Crisi globale dei bond in arrivo? Tutta colpa di questo Paese

Laura Naka Antonelli

22 Febbraio 2026 - 18:23

Per i Titoli di Stato di tutto il mondo, la minaccia è concreta. Tutto per colpa del cambiamento che sta interessando questa economia. Terrremoto alle porte?

Crisi globale dei bond in arrivo? Tutta colpa di questo Paese

Il rischio è reale e sta facendo già paventare una crisi globale dei bond, per la precisione dei debiti sovrani, ergo Titoli di Stato, che rischiano di perdere una importante stampella che li ha sorretti per diversi anni.

La stampella, stavolta, non ha nulla a che vedere con i piani di Quantitative easing che sono stati lanciati negli ultimi anni da diverse banche centrali: nel caso dell’area euro, dalla BCE (a favore di BTP, Bonos e di bond emessi soprattutto da parte di Paesi altamente indebitati); in quello degli Stati Uniti, dalla Fed (a favore dei Treasury); in quello del Giappone, dalla Bank of Japan (a favore dei bond made in Japan).

In pericolo è un altro tipo di aiuto di cui i mercati dei Titoli di Stato di tutto il mondo hanno beneficiato, a prescindere dalle manovre delle rispettive banche centrali, e di cui, per ora, stanno tuttora beneficiando. Per quanto tempo ancora, tuttavia, è la grande incognita, visto che un terremoto potrebbe essere alle porte.

Titoli di Stato mondiali pronti a essere mollati dal Giappone? A soffrire soprattutto i Treasury

La minaccia che angoscia il mercato mondiale dei bond sovrani ha a che fare con la possibile decisione di un Paese di dire basta allo shopping di diversi Titoli di Stato di cui ha fatto incetta per anni: Treasuries, BTP e di tante altre fette di debito pubblico emesse da diversi Stati.

Il Paese è il Giappone, grande acquirente di bond sovrani per diversi anni e per motivi, almeno fino a poco fa, anche ovvi, visto che i JGB, Titoli di Stato giapponesi, erano noti in tutto il mondo per erogare rendimenti talmente risicati da portare gli investitori giapponesi stessi a puntare su altri debiti più remunerativi.

Il Giappone è stato così il grande “ stabilizzatore silenzioso ”, così come lo ha definito un articolo di CNBC Pro, del mercato obbligazionario globale: un ruolo che, in realtà, ricopre ancora ma che potrebbe ridursi in modo significativo, facendo diverse vittime.

Nella classifica dei bond che soffrirebbero di più ci sono sicuramente i Titoli di Stato USA, ovvero i Treasury che, secondo gli esperti interpellati, potrebbero essere i primi a risentire della scelta degli investitori giapponesi di tornare, praticamente, a casa, mollando gli asset stranieri che hanno ora in pancia.

Gli investitori e le istituzioni giapponesi sono infatti tra i principali detentori del debito federale degli Stati Uniti. In numeri, gli ultimi dati confermano che, alla fine del 2024, possedevano il 12,4% della quota di debito federale USA in mani straniere: una quantità monstre, valutata più di 1 trilione di dollari.

Pericolo Giappone anche per BTP, Bund, Gilt & Co.?

In questi ultimi anni, il Giappone ha investito in modo importante anche in diversi altri debiti emessi dai governi di Europa e Asia, rilevando, viene menzionato nell’articolo, Titoli di Stato, oltre che USA, anche tedeschi e UK, dunque rispettivamente di Bund e di Gilt.

A essere stati consistenti anche gli acquisti di Titoli di Stato italiani, di BTP. Per fare un esempio, i dati più recenti ci dicono che, nel giugno del 2025, gli investitori del Sol Levante hanno acquistato 113,7 miliardi di yen di BTP.

Così facendo, si può benissimo dire che molti mercati dei debiti a livello globale sono stati sostenuti dagli investitori del Giappone.

La situazione è tuttavia cambiata in modo significativo con la vittoria, alle elezioni in Giappone dello scorso ottobre 2025 di Sanae Takaichi, attuale premier, che ha incassato successivamente una vittoria schiacciante nelle ultime elezioni anticipate che ha deciso lei stessa di indire per testare la solidità della propria maggioranza. Missione compiuta, visto che la sua coalizione di governo ha conquistato la maggioranza assoluta.

L’effetto Sanae Takaichi sui JGB (Titoli di Stato del Giappone)

Da quando Takaichi è diventata premier, sui mercati giapponesi si è presentato al contempo un fenomeno di cui si è parlato più volte: nel prezzare la prospettiva di un bazooka fiscale firmato da Takaichi, e di un governo di Tokyo propenso sostanzialmente a fare più debito per stimolare la crescita del PIL, tagliando anche le tasse, gli investitori di tutto il mondo hanno penalizzato i JBG, scommettendo su rendimenti futuri più alti.

