Il 28 ottobre 2026, nella sede dell’ARAN a Roma, è arrivata la firma che mancava: quella definitiva sul nuovo contratto collettivo nazionale del comparto Funzioni Locali per il triennio 2025-2027. A sottoscriverlo, insieme al presidente dell’Agenzia Antonio Naddeo, sono state FP CGIL, CISL FP, UIL FPL e CSA Regioni Autonomie Locali.
Dietro la formula burocratica - «sottoscrizione definitiva», dopo il via libera della Corte dei conti arrivato nei giorni precedenti - c’è un passaggio che riguarda la busta paga di 403.617 persone: chi lavora nei Comuni, nelle Regioni, nelle Province, nelle Città metropolitane e nelle Camere di commercio.
Questa è la seconda volta in meno di un anno che questo stesso comparto vede chiudersi un rinnovo contrattuale: a novembre 2025 era stata la volta del triennio 2022-2024, con aumenti per circa 430mila dipendenti pubblici del settore. Questa firma riguarda invece il triennio successivo, il 2025-2027, e arriva mentre gli altri grandi comparti della Pubblica amministrazione - Sanità ad agosto, Funzioni centrali a inizio ottobre - hanno già chiuso le rispettive trattative. Resta solo la Scuola a completare il quadro. Il settore pubblico sta diventando più veloce e solerte del privato nell’adeguare gli standard retributivi all’aumento dell’inflazione.
Quanto aumenta lo stipendio, categoria per categoria
La cifra che circola di più sui giornali di settore è 152 euro lordi al mese, su tredici mensilità: è l’aumento medio a regime per chi lavora nei Comuni. Negli altri enti del comparto - Regioni, Province, Camere di commercio - la media scende a circa 141 euro. Sono numeri utili per farsi un’idea, ma vanno letti con cautela perché nascondono differenze anche sensibili tra una categoria e l’altra.
Guardando alle tabelle, l’incremento tabellare pieno, in vigore dal 1° gennaio 2027, va da 108,95 euro mensili per gli Operatori a 138,52 euro per Funzionari ed Elevate Qualificazioni, passando per 113,53 euro degli Operatori Esperti e 127,63 euro degli Istruttori.
A questo si aggiunge, con decorrenza separata dal 1° luglio 2027, un incremento dell’indennità di comparto che va da 9,74 a 15,61 euro mensili secondo la stessa scala di inquadramento. Sommando le due voci, l’aumento complessivo a regime oscilla tra 118,69 e 154,13 euro lordi al mese: la soglia dei 154 euro, quindi, non è la media ma il tetto massimo, riservato a chi ha l’inquadramento più alto.
Il percorso verso questi importi non è immediato. Gli aumenti procedono per tranche: una prima quota già dal 1° gennaio 2025 (il contratto, come spesso accade, copre un periodo in parte già trascorso), una rideterminazione dal 1° gennaio 2026 e il valore pieno solo dal 1° gennaio 2027. Significa che chi aprirà la busta paga nei prossimi mesi vedrà importi ancora parziali, destinati a crescere ulteriormente nel 2027.
Sul fronte delle risorse, il rinnovo mobilita complessivamente circa 989 milioni di euro l’anno a regime dal 2027, ripartiti in tre scaglioni crescenti: circa 329,6 milioni nel 2025, 659,2 milioni nel 2026, fino al pieno regime l’anno successivo. Per i Comuni, inoltre, la legge di Bilancio 2026 ha previsto un fondo dedicato da 50 milioni di euro nel 2027 e 100 milioni l’anno dal 2028 - una dotazione aggiuntiva il cui funzionamento pratico, va detto, la redazione dovrà verificare meglio una volta pubblicato il testo definitivo della manovra.
Arretrati: una media, non una regola
Chi aspetta gli arretrati maturati dal gennaio 2025 può aspettarsi, secondo le prime stime circolate a ridosso della firma, una media di circa 1.136 euro. È un numero indicativo più che una promessa: l’importo reale dipende dall’inquadramento, dall’anzianità di servizio, da eventuali periodi di part-time o di interruzione del rapporto di lavoro, e sconta inoltre il trattamento fiscale specifico riservato agli arretrati, che riduce il netto rispetto al lordo.
Più delicata è la questione dei tempi. Le prime ricostruzioni di stampa indicano che aumenti e arretrati potrebbero comparire già nella busta paga di dicembre 2026, insieme alla tredicesima - ma si tratta di una previsione, non di una scadenza fissata dal contratto. Ogni ente locale deve infatti recepire le nuove tabelle, ricalcolare le competenze e verificare la copertura di bilancio prima di liquidare le somme dovute: un percorso che nei Comuni più piccoli, con uffici del personale spesso sotto organico, può allungarsi di settimane se non di mesi. Chi ha diritto agli arretrati farebbe bene, insomma, a monitorare le comunicazioni del proprio ente piuttosto che segnare una data sul calendario.
Le novità che non si vedono in busta paga
Gli aumenti economici sono la parte più raccontata del rinnovo, ma non l’unica. Il nuovo contratto introduce il primo titolo dedicato espressamente all’intelligenza artificiale nel rapporto di lavoro pubblico locale: pone regole sull’uso dei sistemi di IA, prevede garanzie per il personale e - punto non banale - esclude che decisioni con effetti rilevanti sul rapporto di lavoro possano essere prese in modo del tutto automatizzato, senza un intervento umano a verificarle. È una clausola che altri comparti pubblici, a partire dalle Funzioni centrali, hanno iniziato a inserire solo di recente, e che qui trova una delle prime applicazioni organiche.
Cambia anche qualcosa nell’organizzazione del lavoro quotidiano: vengono formalizzate le figure di social media manager e digital manager, in attuazione della riforma della pubblica amministrazione avviata con il decreto legge 25 del 2025. Sul piano delle tutele, spariscono le riduzioni delle ferie per i neoassunti, che avranno diritto al monte ferie pieno fin dal primo giorno di lavoro, e viene introdotto un congedo fino a 24 mesi per chi affronta patologie oncologiche o comunque gravi, richiamando quanto previsto dalla legge 106 del 2025. Vengono infine aggiornati gli importi dei rimborsi per le trasferte e ridisegnato il meccanismo del Fondo per le risorse decentrate, che dal 2027 seguirà una disciplina nuova basata sul fondo 2026 certificato.
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Resta un ultimo tassello, quello della cosiddetta vacanza contrattuale: dal mese di aprile successivo alla scadenza naturale del contratto, ai lavoratori spetterà comunque una quota dell’inflazione attesa - il 30%, salendo al 50% - in attesa che parta la trattativa per il triennio seguente. Una clausola pensata proprio per evitare che, come già successo in passato, tra un rinnovo e l’altro passino anni senza alcun adeguamento, nemmeno parziale, degli stipendi.
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