Cos’è il cuneo fiscale e come si calcola. Guida alla differenza tra stipendio lordo e netto, da cosa è composto e quali sono i motivi per cui è così alto.
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Cos’è il cuneo fiscale, in parole semplici? Sempre più spesso nei telegiornali, nei dibattiti politici o quando si parla di una Legge di Bilancio si sente nominare il cuneo fiscale, ovvero l’indicatore economico che serve a definire la differenza tra quanto un lavoratore costa complessivamente all’azienda e quanto, a fine mese, il dipendente incassa effettivamente di retribuzione netta. In altre parole il cuneo fiscale è la risposta alla domanda sul perchè tra lo stipendio netto e quello lordo c’è così tanta differenza.
La forbice che c’è tra la retribuzione lorda e netta è il peso delle tasse e dei contributi previdenziali. Capire come funziona il cuneo fiscale permette di comprendere come funziona la tassazione della retribuzione. In questo articolo spiegheremo da cosa è composto, perché in Italia è storicamente così alto e cosa cambia di concreto in busta paga quando si parla di taglio del cuneo fiscale.
Cos’è il cuneo fiscale e cosa significa?
Per cuneo fiscale s’intende la somma delle imposte (dirette, indirette, contributi previdenziali) che pesano sul costo del lavoro, sia per quanto riguarda i datori di lavoro, sia per quanto riguarda i dipendenti e i liberi professionisti.
In parole più semplici, il cuneo fiscale non è altro che la differenza tra lo stipendio lordo versato dal datore di lavoro e la busta paga netta incassata dai dipendenti, espresso in percentuale.
Le componenti del cuneo fiscale sono principalmente tre:
- imposte personali sul reddito a carico del lavoratore, incassate dallo Stato centrale o dalle Amministrazioni locali (Irpef, addizionali regionali e comunali);
- contributi previdenziali a carico del lavoratore, si tratta dei contributi pensionistici obbligatori incassati dall’INPS, detratti in busta paga dallo stipendio lordo ricevuto dal lavoratore;
- contributi previdenziali a carico del datore di lavoro che, a differenza dei precedenti, non rientrano nel calcolo dello stipendio lordo dei lavoratori.
Per comprendere l’impatto del cuneo fiscale esaminiamo come agisce su una retribuzione immaginaria di 100 euro:
- circa 25/20 euro vengono pagati dall’azienda allo Stato come contributi previdenziali a carico dell’azienda. Lo stipendio lordo che resta al dipendente è di circa 70-75 euro;
- dei 70/75 euro rimasti circa 7 euro vengono trattenuti per i contributi a carico del lavoratore;
- una quota di quanto rimane viene trattenuta a titolo di Irpef, supponiamo 15 euro (ma in questo caso l’importo varia in base allo scaglione di reddito in cui si rientra e in base all’aliquota);
- nelle tasche del lavoratore, dei 100 euro iniziali, restano circa 50/55 euro; i restanti 45/50 euro formano, appunto, il cuneo fiscale.
A quanto ammonta il cuneo fiscale in Italia?
Ridurre il cuneo fiscale è importante per dare ai lavoratori maggiori entrate e per fare in modo che le imprese abbiano maggiore liquidità.
Negli ultimi anni si è assistito a un calo del cuneo fiscale proprio grazie agli interventi messi in atto a partire dal 2021. Per il 2021 per un lavoratore dipendente con uno stipendio lordo medio, il cuneo era del 46,5%, contro una media del 41,4% nell’area euro. Già dal 2021 comunque si registra il calo, anche se sensibile, dello 0,4%.
Secondo il rapporto “Taxing Wages 2024” dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) il cuneo fiscale del 2023 per un lavoratore single (senza carichi familiari), con reddito medio, il cuneo fiscale nel 2023 è stato di 45,1 punti percentuali. Nel 2022 era del 45%. Ne deriva che vi è stato un leggero rialzo. La media nei Paesi OCSE è del 34,8%. L’Italia si pone come 5° Paese per il cuneo fiscale tra i Paesi dell’OCSE.
