La maison fondata a Roma ha cambiato più volte azionisti e oggi è divisa tra il fondo qatariota Mayhoola e il gruppo Kering. Dopo la morte dello stilista, i conti restano sotto pressione.
Il nome Valentino è da oltre sessant’anni sinonimo di alta moda italiana, ma dietro l’immagine scintillante delle passerelle si nasconde una storia societaria complessa. Il marchio, nato a Roma nel 1960 dall’intuizione di Valentino Garavani, non è più da tempo nelle mani del suo fondatore. Già alla fine degli anni Novanta lo stilista decise di cedere l’azienda, pur mantenendo un ruolo creativo, aprendo una lunga stagione di cambi di controllo che ha portato il brand sotto l’orbita di grandi gruppi internazionali.
Oggi la maggioranza è detenuta da Mayhoola for Investments, fondo legato alla famiglia reale del Qatar, mentre il colosso francese Kering possiede il 30% del capitale con un’opzione per salire ulteriormente entro il 2028.
Questa architettura azionaria convive però con risultati economici non brillanti: l’ultimo bilancio ha evidenziato ricavi in flessione, una perdita netta e un indebitamento superiore al miliardo di euro, segnale di una fase delicata per una delle griffe più iconiche del Made in Italy.
Dalla Roma degli anni Sessanta ai grandi gruppi globali
Il percorso industriale di Valentino riflette l’evoluzione dell’intero settore del lusso. Dopo decenni di crescita guidata direttamente da Garavani, nel 1998 l’azienda entrò nell’orbita di Hdp, la holding di Maurizio Romiti, prima di passare nel 2002 al Gruppo Marzotto, storico protagonista del tessile italiano.
Tre anni più tardi fu la volta del fondo Permira, che acquisì la maison in un’operazione miliardaria coerente con la stagione delle grandi aggregazioni internazionali. Il vero punto di svolta è arrivato però nel 2012 con l’ingresso di Mayhoola, decisa a trasformare il marchio in un player globale capace di competere con i giganti francesi.
L’ultima tappa di questo percorso è stata l’accordo con Kering, proprietario tra gli altri di Gucci e Saint Laurent, che ha investito 1,7 miliardi per una quota di minoranza strategica.
Le aziende oggi coinvolte rappresentano quindi due modelli diversi: il fondo qatariota punta a valorizzazioni di lungo periodo, mentre Kering porta competenze industriali, rete distributiva e capacità di gestione tipiche dei grandi poli del lusso.
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Nonostante la forza del brand, gli ultimi esercizi hanno mostrato crepe evidenti. I ricavi sono scesi a 1,3 miliardi di euro e la redditività operativa si è ridotta in modo significativo, mentre il debito ha raggiunto quota 1,08 miliardi.
Per reagire, i soci hanno varato un aumento di capitale da 100 milioni e rinnovato la guida: la direzione creativa è stata affidata ad Alessandro Michele, ex anima di Gucci, mentre Riccardo Bellini ha assunto il ruolo di amministratore delegato con il compito di riorganizzare la macchina industriale.
Il gruppo conta oggi circa 4.300 dipendenti, opera in oltre 70 Paesi e dispone di una rete di 129 boutique monomarca e di circa 1.500 punti vendita multimarca.
Accanto all’alta moda e al prêt-à-porter convivono linee più accessibili come Valentino Roma e il business di Valentino Bags, segmenti fondamentali per ampliare il pubblico senza snaturare l’identità.
Malgrado i frequenti passaggi di mano, Valentino è riuscito a conservare un’immagine coerente, costruita su eleganza, artigianalità e un uso inconfondibile del colore rosso. La sfida attuale è trasformare questo patrimonio in crescita sostenibile, trovando un equilibrio tra creatività e disciplina finanziaria.
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