Le utilities di tutto il mondo si trovano davanti a una sfida duplice e senza precedenti: da un lato, devono soddisfare la crescente domanda di elettricità per alimentare i data center nei Paesi sviluppati, spinta da tecnologie come l’intelligenza artificiale, il cloud e i social media; dall’altro, devono far fronte all’esplosione della domanda di raffrescamento nei Paesi emergenti, dove il cambiamento climatico e la crescita demografica stanno accelerando la necessità di aria condizionata.
Secondo i dati dell’International Energy Agency (IEA), tra il 2024 e il 2035 l’elettricità richiesta dai data centre globali salirà da 416 TWh a circa 1.200 TWh, con un aumento di 784 TWh. Il consumo per il raffrescamento degli ambienti aumenterà invece da circa 2.000 TWh a oltre 3.200 TWh, con una crescita di 1.200 TWh. In altre parole, il raffrescamento crescerà del 60% in più rispetto ai centri dati, diventando la principale fonte di nuova domanda elettrica globale.
Un TWh (terawattora) equivale a un miliardo di kWh – il consumo annuo di circa 90.000 abitazioni europee.
La geografia della domanda elettrica mostra un contrasto netto. I data centre si espandono soprattutto in Stati Uniti, Europa e Giappone, dove esistono infrastrutture consolidate, reti stabili e politiche energetiche sofisticate. Il bisogno di aria condizionata si concentra invece in India, Sud-est asiatico, Medio Oriente, Brasile e Messico, Paesi in via di sviluppo con reti spesso fragili e soggette a blackout.
Nel 2022 solo il 36% delle famiglie mondiali possedeva un condizionatore d’aria. Secondo l’IEA, questa quota salirà al 50% entro il 2035 e al 60% entro il 2050. L’Ember Climate stima che l’India, da sola, passerà da 110 milioni di unità di climatizzazione a quasi 500 milioni entro il 2035, con una capacità installata destinata a quadruplicarsi. Nel 2050 il Paese avrà più di 1,1 miliardo di unità, pari a circa il 40% dell’incremento globale netto.
A trainare la crescita è anche l’urbanizzazione. Nei Paesi tropicali, sempre più famiglie si trasferiscono in condomini con finestre sigillate e scarsa ventilazione naturale. Questo aumenta la superficie da raffrescare, il tempo giornaliero di utilizzo dei condizionatori e la domanda di picco nei momenti più caldi della giornata.
Il fenomeno è aggravato dai cambiamenti climatici. Secondo il Centre for Science and the Environment indiano, una singola ondata di calore può causare decine di migliaia di morti. Le alte temperature diventano insostenibili senza raffrescamento meccanico.
Il fallimento nell’ampliare le reti per i data centre nei Paesi ricchi può causare rallentamenti digitali e danni economici. Ma nei Paesi caldi, un blackout durante un’ondata di calore può provocare morti di massa, in particolare tra i bambini e gli anziani. Questa asimmetria solleva questioni etiche e strategiche su come allocare le risorse energetiche e finanziare le infrastrutture.
La capacità di raffrescamento passerà da 850 GW nel 2022 a 1.750 GW nel 2035, fino ad arrivare a 2.700 GW nel 2050.
Per rispondere alla nuova domanda, le utilities possono puntare sull’espansione delle rinnovabili, come fotovoltaico, eolico e batterie, ma ciò richiederà investimenti massicci, soprattutto nei Paesi a basso reddito. Molti governi continueranno a ricorrere ai combustibili fossili, specialmente al carbone, aumentando le emissioni. Un’alternativa è migliorare l’efficienza energetica degli apparecchi, ma la diffusione è ancora lenta. Anche l’edilizia può contribuire, con isolamenti migliori, tetti riflettenti e ventilazione passiva, ma servono regolamentazioni e incentivi statali.
Il paradosso è evidente: l’aumento della domanda energetica per combattere il caldo può contribuire a generare più caldo, se soddisfatto con fonti fossili. E le popolazioni più vulnerabili rischiano di pagare il prezzo più alto.
Le utilities dovranno quindi non solo espandere l’offerta, ma trasformarla: integrare fonti pulite, modernizzare le reti, decentralizzare la produzione. E, soprattutto, coordinarsi con politiche sanitarie, urbanistiche e climatiche. Senza interventi strutturali, le città del Sud globale rischiano di diventare trappole termiche alimentate da una crisi energetica sempre più ingestibile.