Il risultato è che, sul mercato secondario, i rendimenti dei Titoli di Stato giapponesi sono scattati al record degli ultimi 30 anni, balzando fino al 2,21% e restringendo gli spread più importanti tra i rendimenti della carta giapponese e i rendimenti di altri bond. Risultato: lo spread tra rendimenti dei Treasury USA e rendimenti dei JGB a 10 anni è crollato di ben 115 punti base nel corso dell’ultimo anno. Tonfo anche per lo spread Giappone-Regno Unito, che si è contratto di 92 punti base circa, mentre lo spread Giappone-Germania ora oscilla appena a 45 punti base circa.

Il rialzo dei rendimenti sta producendo tuttavia anche un altro effetto: quello di portare gli investitori giapponesi a guardare con maggiore interesse ai Titoli di Stato del Paese, senza ravvisare la necessità di ’espatriare’ per individuare occasioni più ghiotte sul mercato del reddito fisso.

Per anni, ha ricordato infatti Nigel Green, amministratore delegato del gruppo di consulenza patrimoniale deVere Group, le istituzioni giapponesi “sono state costrette ad andare all’estero, a causa dei rendimenti a casa propria trascurabili”.

Gli investitori hanno capito davvero quello che sta accadendo? Il rischio di rendimenti al rialzo

Ma ora la situazione è cambiata in modo drastico e non sono escluse conseguenze ancora più significative visto che, ha spiegato Green, è possibile che gli investitori non stiano neanche prezzando a pieno l’effetto che l’aumento dei rendimenti dei bond giapponesi avrà sul mercato mondiale delle obbligazioni.

Visto che i bond giapponesi stanno “presentando rendimenti decisamente più elevati”, gli investitori potrebbero spostare masse sempre più ingenti di capitali sui Titoli di Stato del Paese, sottraendo tuttavia in questo modo quella liquidità che ha blindato gli altri bond.

Risultato: “ un costante riposizionamento nei JGB potrebbe essere sufficiente a scatenare una transizione nel modo in cui vengono prezzati a livello mondiale gli altri bond ”, di colpo privi della stampella del Giappone.

A rischiare sarebbero soprattutto i Treasury, ma anche i Titoli di debito di altri Paesi avanzati (come appunto i BTP, i Bund, i Gilt). Green ha ricordato infatti che “è da tempo che il Giappone è un acquirente strutturale dei Treasury USA e dei bond dei principali mercati avanzati”, il che significa che “una volta che la domanda non ci sarà più, i rendimenti (dei bond precedentemente acquistati) punteranno semplicemente verso l’alto ”.

Il Giappone ha esportato risparmio per una generazione. Con il suo stop terremoto bond in vista?

Le previsioni sono in sostanza di un rialzo sostenuto dei premi per il rischio sui titoli obbligazionari a lungo termine, di una curva dei rendimenti più ripida nei principali mercati e di un significativo irrigidimento delle condizioni finanziarie a livello globale.

Il Giappone ha esportato risparmio per una generazione. Se una quota maggiore di quel risparmio restasse in Patria, i mercati obbligazionari globali perderebbero uno dei loro stabilizzatori silenziosi”.

Per ora, “i mercati sembrano ancora comportarsi come se la volatilità giapponese fosse una perturbazione temporanea piuttosto che un cambio di regime, il che, a nostro avviso, è un errore”.

Terremoto dunque in vista per il mercato globale dei bond?

Green ha ricordato che i Treasury statunitensi sono i titoli più esposti a causa della quantità tuttora rilevante di debito USA nelle mani del Giappone.

Gli investimenti dei giapponesi ritornano in Patria anche per fiducia in Takaichi

Dopo i Treasury rischiano molto anche i Titoli di Stato emessi da quei Paesi europei caratterizzati da conti pubblici più fragili. Dunque, inevitabilmente, i BTP, ergo i Titoli di Stato italiani: “Qualsiasi mercato che abbia fatto affidamento su una domanda giapponese costante per la duration può aspettarsi di essere vulnerabile”, è la sentenza di Green.

A commentare il cambiamento in atto anche Derek Halpenny, responsabile della ricerca per i mercati globali EMEA e della divisione di titoli internazionali della banca giapponese MUFG, che ha riferito alla CNG che ha “perfettamente senso che gli investitori giapponesi considerino l’opzione di investire in Patria e di mantenere esposta una quantità più alta di capitali, rispetto al passato, verso il mercato obbligazionario domestico.

Non riteniamo che un livello specifico di rendimento debba necessariamente essere il fattore scatenante”, ha osservato tra l’altro l’esperto sottolineando che, a incidere sul ritorno a casa dei capitali giapponesi dall’estero in Giappone potrebbero concorrere altri elementi, come anche la maggiore fiducia che gli investitori nutrono nei confronti della crescita del PIL e dell’economia, in generale, del Giappone. A quanto pare, per merito di Sanae Takaichi. Che potrebbe tuttavia anche finire per dissanguare le casse già notoriamente malandate, del Paese, alle prese da anni con la piaga di un debito mostruoso.