Dividendi più buyback: focus su Eni e Azimut

Gerardo Marciano

09/12/2025

Analisi dei nuovi portafogli a rendimento combinato tra dividendi e buyback, con focus su Eni e Azimut, numeri su total yield e previsioni degli analisti.

Dividendi più buyback: focus su Eni e Azimut

In un mercato che ogni giorno si interroga su tassi, inflazione e soft landing, c’è un elemento più silenzioso ma potenzialmente decisivo per il rendimento degli investitori: il modo in cui le società di Piazza Affari restituiscono capitale ai propri azionisti. In alcuni casi il motore non è solo il dividendo, ma una combinazione di cedole e riacquisti di azioni proprie che cambia la lettura del total return e apre la strada a una nuova idea di “rendimento combinato”.

Il contesto dei buyback e del total yield

A oggi a Piazza Affari sono in corso, o stati annunciati, programmi di buyback per un importo massimo complessivo di circa 15 miliardi di euro. Si tratta di numeri che si inseriscono dentro un’onda ben più ampia: in Europa, nel solo mese di novembre, i riacquisti eseguiti hanno sfiorato i 20 miliardi e per il primo trimestre del prossimo anno si ipotizza una nuova raffica di annunci per decine di miliardi.

In questo scenario la domanda è naturale: si può costruire un portafoglio di società italiane che unisca al dividendo una quota aggiuntiva di rendimento da buyback? È qui che entra in gioco il concetto di “total yield”: la somma tra dividend yield e buyback yield, cioè quanta parte della capitalizzazione viene restituita agli azionisti, anno per anno, tramite cedole e riacquisti effettivamente eseguiti.

Come è stato costruito il paniere da rendimento combinato

Sulla scia del lavoro fatto a livello europeo, un’analisi dedicata a Piazza Affari ha identificato le società (segmento EGM escluso) con almeno un miliardo di capitalizzazione e un programma di riacquisto in corso o annunciato da ottobre in avanti. I titoli sono stati ordinati in base al loro total yield, definito come somma tra rendimento da dividendo stimato – calcolato sui prezzi attuali – e rendimento da buyback.

Elemento importante: per calcolare il buyback yield si è scelto di considerare solo il valore effettivamente eseguito, non il massimo teorico autorizzato. È una scelta prudenziale, perché i programmi possono essere sospesi o cancellati e usare l’importo massimo rischierebbe di generare stime troppo ottimistiche. Per ogni società è stata indicata anche la quota di programma completato: più ci si avvicina al 100%, più il contributo del buyback al rendimento complessivo diventa visibile.

Dall’analisi sono emersi 25 titoli, con un total yield medio di circa il 4,6% e un valore mediano quasi identico. In pratica, questo paniere di società italiane restituisce in media intorno al 4,5–5% annuo della propria capitalizzazione attraverso cedole e riacquisti, a cui si sommano in meglio o in peggio le variazioni di prezzo in Borsa.

Le super generose Nexi e Inwit

Ai primi posti della classifica compaiono due titoli che nel 2025 non hanno brillato in termini di performance: Nexi e Inwit. La prima ha perso circa un quarto del proprio valore in Borsa, la seconda si è fermata intorno a un -21%. Proprio questa debolezza dei prezzi, combinata con programmi di buyback molto intensi, ha fatto esplodere il rendimento da riacquisto.

Nexi ha in corso un programma da 300 milioni di euro, di cui è già stato eseguito circa il 98%: il risultato è un buyback yield nell’ordine del 6,4%, cui si aggiunge un dividend yield atteso di poco superiore al 6%. Il total yield teorico si porta così a ridosso del 13%. Inwit, con un buyback da 400 milioni eseguito per circa i tre quarti, genera un buyback yield sopra il 4%, che sommato a un rendimento da dividendo superiore al 6,5% porta il totale a poco meno dell’11%.

La chiave di lettura proposta dagli analisti è che il mercato, dopo aver prezzato in modo pesante criticità e rallentamenti, stia iniziando a scontare la possibilità di un re-rating. Le valutazioni attuali, molto inferiori alle medie degli ultimi cinque anni, e i potenziali di upside stimati sulle quotazioni future vengono letti come segnali che la parte più violenta della discesa potrebbe essere alle spalle, pur con tutte le cautele del caso.

I grandi nomi italiani del rendimento combinato

Accanto alle storie più volatili, il paniere da rendimento combinato ospita anche molti dei “blue chip” di Piazza Affari. Tra questi spiccano Eni, Unicredit, Enel, Poste Italiane, Generali e Unipol, tutte con total yield in un intorno compreso tra il 4,5% e oltre il 6%.

Unicredit rappresenta uno dei casi più evidenti di strategia integrata dividendi–buyback. Dopo un rialzo superiore al 400% negli ultimi tre anni, la banca continua a restituire capitale ai soci attraverso maxi riacquisti e cedole generose. Il buyback yield viaggia intorno al 2,4%, cui si affianca un dividend yield stimato vicino al 3,7%, per un totale di poco superiore al 6%. Nonostante il rally, diverse case di ricerca continuano a vedere margini di rivalutazione, in linea con una fase in cui molte banche europee stanno restituendo ai soci una parte significativa del capitale accumulato.

