto il pasticcio del decreto interministeriale risulta conclamato.
Gli operatori del settore potrebbero verosimilmente gioire per questa situazione, altre associazioni – contrarie, ad esempio, alle pale eoliche – potrebbero mostrare disappunto. Tuttavia, il vero vincitore di questa storia è il caos. Normative nazionali, regionali, tempistiche non rispettate e interventi giudiziari.
Si può essere favorevoli o contrari ai grandi impianti di energia rinnovabile, si possono considerare giuste o sbagliate le scelte di collocarli in un luogo oppure in un altro, ma è possibile che investimenti molto spesso milionari che impegnano svariati Megawatt di potenza debbano rimanere in balia di questo o quell’intervento normativo o giudiziario che ogni qualche mese fa cambiare direzione al settore?