Il primo ministro giapponese Shigeru Ishiba ha effettuato un importante tour nel Sud Est asiatico facendo tappa tappa in Vietnam e nelle Filippine.
Il suo obiettivo? Rafforzare la sicurezza e i legami economici tra il Giappone e i due Paesi della regione.
In un momento, tra l’altro, molto particolare, e cioè mentre la Cina sta a sua volta cercando di incrementare la cooperazione con i membri dell’Asean (Associazione delle Nazioni del Sud Est asiatico) per limitare gli effetti dei dazi varati da Donald Trump e cercare un’alternativa al mercato statunitense.
Da quando ha assunto l’incarico a ottobre Ishiba ha già completato tre visite in questa parte di Asia. “Speriamo di rafforzare ulteriormente la cooperazione in materia di sicurezza” con Vietnam e Filippine ha dichiarato il leader nipponico prima di partire dall’aeroporto di Haneda a Tokyo, sottolineando “i tentativi unilaterali della Cina di cambiare lo status quo con la forza” nel Mar Cinese Orientale e Meridionale.
Sul tavolo ci sono due dossier: la Difesa, certo, ma anche e soprattutto gli affari. Se il Giappone intende affrontare il primo aspetto con Manila, il secondo passa inevitabilmente da Hanoi, cuore pulsante del Vietnam in ascesa economica. Basta unire i due puntini ed ecco che ci troviamo di fronte alla strategia giapponese per il Sud Est asiatico; una strategia che, da un lato, mira a contenere l’espansionismo cinese in un mercato sempre più appetitoso, e dall’altro ad accelerare l’integrazione tra le aziende nipponiche e il tessuto Asean.
Il Giappone punta sull’Asean
Anche il Giappone, come la Cina, ha scelto in sostanza di puntare sull’Asean. Tra il 2024 e il 2025, del resto, Tokyo ha iniziato a fornire ai Paesi del Sud Est asiatico equipaggiamento militare e maggiori investimenti infrastrutturali in concomitanza con la celebrazione dei 50 anni di legami Giappone-Asean che hanno elevato le relazioni reciproche a «partnership strategica globale», il livello più alto possibile.
Per quanto riguarda il fronte economico il Giappone ha passato gli ultimi decenni a ricostruire i legami di fiducia con i governi Asean dopo aver occupato gran parte della regione durante la Seconda Guerra Mondiale. Le aziende giapponesi hanno poi cercato di trarre vantaggio dalla manodopera a basso costo e dalla crescita demografica della regione, in un contesto di rapido invecchiamento e riduzione della forza lavoro nazionale e nel chiaro tentativo di ridurre l’esposizione alla Cina.
Capitolo Difesa: il Sud Est asiatico è un punto focale della rinnovata dottrina di sicurezza nazionale del Giappone, che ambisce a rafforzare gli aiuti alla regione nel tentativo di controbilanciare la Cina in uno scenario di crescenti dubbi sui futuri impegni di difesa degli Stati Uniti. Come se non bastasse Tokyo fa affidamento sul Mar Cinese Meridionale per gran parte del suo commercio internazionale. comprese le forniture energetiche critiche provenienti dal Medio Oriente.
La competizione con la Cina
A proposito di Cina, la competizione nell’Asean tra Pechino e Tokyo sarà sempre più serrata. Basta dare uno sguardo ai numeri: nel 2010 il commercio tra Cina e Giappone con i paesi del Sud Est asiatico ammontava rispettivamente a 219 e 236 miliardi di dollari, mentre nel 2022 queste cifre erano salite a 722 e 269 miliardi. Appare evidente come il commercio cinese in loco abbia superato di gran lunga quello nipponico. L’erosione del suo vantaggio commerciale nella regione sta dunque spingendo il Giappone a competere più intensamente con il Dragone per influenza e accesso al mercato. Tanto più adesso che i dazi di Trump minacciano di modificare l’assetto del commercio globale.
Il Lowy Institute non ha però dubbi: siamo di fronte ad una “nuova età dell’oro del Giappone nel Sud Est asiatico”. Cosa significa? Il think tank ha fatto notare che, nonostante tutta la pubblicità sulla Belt and Road cinese, Tokyo rimane la principale fonte di infrastrutture di alta qualità e di alto valore nella regione. Gli impegni infrastrutturali del Giappone pre-pandemici nelle sei maggiori economie dell’area, per esempio, erano valutati 367 miliardi di dollari, più dei 255 miliardi di dollari di quelli della Cina.
Eppure le aziende del Dragone hanno conquistato ampio spazio d’azione (spesso a discapito delle rivali nipponiche) e costruendo progetti rilevanti, come la ferrovia Cina-Laos, inaugurata lo scorso anno, che collega Kunming, capoluogo della provincia dello Yunnan, con Vientiane, e la prima linea ferroviaria ad alta velocità del Sud Est asiatico, quella tra Jakarta e Bandung, in Indonesia. Diverso il discorso relativo al settore automobilistico, dove i brand made in Japan rappresentano ancora – scrive la Nikkei Asian Review – l’80% delle vendite di veicoli nuovi, al netto del crescente interesse per i veicoli elettrici cinesi. Un segnale, questo, assolutamente da non sottovalutare.