Enel è un altro tassello centrale in un portafoglio di questo tipo. Il gruppo elettrico combina un dividend yield atteso sopra il 5% con un buyback yield intorno allo 0,7–0,8%, per un total yield vicino al 6%. Il programma di riacquisto da un massimo di 1 miliardo è stato finora eseguito per circa il 70%, lasciando ancora spazio a ulteriori acquisti sul mercato. In una logica di portafoglio, la società viene spesso vista come un pilastro difensivo: crescita moderata, ma visibilità elevata su flussi di cassa e politica di dividendi.

Eni e Azimut nel radar dei buyback europei

Su scala continentale, una primaria banca d’affari ha costruito un basket europeo di titoli da buyback, selezionando le società che combinano programmi di riacquisto significativi e politiche di dividendo stabili. In questo elenco compaiono due nomi italiani di primo piano: Eni e Azimut.

Per Eni il total yield stimato è di circa il 6,6%, di cui poco più dello 0,4% legato al buyback e il resto ai dividendi. A questo quadro si aggiungono le previsioni sul prezzo del titolo per i prossimi dodici mesi. I dati disponibili mostrano un prezzo corrente intorno a 16,10 euro per azione e un target price medio a un anno di circa 16,28 euro, che implica un potenziale teorico di rialzo di poco superiore all’1%. Il ventaglio delle stime va da un minimo di 14,50 euro, che corrisponde a un potenziale di ribasso di circa il 10% rispetto ai livelli attuali, a un massimo di 18,50 euro, che suggerisce un possibile upside nell’ordine del 15%.

Queste indicazioni riflettono una lettura prudente ma non negativa sul colosso energetico: da un lato il mercato riconosce la solidità del cash flow e la generosità della politica di remunerazione; dall’altro la volatilità delle commodity e le incognite legate alla transizione energetica inducono molti analisti a mantenere, nel complesso, un giudizio neutrale, con un numero rilevante di raccomandazioni di mantenimento affiancate da alcuni inviti all’acquisto.

Azimut, player di riferimento nel risparmio gestito italiano, offre un profilo diverso ma complementare. Il total yield, secondo le stime, è alimentato da un dividend yield atteso vicino al 5% e da un programma di buyback da 500 milioni recentemente avviato, che aggiunge una componente significativa di riacquisti potenziali nel medio periodo.

Sul fronte delle valutazioni, il prezzo corrente si colloca intorno a 34,84 euro per azione, mentre il target price medio a dodici mesi è di circa 36,64 euro. Il potenziale teorico di rialzo rispetto alla quotazione attuale è quindi di poco superiore al 5%. Anche qui il range delle stime è ampio: il target minimo, in area 30,40 euro, implica un margine di ribasso di circa il 12–13%, mentre il target massimo a 45 euro suggerisce un possibile upside nell’ordine del 29%.

La distribuzione delle raccomandazioni è più sbilanciata verso il lato positivo rispetto al caso Eni: prevalgono nettamente i giudizi di acquisto, con una quota significativa di “compra” e “compra adesso”, affiancati da un numero limitato di indicazioni di mantenimento e assenza di raccomandazioni di vendita. È la fotografia di un titolo che il mercato continua a leggere come leva sul risparmio gestito domestico, capace di unire dividendi, buyback e potenziale di crescita degli utili.

Manuale d’uso di un portafoglio da dividendi più buyback

Un portafoglio costruito intorno al rendimento combinato – cedole più riacquisti – può risultare particolarmente interessante in una fase in cui la fiducia degli investitori verso le Borse europee sembra in miglioramento. Tuttavia non si tratta di una strategia automatica né priva di rischi.

La prima avvertenza riguarda la natura dei buyback. A differenza del dividendo, che genera un flusso di cassa immediato tassato al 26%, il riacquisto di azioni proprie non produce un incasso diretto: l’effetto si manifesta, quando si verifica, nel prezzo del titolo. Riducendosi il numero di azioni in circolazione, a parità di utile, l’utile per azione aumenterebbe e il mercato potrebbe riconoscere questa dinamica attraverso una rivalutazione delle quotazioni. Perché ciò accada servono però valutazioni di partenza ragionevoli e un management credibile, che non usi il buyback come semplice strumento di cosmesi contabile o per nascondere debolezze strutturali nella crescita.

Il secondo elemento è la fiscalità complessiva del portafoglio. Un mix di dividendi periodici e crescita del capitale sostenuta da riacquisti può consentire di modulare nel tempo il momento in cui si realizza la plusvalenza e quindi l’imposizione fiscale. Le plusvalenze potenziali generate dai buyback diventano infatti imponibili solo al momento della vendita del titolo, con un’imposta del 26% sul guadagno effettivamente realizzato.

Infine c’è il tema della diversificazione geografica e settoriale. I dati sui buyback mostrano come alcuni mercati europei offrano in media total yield molto generosi, mentre altri risentono di incertezze regolamentari legate a ipotesi di tassazione specifica sui riacquisti. Anche per questo motivo, chi guarda a un portafoglio da rendimento combinato tende a integrare i grandi nomi di Piazza Affari con selezioni mirate su altri listini.

Tutte le considerazioni riportate hanno natura esclusivamente informativa e giornalistica. Non rappresentano in alcun modo una sollecitazione del pubblico risparmio, un invito all’acquisto o alla vendita di strumenti finanziari o una forma di consulenza personalizzata. Ogni decisione operativa richiede una valutazione autonoma della propria situazione finanziaria, del profilo di rischio e un esame diretto delle informazioni ufficiali messe a disposizione dalle società e dagli intermediari abilitati.