Chi è nato e cresciuto negli anni ‘60 e ‘70 ha una qualità fondamentale. Lo dice la psicologia

Alessandro Nuzzo

15 Aprile 2026 - 22:15

Gli psicologi sono convinti: chi è nato in quegli anni ha una forza mentale e una resilienza più sviluppata rispetto a chi è nato un epoca moderna.

Chi è nato e cresciuto negli anni ‘60 e ‘70 ha una qualità fondamentale. Lo dice la psicologia

Quante volte abbiamo sentito dire che le persone delle generazioni passate, soprattutto quelle nate negli anni Sessanta e Settanta, hanno vissuto un’epoca più bella, più spensierata e soprattutto capace di forgiare un carattere molto più forte rispetto alle generazioni attuali? In parte questa affermazione potrebbe essere vera. Chi nasce nell’epoca moderna viene subito spinto verso un uso massiccio della tecnologia e cresce in un contesto profondamente diverso rispetto a quello delle generazioni precedenti. Cambiano le interazioni sociali, cambiano le esperienze quotidiane e molte attività si svolgono ormai a distanza. Di conseguenza aumentano le ansie e le paure: ogni giorno, sui social, i giovani sono bombardati da modelli di perfezione che generano pressioni notevoli, alimentano conflitti interiori, creano un rapporto difficile con il proprio aspetto fisico e favoriscono una competizione continua.

Tutti elementi che rappresentano il lato negativo di un mondo dominato dalla tecnologia. Ora, però, una nuova ricerca condotta da alcuni psicologi ha confermato la tesi secondo cui le persone cresciute negli anni ’60 e ’70 avrebbero sviluppato una forza mentale e una resilienza maggiori rispetto alle generazioni di oggi. Una caratteristica che sta attirando sempre più l’attenzione degli studiosi del comportamento umano.

Perché i nati negli anni 60 e 70 hanno una forza mentale migliore

Secondo gli esperti, chi ha vissuto l’adolescenza e la giovinezza in quegli anni ha sviluppato un carattere più forte non tanto grazie a un’educazione più consapevole o pianificata, quanto piuttosto per il contesto sociale in cui è cresciuto. All’epoca i giovani erano molto più autonomi, e questa autonomia era quasi obbligatoria. Si viveva in contesti familiari in cui i genitori uscivano di casa la mattina e tornavano la sera dopo il lavoro. Erano tempi spesso difficili, segnati da sacrifici e rinunce, e molte famiglie hanno conosciuto periodi di fatica e privazioni. Tutto questo ha portato le persone a maturare prima, ad affrontare la realtà più precocemente e a sviluppare competenze psicologiche diverse.

Oggi, invece, molti bambini trascorrono lunghe ore davanti alla tecnologia, tra smartphone, tablet e computer. I bambini di qualche decennio fa passavano invece gran parte della giornata all’aperto, spesso senza la supervisione costante di un adulto. Erano costretti a risolvere conflitti tra coetanei, affrontare piccoli problemi quotidiani e prendere decisioni in autonomia. Ciò che oggi potrebbe essere interpretato come una mancanza di attenzione da parte dei genitori, all’epoca era semplicemente la normalità.

Il concetto centrale evidenziato dagli psicologi è molto chiaro: la mancanza di un intervento costante da parte di un adulto ha spinto queste persone a sviluppare competenze fondamentali come la capacità di risolvere i problemi, la tolleranza alla frustrazione e l’autoregolazione emotiva. I bambini affrontavano i conflitti senza mediazioni, combattevano la noia senza l’aiuto degli schermi e sviluppavano quella che oggi viene definita resilienza psicologica. Questo processo si collega a ciò che in psicologia è chiamato «inoculazione dello stress»: l’esposizione moderata a situazioni difficili rafforza la capacità di adattamento nel lungo periodo.

Se si confronta questa situazione con quella attuale, emerge una differenza evidente. Oggi molti bambini sono più protetti e controllati, spesso crescono in una sorta di «bolla» in cui si cerca di evitare loro qualsiasi disagio. Le difficoltà vengono risolte dagli adulti e questo cambiamento culturale può avere una conseguenza inattesa: limitare lo sviluppo di competenze emotive fondamentali nei bambini e negli adolescenti. L’assenza di sfide riduce le occasioni di apprendimento autonomo e di adattamento, e alcune persone potrebbero sviluppare più tardi la capacità di affrontare i problemi oppure mostrare nel corso della vita una minore resilienza psicologica.

Una resilienza non priva di aspetti negativi

Tuttavia gli stessi esperti avvertono che la resilienza sviluppata dalle generazioni passate non è priva di aspetti negativi. Molte persone cresciute in quegli anni, infatti, faticano ancora oggi a esprimere le proprie emozioni, a chiedere aiuto o a riconoscere il proprio disagio. Sono state abituate a chiudersi in se stesse, a mostrarsi forti e a risolvere i problemi da sole, senza il supporto degli altri. Questo atteggiamento può avere effetti sul benessere emotivo nel lungo periodo.

La domanda, quindi, è inevitabile: oggi è ancora possibile crescere figli emotivamente forti senza esporli a livelli eccessivi di stress? Il dibattito tra gli esperti è ancora aperto, ma molti concordano su un punto fondamentale: serve equilibrio. Non bisogna tornare alla severità estrema del passato, ma nemmeno cadere nell’iperprotezione che caratterizza spesso l’educazione contemporanea. L’obiettivo dovrebbe essere quello di proteggere bambini e adolescenti, ma allo stesso tempo lasciare loro lo spazio per sbagliare, prendere decisioni e assumersi gradualmente delle responsabilità.

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