La situazione migliora nel caso di coppie sposate con 2 figli a carico. In questo caso il cuneo fiscale è del 33,2%, in ottava posizione rispetto ai Paesi Ocse.
Cuneo fiscale Italia OCSE
Nelle classifiche annuali dell’OCSE (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), l’Italia si posiziona stabilmente ai primi posti nel mondo per la dimensione del cuneo fiscale, superata spesso solo da paesi come la Francia o il Belgio.
I motivi di questo primato sono principalmente legati alla struttura del nostro sistema di welfare:
- la spesa pensionistica elevata: avendo una popolazione mediamente anziana, lo Stato necessita di raccogliere molti contributi dai lavoratori attivi per poter pagare le pensioni correnti;
- l’alto debito pubblico: una pressione fiscale sostenuta sul lavoro serve anche a coprire le spese e i conti dello Stato.
I provvedimenti che hanno tagliato il cuneo fiscale
Tra i vari provvedimenti che hanno inciso sul cuneo fiscale, sebbene in maniera non strutturale, troviamo:
- la legge 234 del 2021 ha introdotto un taglio del cuneo fiscale dello 0,8% per i redditi fino a 35.000 euro;
- il decreto legge 115 del 2022, anche conosciuto come decreto Aiuti Bis, ha provveduto a un ulteriore taglio dell’1,2%;
- la legge di bilancio 2023 ha provveduto a un taglio dell’1% per i redditi fino a 25.000 euro;
- con il decreto Lavoro dell’aprile 2023 si è introdotto un ulteriore taglio del cuneo fiscale con validità dal mese di luglio 2023 fino al mese di dicembre dello stesso anno, esclusa però la tredicesima mensilità. Il nuovo taglio è dal 3% al 7% per i redditi fino a 25.000 euro e dal 2% al 6% per i redditi compresi tra 25.001 euro e 35.000 euro. Il taglio è stato poi prorogato periodicamente fino al 31 dicembre 2024 portando maggiori importi in busta paga di circa 100 euro mensili;
- la legge di Bilancio 2025 propone, invece, il riconoscimento di un bonus non tassabile e un meccanismo di detrazioni aggiuntive che a breve analizziamo. Le misure hanno validità per 5 anni.
Fino al 2024 il taglio al cuneo era contributivo e prevedeva uno sconto (contributivo, appunto) del:
- 7% per redditi fino a 25.000 euro;
- 6% per redditi fino a 35.000 euro.
Nel 2025 il meccanismo è cambiato e il taglio è diventato fiscale, con il riconoscimento di una somma aggiuntiva o una detrazione che ha effetto direttamente sulle imposte.
Taglio del cuneo fiscale 2026
Quando la politica annuncia un «taglio del cuneo fiscale», significa che lo Stato decide di ridurre la quota di tasse o di contributi che trattiene sulla busta paga. Nel 2026 il meccanismo che taglia il cuneo fiscale si sposta sulle tasse: il contributo previsto dallo Stato, reso strutturale dalla Legge di Bilancio 2026, viene erogato sotto forma di indennità esenti da tasse e nuove detrazioni fiscali ai lavoratori con redditi fino a 40.000 euro.
Nel 2026 ai lavoratori dipendenti con reddito complessivo non superiore a 20.000 euro viene riconosciuta una somma aggiuntiva non tassabile con percentuale del:
- 7,1%, se il reddito di lavoro dipendente non è superiore a 8.500 euro;
- 5,3%, se il reddito di lavoro dipendente è superiore a 8.501 euro ma non a 15.000 euro;
- 4,8%, se il reddito di lavoro dipendente è superiore a 15.001 euro.
Ai soli fini dell’individuazione della percentuale applicabile, il reddito di lavoro dipendente è rapportato all’intero anno.
