Elezioni midterm 2026, cosa può cambiare per chi ha azioni e ETF americani in portafoglio?

Flavia Provenzani

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Oggi gli americani rinnovano Camera e un terzo del Senato. I mercati di previsione danno i democratici favoriti, ma la storia insegna che il voto pesa meno di utili, tassi e intelligenza artificiale. Ecco come leggere la notte elettorale e cosa può cambiare per il portafoglio di un risparmiatore italiano.

Elezioni midterm 2026, cosa può cambiare per chi ha azioni e ETF americani in portafoglio?

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Mentre in Italia si dorme, negli Stati Uniti si decide chi terrà in mano le chiavi della cassa federale per i prossimi due anni. Martedì 3 novembre gli americani votano per le elezioni di metà mandato, le cosiddette midterm, e il risultato arriverà sui listini europei mercoledì mattina, con lo scrutinio ancora in corso. Resta da capire se un cambio di maggioranza al Congresso abbia davvero la forza di spostare i mercati o se sia destinato a sciogliersi nel giro di qualche seduta.

Le grandi case d’investimento rispondono quasi all’unisono, e la loro cautela merita di essere presa sul serio. Il voto può accendere la volatilità nel breve, ma a muovere i prezzi resteranno crescita, utili aziendali, investimenti in intelligenza artificiale, inflazione e tassi. Il 2026 ha però qualche particolarità che rende questa tornata meno scontata del solito, a cominciare dal peso che il nuovo Congresso avrà sul boom dei data center e sul tetto al debito del 2027.

Cosa sono le elezioni di metà mandato e come funzionano

Le midterm cadono a metà del quadriennio presidenziale e non eleggono il presidente, che resta Donald Trump fino al gennaio 2029. Si rinnova invece il Parlamento federale. Tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti, i cui membri durano in carica due anni, tornano in palio insieme a 35 dei 100 seggi del Senato. 33 sono quelli della classe eletta nel 2020, a cui si aggiungono due elezioni suppletive in Ohio e in Florida, rimaste scoperte dopo che JD Vance è diventato vicepresidente e Marco Rubio segretario di Stato. Nello stesso giorno si vota anche per 36 governatori e per migliaia di cariche locali.

Il punto di partenza è una maggioranza repubblicana in entrambe le Camere. Al Senato il Grand Old Party conta 53 seggi contro i 47 dello schieramento democratico, che comprende due indipendenti. Ai democratici serve un guadagno netto di quattro seggi per conquistare la maggioranza, perché con un guadagno di tre si arriverebbe a un pareggio 50 a 50 e il voto decisivo spetterebbe proprio al vicepresidente Vance. Alla Camera, dove la maggioranza è fissata a 218 seggi, nel 2024 i repubblicani avevano chiuso 220 a 215 e ai democratici basta un saldo positivo di tre seggi, un’impresa complicata dalle revisioni dei collegi elettorali volute dai repubblicani in diversi Stati. Il nuovo Congresso si insedierà il 3 gennaio 2027.

Per chi investe la posta è concreta, perché è il Congresso a controllare la spesa pubblica, ad approvare il bilancio federale e a decidere sull’innalzamento del tetto al debito. Chi conquista la Camera ottiene anche la guida delle commissioni d’inchiesta e il potere di convocare manager e funzionari. Alla Casa Bianca restano comunque leve pesanti. Come ricorda il CIO di UBS, il presidente conserva ampi poteri su dazi, politica estera e regolamentazione, oltre al diritto di veto, e con maggioranze così risicate le grandi riforme restano improbabili in qualsiasi scenario.

Cosa dicono sondaggi e mercati di previsione

La storia americana ha una regola quasi ferrea, il partito del presidente tende a perdere seggi alle elezioni di metà mandato, e i numeri di questa vigilia sembrano confermarla. Sui mercati di previsione regolamentati, dove si scambiano contratti sull’esito del voto, la Camera viene data ai democratici con probabilità superiori al 90%. Su Kalshi, alle 16.45 ora di New York di lunedì 2 novembre (le 22.45 in Italia), una vittoria democratica in entrambi i rami era quotata al 74%, un Congresso diviso con Camera democratica e Senato repubblicano al 21% e la conferma repubblicana su tutta la linea al 6%. Su Polymarket, tra il 1° e il 2 novembre, la stessa ipotesi di un en plein democratico è salita dal 71% al 78%.

