Il 7 ottobre 2023 ha segnato una drammatica escalation nel conflitto tra Israele e Hamas, culminando in un attacco a sorpresa da parte del gruppo militante palestinese, seguito da una risposta militare israeliana di vasta portata nella Striscia di Gaza.
Questo contesto ha innescato un acceso dibattito politico in Italia, in particolare riguardo alle forniture di armi destinate a Israele. Inizialmente, membri del governo Meloni avevano annunciato la sospensione di tutte le esportazioni di armamenti verso il Paese mediorientale. Tuttavia, l’analisi di dati ufficiali forniti dall’ISTAT ha rivelato che la sospensione riguardava solo le nuove licenze; le consegne legate a licenze già approvate continuavano senza interruzioni.
La regolamentazione delle esportazioni di armamenti italiane è definita dalla Legge 185 del 1990, che stabilisce requisiti e condizioni per il rilascio delle licenze. Queste autorizzazioni, rilasciate dall’Unità per le Autorizzazioni dei Materiali di Armamento (UAMA), hanno una durata minima di diciotto mesi e possono essere prorogate. È fondamentale notare che la legge prevede che le esportazioni non possano avvenire verso paesi coinvolti in conflitti armati non difensivi o che utilizzano la forza in modo sproporzionato, anche se in stato di legittima difesa.
Le restrizioni si basano su principi di diritto internazionale e fanno riferimento all’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, che tutela il diritto alla legittima difesa. Tuttavia, le deroghe previste consentono al governo di continuare le esportazioni in nome degli «obblighi internazionali dell’Italia», una formula vaga che può essere interpretata in modo permissivo, specialmente verso alleati come Israele
A seguito del conflitto del 7 ottobre, il governo italiano ha sostenuto che le licenze esistenti non riguardavano materiali destinati a essere utilizzati contro i civili, limitandosi a fornire supporto tecnico e formazione. Tuttavia, i dati ISTAT offrono un quadro diverso: tra ottobre e dicembre 2023, l’Italia ha esportato armi e munizioni verso Israele per un valore di 2,1 milioni di euro, di cui 1,1 milioni di euro sono stati attribuiti a armamenti da guerra. Nel primo semestre del 2024, l’export è proseguito con un valore di 5,5 milioni di euro in armi e munizioni, di cui 5,2 milioni di euro riguardavano materiali bellici, insieme a 16,7 milioni di euro in prodotti aerospaziali, di cui 12,5 milioni rimangono oscurati.
Un confronto con le esportazioni verso la Russia, quasi completamente azzerate a causa delle sanzioni internazionali, evidenzia il diverso approccio dell’Italia nei confronti di Israele, nonostante il contesto di conflitto armato.
La Relazione annuale sulle esportazioni di armamenti presentata al Senato nel 2023 fornisce dettagli sulle licenze concesse alle aziende italiane, ma non indica esplicitamente i paesi destinatari. Tuttavia, incrociando questi dati con le informazioni ISTAT e i sistemi d’arma utilizzati da Israele, è possibile identificare diverse aziende italiane che hanno continuato a esportare componenti militari verso Israele anche dopo il conflitto del 7 ottobre.
Tra le aziende coinvolte figurano:
- Secondo Mona: fornisce parti per gli F-35 e C-130J, aerei utilizzati dalle forze israeliane.
- Leonardo: principale player del settore difesa in Italia, ha esportato cannoni navali da 76mm e aerei addestratori M346, utilizzati dall’IDF (Israeli Defense Forces).
- RWM Italia: filiale del gruppo Rheinmetall, ha fornito bombe aeree e munizioni d’artiglieria.
- A.S.E.: ha contribuito con droni Heron e addestratori M346, entrambi utilizzati nelle operazioni militari israeliane.
Questi sistemi d’arma sono stati impiegati attivamente nelle operazioni israeliane, con gli F-35 che hanno partecipato a raid su Gaza e i droni Heron utilizzati per la sorveglianza e la ricognizione.
Le esportazioni italiane di armamenti verso Israele pongono interrogativi sia legali che morali. La Legge 185/1990 vieta la vendita di armi a paesi che commettono gravi violazioni dei diritti umani, ma solo se tali violazioni sono certificate da organismi internazionali come l’ONU o l’Unione Europea. In mancanza di tali certificazioni, la legge consente la continuazione delle esportazioni, anche verso nazioni coinvolte in conflitti controversi come quello tra Israele e Hamas.
L’uso sproporzionato della forza da parte di Israele e le devastanti conseguenze per la popolazione civile di Gaza mettono in discussione la conformità delle esportazioni italiane con le norme internazionali e con la legislazione nazionale. Nonostante le assicurazioni del governo italiano, i dati mostrano chiaramente che le esportazioni sono continuate e che molti sistemi d’arma italiani sono stati utilizzati nelle operazioni militari israeliane.
In aggiunta alle esportazioni, l’Italia importa una significativa quantità di armamenti da Israele, contribuendo a rafforzare l’industria bellica del Paese. Tra i sistemi più rilevanti figurano i missili anticarro Spike, forniti dalla Rafael Advanced Defense Systems, con un accordo approvato dal parlamento italiano nel maggio 2024 del valore di 92 milioni di euro. Questo accordo è stato ratificato mentre le operazioni militari israeliane continuavano a causare perdite civili nella Striscia di Gaza
L’Italia si trova a dover gestire un delicato equilibrio tra gli interessi economici e industriali legati all’esportazione di armamenti e il rispetto degli obblighi internazionali in materia di diritti umani. La decisione di continuare le esportazioni verso Israele, nonostante l’intensificarsi del conflitto, solleva interrogativi sia sul piano morale che su quello legale. Sebbene l’Italia non sia l’unico Paese coinvolto in questo commercio, il suo ruolo nel fornire sistemi d’arma che possono avere conseguenze dirette sui civili di Gaza non può essere trascurato.
In un contesto internazionale in cui le violazioni dei diritti umani sono sempre più diffuse, il rispetto delle leggi che regolano il commercio di armamenti dovrebbe diventare una priorità. Tuttavia, le scelte effettuate dall’Italia indicano che, almeno per ora, gli interessi economici e le alleanze strategiche prevalgono sulle considerazioni umanitarie.