L’aumento massimo, secondo le stime, è di 80 euro al mese in busta paga.
Per i redditi superiori a 20.000 euro è riconosciuto un ulteriore importo sotto forma di detrazione dall’imposta lorda pari:
- a 1.000 euro, se l’ammontare del reddito complessivo è superiore a 20.000 euro ma non a 32.000 euro;
- al prodotto tra 1.000 euro e l’importo corrispondente al rapporto tra 40.000 euro, diminuito del reddito complessivo, e 8.000 euro, se l’ammontare del reddito complessivo è superiore a 32.000 euro, ma non a 40.000 euro.
L’impatto reale in busta paga: tre esempi pratici
Per capire come cambiano lo stipendio e il peso del taglio al cuneo fiscale, analizziamo tre profili di reddito emblematici: 25.000 euro, 35.000 euro e 50.000 euro di RAL. Da tenere presente che anche le aliquote Irpef sono cambiate e che il secondo scaglione di reddito (da 28.000 a 50.000 euro) è sceso dal 35% al 33%.
Per un lavoratore con reddito da 25.000 euro è previsto il versamento di circa 2.300 euro di contributi previdenziali a suo carico (il 9,19%). L’imponibile Irpef è pari a 22.700 euro. Per effetto del taglio al cuneo fiscale questo lavoratore riceve la detrazione massima riconosciuta di 1.000 euro l’anno co un beneficio netto in busta paga di circa 83 euro al mese per 12 mensilità.
Per un lavoratore con reddito da 35.000 euro è previsto il versamento di circa 3.216 euro di contributi previdenziali a suo carico (il 9,19%). L’imponibile Irpef è pari a 31.784 euro. Per effetto del taglio al cuneo fiscale (che sopra i 32.000 euro inizia a scendere progressivamente) e della contemporanea riforma delle aliquote Irpef, questo lavoratore riceve un beneficio complessivo di circa 700 euro l’anno con un beneficio netto in busta paga di circa 58 euro al mese per 12 mensilità.
Per un lavoratore con reddito da 50.000 euro è previsto il versamento di circa 4.595 euro di contributi previdenziali a suo carico (il 9,19%). L’imponibile Irpef è pari a 45.405 euro. Per effetto del taglio al cuneo fiscale questo lavoratore riceve 0 euro (poiché l’agevolazione si azzera sopra i 40.000 euro), ma grazie alla riforma delle aliquote Irpef ottiene comunque un risparmio sulle tasse di circa 348 euro l’anno con un beneficio netto in busta paga di circa 29 euro al mese per 12 mensilità.
Perché è importante tagliare il cuneo fiscale?
I dati sul cuneo fiscale diventano importanti anche leggendoli in prospettiva globale, cioè facendo riferimento ai costi sostenuti nei Paesi competitori per il lavoro. Appare evidente che i Paesi dove il lavoro costa meno e il lavoratore riesce a ottenere uno stipendio netto più elevato, a cui corrispondono condizioni di vita migliori, rappresentano una maggiore attrazione per imprese e per lavoratori.
Ne deriva che un taglio del costo del lavoro rappresenta un modo per aumentare la competitività delle aziende italiane che possono liberarsi della zavorra dei costi elevati e puntare su investimenti in macchinari, formazione e attrarre capitali.
Dovrebbe risultare positivo il fatto che il taglio sia strutturale, infatti, per chi vuole investire, sapere che il costo del lavoro è stabilmente ridotto rappresenta una maggiore certezza in quanto offre stabilità nel tempo e consente progettazione a lungo termine.
Non manca però chi è di contrario avviso e parla di un rischio di fiscal drag, cioè aumento della pressione fiscale legato alla spinta inflazionistica, determinata a sua volta dagli aumenti percepiti in busta paga.
Su tale fenomeno però le opinioni sono discordanti.
Articolo revisionato da Patrizia Del Pidio il
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