Criptovalute in rialzo su basi fragili. C’è il rischio bull trap?

Tommaso Scarpellini

26 Maggio 2025 - 17:54

Bitcoin corre verso nuovi record spinto dal Genius Act ma tra stablecoin, banche in allarme e regolamentazione USA, il rischio di una bull trap diventa sempre più concreto.

Criptovalute in rialzo su basi fragili. C’è il rischio bull trap?

Bitcoin ha superato il suo massimo storico, gli ETF spot raccolgono miliardi e le proiezioni parlano chiaro: entro il 2026 potrebbero fluire nel mercato oltre 420 miliardi di dollari, solo verso BTC. Numeri da capogiro, destinati a entrare nei libri di storia finanziaria.

Ma la domanda da farsi è un’altra: e se fosse tutto un castello costruito sulla sabbia?

Una domanda in forte espansione

I dati parlano chiaro: gli asset under management (AUM) degli ETF su Bitcoin sono cresciuti in modo esponenziale. Secondo alcune proiezioni, i flussi complessivi verso il solo Bitcoin potrebbero superare i $420 miliardi entro il 2026.
Nel solo 2025 si stimano oltre $120 miliardi di nuovi investimenti, basandosi su una progressione lineare in linea con il tasso di adozione osservato negli anni passati.

Questa impennata si fonda su una certezza implicita: gli Stati Uniti agevoleranno sempre più l’adozione del mondo cripto. Un tassello fondamentale in questa direzione è il recente Genius Act promosso da Donald Trump, una proposta legislativa che mira a costruire un framework regolamentare ad hoc per le stablecoin.

Il Genius Act: l’idea delle stablecoin (anche targate Trump)

Il Genius Act rappresenta un cambio di paradigma per l’intero settore delle criptovalute. La proposta prevede la possibilità per banche, aziende e persino privati cittadini di emettere stablecoin ancorate al dollaro, sotto un sistema regolato ma più permissivo rispetto al passato. L’idea è quella di creare una piattaforma aperta e concorrenziale per l’emissione di valute digitali, sulla falsariga del free banking americano dell’Ottocento.

In teoria, questo approccio potrebbe essere una svolta. Le stablecoin diventerebbero il veicolo numero uno per l’accesso a Bitcoin e alla DeFi, rimuovendo molti degli ostacoli tecnici e normativi che finora hanno limitato la partecipazione di piccoli risparmiatori e investitori retail.

Una corsa che potrebbe incepparsi

Naturalmente, questa rivoluzione porta con sé numerosi rischi e potenziali effetti collaterali. In particolare, il sistema bancario tradizionale si trova improvvisamente di fronte a un competitor con una proposta molto più efficiente: depositi in stablecoin che potrebbero offrire interessi, accessibilità immediata e utilizzo globale.

Qui nasce uno dei principali punti di frizione: chi detiene il controllo sui depositi? Seguendo questa logica, le banche comunitarie statunitensi vedono nelle cripto una enorme minaccia, perché rischiano di perdere miliardi in raccolta. Questo timore ha spinto alcune lobby bancarie a opporsi a una clausola del Genius Act che avrebbe permesso agli emittenti di stablecoin di pagare interessi ai detentori.

Domanda guidata dalla fiducia… o da altro?

Questo conflitto tra banche tradizionali e aziende cripto potrebbe quindi bloccare o rallentare l’attuazione del Genius Act, o limitarne gli effetti positivi. Il rischio è che invece di accelerare l’adozione, si finisca per generare nuove tensioni e ostacoli, con conseguenze imprevedibili sull’intero ecosistema.

Infatti, c’è un ulteriore elemento da considerare. A differenza di un’azione o di un bond, Bitcoin non ha un valore intrinseco: il suo prezzo è completamente guidato dalla domanda. Finché c’è entusiasmo, interesse, e soprattutto narrazione positiva, il prezzo sale. Ma cosa succede se il vento cambia?

Se il progetto di regolamentazione fallisse, o se si innescasse una crisi di fiducia, si potrebbe assistere a una reazione a catena negativa. In un contesto di contrazione economica, la narrativa pro-Bitcoin potrebbe trasformarsi in una narrazione ostile, generando persino odio verso le cripto.

In questo scenario, Bitcoin rischierebbe di diventare una delle più grandi bolle speculative della storia moderna, un asset comprato da milioni di persone su basi fragili, guidate più dalla FOMO che da una reale comprensione del sottostante.

Un’ipotesi estrema, ma non impossibile

Va detto che questo scenario è volutamente estremizzato. Bitcoin esiste da oltre 15 anni, e ha superato crisi enormi: da Mt. Gox al crollo del 2022, passando per attacchi regolatori da parte di diverse nazioni. È un asset resiliente, e gode oggi di una credibilità molto più alta rispetto al passato.

Inoltre, il vero nodo potrebbe non essere il valore di Bitcoin in sé, quanto l’impatto sistemico del cambiamento in atto sul mondo bancario. Se le stablecoin diventassero davvero uno strumento di massa, le banche sarebbero costrette a rivedere i propri modelli di business.

In questo senso, il rischio di “istituzionalizzare” Bitcoin potrebbe paradossalmente diventare una forza positiva, spingendo il settore finanziario a rinnovarsi e a offrire servizi più efficienti agli utenti.

Quindi, boom sostenibile o trappola?

Il rally attuale delle criptovalute è affascinante, ma fondato su ipotesi politiche, normative e tecniche ancora da validare. Il Genius Act può aprire le porte a una nuova era della finanza decentralizzata, ma rischia anche di scatenare tensioni profonde con l’industria bancaria. In questo contesto, il rischio di una bull trap non può essere escluso.

Bitcoin è un asset che va capito; il fatto che si acquiscano sempre più adopters ignari di cosa stanno comprando, in realtà è un rischio. La sua forza, potrebbe diventare anche la sua debolezza: la domanda emotiva può creare rialzi impressionanti, ma anche crolli improvvisi se cambia la percezione collettiva, e potrebbe cambiare se Donald Trump inscenasse un improvviso cambio di direzione politica, come ultimamente gli piace fare.

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