Dopo il tonfo clamoroso di oltre il 30% di Novo Nordisk, il titolo simbolo della “rinascita europea” in Borsa, il comparto sanitario del Vecchio Continente è stato travolto da un’ondata ribassista che ha messo in difficoltà interi portafogli.
A pesare non è soltanto il downgrade della guidance da parte della casa farmaceutica danese, ma un contesto macro e settoriale in rapido deterioramento. Stiamo forse assistendo a una rotazione congiunturale di capitale lontano dall’healthcare europeo?
Se così fosse, le implicazioni per gli investitori sarebbero tutt’altro che trascurabili.
Il terremoto Novo Nordisk
Con una capitalizzazione superiore a €500 miliardi prima del crollo, Novo Nordisk non era solo la blue chip danese per eccellenza, ma anche la prima azienda per market cap dell’intera Europa. La caduta di oltre un quarto del suo valore in pochi giorni ha avuto un effetto domino sui mercati. Il settore sanitario europeo, già reduce da mesi di performance opache, ha visto aggravarsi le vendite.
Il sentiment negativo ha travolto anche Roche (ROG) e Novartis, due colossi svizzeri con una presenza globale, ma fortemente legati ai destini della domanda europea e americana. A ruota, anche Sanofi, gigante francese, ha sofferto vendite marcate, penalizzata dalla stessa narrativa: crescita più debole, margini sotto pressione e incertezze normative.
In Italia il contagio è arrivato a Diasorin, da tempo sotto pressione per il calo della marginalità post-Covid, e perfino ad Amplifon, nonostante l’inserimento tra i titoli a componente tech-oriented. Il denominatore comune è chiaro: il comparto healthcare europeo è finito sotto attacco.
Il problema non è solo Novo
Se si guarda in profondità, la reazione dei mercati è spiegabile non solo in termini di earnings deludenti, ma di una trasformazione più profonda dello scenario competitivo e normativo globale.
Novo Nordisk, pur rimanendo uno dei principali player nel mercato dell’obesità e del diabete, è particolarmente esposta al mercato americano. Qui entra in gioco la politica industriale USA, che negli ultimi anni, e in particolare con Trump, ha intensificato pressioni sui prezzi dei farmaci, spinto per riforme al ribasso e minacciato dazi sulle importazioni farmaceutiche fino al 15%.
Non si tratta di semplici minacce: lo strumento giuridico della Section 232, usato in passato per acciaio e auto, potrebbe presto essere applicato anche al pharma. Se ciò accadesse, molte aziende europee, già sotto pressione competitiva da colossi biotech americani come Eli Lilly o Pfizer, si troverebbero a operare con margini compressi, più rischio politico e una domanda meno prevedibile.
Ecco perché la crisi di Novo Nordisk, al di là dei numeri trimestrali, è stata letta dagli investitori quasi come una vittoria strategica per gli Stati Uniti.
Value trap travestite da occasione?
La domanda finale, quindi, è legittima: è il momento di comprare il settore healthcare europeo dopo il crollo? O ci troviamo di fronte a una value trap?
Il rischio, oggi, è che titoli come Novo Nordisk, Roche, Novartis o Sanofi, pur presentando multipli P/E in discesa e dividendi allettanti, non rappresentino più investimenti difensivi, ma veri e propri asset esposti a declino strutturale o stagnazione.
iShares Global Healthcare ETF Health
Grafico a candele dell'iShares Global Healthcare ETF Health ETF. Fonte: baha.com