Ecco perché gli indiani d’America hanno votato per Trump

Glauco Maggi

26 Novembre 2024 - 17:04

Il bianco Trump ha ricevuto il 51% dei voti, contro il 45% andati a Kamala: gli indiani hanno dato la maggioranza assoluta di voti a un Repubblicano per la presidenza.

Ecco perché gli indiani d’America hanno votato per Trump

L’analisi granulare del voto di novembre è importante per capire se ci sono stati movimenti tettonici dell’elettorato che suggeriscono cambi di natura strategica in qualche categoria di persone o gruppi etnici, oppure se l’andamento è stato dettato da cause contingenti, e che possono più facilmente essere corrette in futuro. Purtroppo per i Democratici, i motivi della sconfitta risiedono in entrambi i campi.

Premesso che, in politica, niente è immutabile, non fosse altro che in ogni appuntamento quadriennale ci sono coorti di nuovi elettori che entrano e che escono dalle liste anagrafiche, gli esami di tre particolari situazioni, offerti da un sondaggio e da due media, ci dicono che il partito di Harris-Biden deve fare profonde autocritiche.

1) Una exit poll condotta da Edison Research ha rilevato che due su tre Native Americans (il 65 per cento) hanno votato per Trump. Il dato suona clamoroso, ma è, sia pure con un distacco meno grave per Harris, confermato dal sondaggio di Native News Online, in collaborazione con la Scuola Medill di Giornalismo alla Northwestern University tra il 7 e il 13 novembre: il bianco Trump ha ricevuto il 51% dei voti, contro il 45% andati a Kamala, la candidata di colore. Balza agli occhi che la razza degli indiani è la sola che ha dato una maggioranza assoluti di voti a un Repubblicano per la presidenza. Uso il termine “indiani” perché loro non hanno alcun prurito woke a chiamarsi Indians, come si scopre visitando il primo museo dei Native Americans, creato e costruito da loro stessi a Oklahoma City, e che adesso gestiscono per raccontare la propria storia.

Trump è migliorato pure in tutte le altre etnie, ma in nessuna ha ottenuto questo eclatante risultato. Tra gli afro-americani la sua percentuale è raddoppiata dall’8% del 2020 al 16% del 2024. Tra gli Asian Americans è salito dal 2020 di 5 punti fino al 39% odierno, contro il 54% per Harris. Tra gli ispanici ha preso il 37% dei voti contro il 62% di Harris, ma Biden aveva vinto 4 anni fa con 33 punti di margine. E, per gli indiani, un’analisi sul voto di NbcNews a fine novembre 2020 aveva riportato che, tradizionalmente, erano soliti favorire i Democratici con un margine medio di 25 punti. Nel 2020, Biden aveva ancora vinto con il 60%. Il ribaltone di 4 anni dopo mostra che l’idea di base dei Democratici, ossia che la gente vada a votare con in mente l’identità razziale, o di genere, ha fatto il suo tempo tra gli indiani. E sta contando sempre di meno anche tra le altre etnie. È un problema strutturale che scompagina il mantra dei liberal: sotto la pelle rossa, nera, bruna, o gialla che sia, ci sono degli individui, non dei soggetti dati per acquisiti alla causa del partito progressista per il solo colore della pelle. L’idea dell’America istituzionalmente razzista ha perso di brutto, e abbandonare questo “argomento” richiede un esame radicale nella strategia dei DEM.

2) Decifrando il voto nella propria città, il quotidiano liberal New York Times ha fatto forse la scoperta più dolorosa: malgrado il suo endorsement, Trump ha preso il 30% dei voti balzando di 7 punti dal 23% del 2020. Nella sua città d’origine, quella che lo ha visto processato in tribunale per una causa politicamente motivata promossa da un procuratore eletto con i voti dei Democratici, e in cui è stato accusato d’essere un novello Hitler per aver tenuto il comizio di chiusura della campagna al Madison Square Garden, Trump ha aumentato ovunque i suffragi. Bisogna riandare al 1988 di George Bush Senior, eletto presidente da vice che era di Ronald Reagan, per trovare una comparabile performance di un candidato del GOP.

Anche se Trump quest’anno è cresciuto di 95 mila voti nella roccaforte della sinistra, però, un dato non meno rilevante è stata la debacle di Harris, che ha preso mezzo milione di voti in meno. In nessun distretto cittadino è riuscita a prendere i suffragi del Biden del 2020. La sconfitta nella Grande Mela è la logica conclusione di una catena di errori del partito DEM. Il primo, originale, è di essersi stretti attorno a Biden nascondendone il decadimento fisico e mentale. Erano convinti che avrebbe battuto Trump. Poi hanno dovuto ricorrere ad una figura in cui nemmeno Obama e la Pelosi credevano, e avevano ragione.
Insomma, fin dall’inizio, invece di affidarsi ad una severa selezione alle primarie interne dando la voce ai loro stessi iscritti, le élite del partito hanno avuto paura del giudizio popolare. Questo, a differenza della grave presunzione, dura da correggere, di avere in tasca per l’eternità i voti delle etnie “amiche”, è stato un autogol maturato per gli errori della dirigenza, che potevano essere evitati. Per forza di cose, i prossimi quattro anni di opposizione a Trump creeranno le condizioni per una rigenerazione del partito Democratico, visto che ora è tabula rasa.

3) L’approfondimento del sito politico.com, il terzo caso “granulare” che presento, è dedicato agli Stati ballerini. I Democratici, per vincere nei territori dove domina l’incertezza, fanno affidamento sulle aree metropolitane, che tradizionalmente vedono una concentrazione di elettorato progressista rispetto alle periferie e alle campagne. La sorpresa del 2024 è stata che nelle maggiori città la quota di chi è andato alle urne è stata inferiore delle elezioni precedenti, mentre sono salite le percentuali di votanti delle zone rurali, più conservatrici. Un esempio decisivo? Nella città di Filadelfia ci sono stati meno elettori che nel 2020, ma nell’intero stato della Pennsylvania il numero complessivo è aumentato. Anche qui, come a Manhattan o nel Bronx, è venuto a mancare l’entusiasmo per la candidata Harris, e i seggi disertati dai Democratici sono la critica esplicita per la scelta di palazzo di presentare Kamala. L’esito è stato uno slittamento percentuale a favore di Trump, che ha raccolto i frutti del crollo dei progressisti.

A orientare il voto generale a favore del GOP non è stata comunque soltanto la scelta infelice della candidata. Le piattaforme dei due partiti non potevano essere più diverse: l’economia e l’inflazione, l’immigrazione clandestina e il wokismo invadente hanno fatto la campagna per Trump. E le politiche del DEI (diversity, equity, inclusion), con i transessuali elevati a causa celebre e i maschi nelle gare delle femmine hanno congiurato a far votare Trump.
E a farlo diventare, senza ironie, il candidato del buon senso.