Fino a pochi mesi fa il quadro era molto diverso. Secondo CNBC, a inizio anno, prima dell’attacco di Stati Uniti e Israele contro l’Iran a febbraio e del successivo rincaro della benzina, le probabilità di un doppio successo democratico erano intorno al 30% e hanno superato il 50% solo a settembre. Le banche restano più prudenti dei trader. Il CIO di UBS assegna una probabilità del 50% a un Congresso interamente democratico, del 40% a un Congresso diviso e del 10% alla conferma repubblicana. BNY Investments stima il Congresso diviso tra il 30 e il 40%.

La partita vera si gioca al Senato, dove i democratici devono strappare seggi in Stati vinti da Trump nel 2024, in alcuni casi con margini a due cifre. Le sfide considerate decisive sono quelle di Texas, Michigan, Maine, Ohio, Iowa, Kansas e Carolina del Sud. In Texas, la corsa più seguita dai trader, il democratico James Talarico è dato favorito contro il procuratore generale repubblicano Ken Paxton.

Quando arrivano i risultati (ora italiana)

Chi vuole seguire lo spoglio deve armarsi di caffè. I primi seggi chiudono alle 18 ora della costa orientale in alcune zone di Indiana e Kentucky, a mezzanotte in Italia, e le ondate successive si susseguono fino all’1 di notte di New York, quando chiudono gli ultimi seggi in Alaska, alle 7 del mattino di mercoledì in Italia. Le proiezioni dei media arrivano Stato per Stato, ma non sono risultati ufficiali, che giungono solo con la certificazione nelle settimane successive.

Più di un funzionario elettorale ha avvertito che difficilmente si conoscerà la composizione di entrambe le Camere entro la notte. Il precedente del 2022 non è incoraggiante, perché allora l’Associated Press attribuì la maggioranza della Camera ai repubblicani solo il 16 novembre, otto giorni dopo il voto. All’apertura di Piazza Affari e delle altre Borse europee, mercoledì alle 9, il quadro potrebbe quindi essere ancora parziale, soprattutto per il Senato, e la reazione dei listini rischia di inseguire ogni aggiornamento dello scrutinio.

Cosa insegna la storia dei mercati dopo le midterm

Tra gli strateghi in questi giorni circola soprattutto un dato, quello che indica il periodo successivo alle elezioni di metà mandato come uno dei più generosi per l’azionario americano. Dal 1950 a oggi si contano 19 tornate di midterm e in nessun caso l’S&P 500, la cui serie è ricostruita per gli anni precedenti al lancio dell’indice nel 1957, si è trovato più in basso dodici mesi dopo il voto, con un guadagno medio vicino al 15%. Allargando lo sguardo al 1874, un’analisi di Motley Fool sui dati di Robert Shiller rileva un rialzo nei dodici mesi successivi in 32 casi su 38, con una media del 14% contro l’11% di un qualunque periodo di dodici mesi.

Di solito lo si spiega con l’incertezza che il voto spazza via, e che ai mercati pesa più di qualsiasi esito, e con il governo diviso che spesso ne esce, capace di frenare l’attività legislativa. I guadagni comunque non arrivano subito. Sempre secondo Motley Fool, nel mese successivo al voto l’S&P 500 ha messo a segno in media appena lo 0,5%, chiudendo in positivo solo nel 55% dei casi, mentre a tre e a sei mesi i rialzi medi salgono rispettivamente al 6% e al 10%.

Anche il cambio di maggioranza ha avuto effetti contenuti. Secondo Ned Davis Research, dal 1930 il partito del presidente ha perso la Camera in otto occasioni e l’S&P 500 è salito nel resto dell’anno in cinque di queste, con un guadagno mediano dell’1,4% dal giorno del voto a fine dicembre, poco sotto l’1,9% registrato nell’insieme delle midterm. Morgan Stanley aggiunge un dettaglio che interessa da vicino lo scenario di queste ore. Con un presidente repubblicano, nell’anno successivo al voto l’indice ha guadagnato in media il 23% quando il Congresso era diviso e il 16% quando i democratici controllavano entrambe le Camere.

Sono numeri da maneggiare con cura, perché i campioni sono piccoli e le annate migliori coincidono spesso con riprese economiche che con il voto avevano poco a che fare.

Perché le midterm 2026 sono diverse

Il contesto in cui si vota è più teso di quanto dica la cautela degli strateghi. Secondo i calcoli di Reuters, da quando Trump è tornato alla Casa Bianca, nel gennaio 2025, l’S&P 500 ha guadagnato circa il 27%, trainato dagli investimenti miliardari nell’intelligenza artificiale e dalla crescita degli utili. Negli ultimi giorni il clima si è però raffreddato. Alla chiusura di lunedì 2 novembre (le 22 in Italia) l’indice si è fermato a 7.541,40 punti, in calo dello 0,51%, al terzo ribasso consecutivo e al livello più basso dal 31 luglio, il 3,55% sotto il record di 7.818,93 punti toccato il 6 ottobre. Il Nasdaq ha chiuso ottobre con un calo del 5,3%, il mese peggiore dal marzo 2025, mentre crescono i dubbi sulla redditività della spesa in infrastrutture per l’AI.

Sul fronte obbligazionario, nella stessa seduta il rendimento del Treasury decennale si è attestato al 4,893% e quello trentennale al 5,268%, livelli alimentati da deficit elevati e dall’inflazione importata dal petrolio. Con le tensioni nello Stretto di Hormuz il WTI ha oscillato intorno ai 100 dollari al barile, prima di scendere lunedì verso i 97 dollari sulle speranze di un negoziato con Teheran, mentre il VIX, il termometro della paura di Wall Street, è tornato sopra quota 20. Il voto arriva quindi su un mercato già nervoso, e potrà alleggerirlo o caricarlo di nuove tensioni.

I tre scenari e le possibili conseguenze sui mercati

Democratici in maggioranza in entrambe le Camere. Per i mercati di previsione è l’esito più probabile, ed è anche quello che il settore tecnologico teme di più. Con il controllo del Congresso i democratici potrebbero avviare inchieste sulle grandi aziende e frenare la deregolamentazione. Ed Mills, analista di politica economica di Raymond James, ritiene che le indagini potrebbero accelerare l’introduzione di standard di sicurezza per i modelli di AI più avanzati, valutazioni indipendenti e obblighi di segnalazione degli incidenti, oltre a rendere più responsabili i costruttori di data center. Il terreno politico è fertile, visto che secondo un sondaggio Reuters/Ipsos solo un americano su tre approva il ritmo con cui si costruiscono nuovi data center. Reuters ha inoltre riferito che i democratici si preparano a indagare sui legami di Trump e della sua famiglia con il mondo delle criptovalute e dei mercati di previsione. Sul fronte dei conti pubblici, Diego Barnuevo di Ebury giudica questo esito neutrale o lievemente positivo, perché le trattative con la Casa Bianca si limiterebbero ai provvedimenti obbligati come bilancio e tetto al debito. Non tutti condividono l’ottimismo, e diversi strateghi dubitano che una maggioranza democratica sarebbe davvero più parsimoniosa.

Congresso diviso, con Camera democratica e Senato repubblicano. A Wall Street la paralisi legislativa non è mai dispiaciuta troppo. «Secondo l’opinione più diffusa, lo stallo fa bene alle azioni», osserva Ed Clissold, capo stratega per gli Stati Uniti di Ned Davis Research, secondo cui una Camera democratica potrebbe moderare in parte il rally di fine anno senza però impedire ai listini di salire. Lo stallo porta con sé anche il rischio di nuove chiusure dell’amministrazione federale e di bracci di ferro sul tetto al debito, che potrebbero aggiungere pressione sul rating sovrano americano, e il dollaro potrebbe indebolirsi se gli investitori temessero ripercussioni sulla crescita.

Repubblicani confermati alla guida di entrambe le Camere. I mercati di previsione lo danno come l’esito meno probabile, ma per i titoli di Stato sarebbe quello con le conseguenze più pesanti. Joaquín Kritz Lara, capo economista di Numera Analytics, si aspetta in questo caso nuovi tagli fiscali o un forte aumento della spesa per la difesa, con un ulteriore peggioramento del deficit. Sul biglietto verde l’effetto sarebbe ambivalente. Karl Schamotta, capo stratega di Corpay, ritiene che una conferma repubblicana sosterrebbe inizialmente il dollaro attraverso rendimenti più alti, ma verrebbe letta anche come un via libera a nuova spesa in deficit, spingendo gli investitori ad aumentare nel tempo le coperture sul cambio. L’intelligenza artificiale, al contrario, ci guadagnerebbe, perché gli strateghi di JPMorgan vedono in questo esito continuità politica, possibile espansione fiscale, deregolamentazione e autorizzazioni federali più rapide per le infrastrutture.

I settori sotto la lente

Il comparto più esposto è quello legato all’AI e ai data center, che oggi pesa in modo decisivo sugli indici americani. Ariana Salvatore, responsabile della ricerca sulle politiche pubbliche di Morgan Stanley, ritiene che il voto non porterà nell’immediato leggi restrittive, ma potrebbe porre le basi per interventi a partire dal 2029. Gli analisti della banca segnalano che i REIT specializzati in data center e i cosiddetti neocloud sarebbero esposti alle proposte di una tassa sulla potenza di calcolo. UBS invita però a non drammatizzare, perché molte decisioni sui nuovi impianti vengono prese a livello statale e locale e un cambio di maggioranza a Washington non dovrebbe bloccarne l’espansione.

La difesa è un altro terreno di scontro. Un Congresso democratico potrebbe contestare parte della spesa legata all’Iran e a Israele e spingere invece per maggiori aiuti all’Ucraina, mentre JPMorgan indica L3Harris, Lockheed Martin e Northrop Grumman tra i possibili beneficiari di una conferma repubblicana. Nelle ultime settimane le società di droni come AeroVironment e Kratos hanno subito alcuni dei ribassi più marcati, e un paniere di titoli considerati vicini ai repubblicani costruito da UBS ha perso terreno dal picco di agosto, restando nettamente indietro rispetto all’S&P 500.

Un possibile compromesso tra un Congresso democratico e Trump, secondo BNY Investments, potrebbe nascere sulla sanità, in particolare sul controllo dei prezzi dei farmaci, con i democratici impegnati a ripristinare i fondi per la ricerca pubblica e per l’Affordable Care Act. Per le criptovalute la posta è alta in entrambe le direzioni. Secondo eToro una maggioranza repubblicana renderebbe più probabile una legge che divida chiaramente la vigilanza tra SEC e CFTC, mentre un Congresso democratico sposterebbe l’attenzione sulla tutela dei consumatori e sui flussi illeciti. Sull’energia BNY si aspetta che una vittoria democratica restituisca un po’ di sostegno a solare ed eolico, con i repubblicani rimasti al fianco delle fonti fossili.

Bond e tetto al debito, l’appuntamento del 2027

Per i titoli di Stato americani la vera data da cerchiare non è il 3 novembre ma la primavera del 2027. La legge fiscale firmata da Trump il 4 luglio 2025, il One Big Beautiful Bill Act, ha alzato il tetto al debito di 5.000 miliardi di dollari, fino a 41.104 miliardi. Secondo le stime della National Taxpayers Union, al 10 agosto 2026 il margine residuo era già sceso sotto i 1.400 miliardi e il limite verrebbe raggiunto con ogni probabilità a maggio 2027, in una finestra compresa tra febbraio e luglio. Grazie alle misure straordinarie del Tesoro, la data oltre la quale gli Stati Uniti rischierebbero di non onorare i propri impegni, la cosiddetta X-date, slitterebbe a febbraio 2028.

Con un Congresso in tutto o in parte democratico, quella scadenza diventerebbe la principale leva negoziale dell’opposizione. UBS mette in conto che le trattative possano generare volatilità e portare a una stretta fiscale meno severa del previsto. Nonostante questo, la banca svizzera continua a prevedere un lieve calo dei rendimenti dei Treasury nei prossimi dodici mesi, convinta che il rallentamento dell’inflazione finirà per pesare più delle preoccupazioni sui conti pubblici.

Cosa può fare l’investitore italiano?

Su un punto quasi tutti gli analisti concordano, ed è anche il meno spettacolare. Raramente, in passato, ha pagato costruire il portafoglio attorno a un singolo esito elettorale. UBS invita esplicitamente a evitare posizionamenti legati a un solo risultato politico e a restare diversificati su fonti di crescita e reddito durature, e chi ragiona sul lungo periodo ha poco da guadagnare a rincorrere, nella notte dello spoglio, i titoli più sensibili al voto.

Per il risparmiatore italiano c’è poi una variabile in più rispetto a quello americano, la valuta. Chi detiene ETF sull’azionario o sull’obbligazionario statunitense senza copertura del cambio è esposto non solo ai prezzi dei titoli ma anche all’andamento del dollaro, che nei tre scenari potrebbe muoversi in direzioni opposte. Spostare una parte del portafoglio su versioni con copertura valutaria può attenuare il rischio, al prezzo di un costo aggiuntivo e della rinuncia agli eventuali guadagni da un dollaro più forte, e la scelta va fatta guardando all’esposizione complessiva più che all’emozione di una notte elettorale.

Conta infine il calendario. Mercoledì mattina i mercati europei apriranno con risultati probabilmente incompleti, e nei giorni successivi peseranno altrettanto le trimestrali dei grandi nomi tecnologici e il rapporto sul mercato del lavoro americano atteso venerdì 6 novembre. Chi deve fare operazioni consistenti può tenere conto di questa finestra di volatilità, sapendo che il dato storico più solido riguarda i mesi successivi al voto e non le prime sedute. Più avanti toccherà ai titoli di Stato americani, con il negoziato sul tetto al debito della primavera 2027, e chi ha in portafoglio Treasury a lunga scadenza farebbe bene a tenerlo d’occhio fin da ora.

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