La sconfitta elettorale del governo del presidente Nicolás Maduro, nelle votazioni del 6 dicembre, apre nuovi scenari per il Venezuela. Il chavismo è davvero arrivato al suo capitolo finale?
Ha vinto il popolo del Venezuela. Così, Tibesay Lucena, la presidente del CNE (il tribunale elettorale venezuelano), ha commentato l’esito delle elezioni che si sono svolte lo scorso 6 dicembre. Dopo quasi diciassette anni dalla prima vittoria di Hugo Chávez (il 2 febbraio 1999), il suo successore Nicolás Maduro e il chavismo escono sconfitti dall’esito delle urne. Il partito d’opposizione, come confermato dal primo comunicato ufficiale diffuso, ha ottenuto 99 dei 167 seggi del Parlamento nazionale. Invece, il partito di governo (Psuv), partito socialista del Venezuela, ha conquistato solo 46 seggi. Restano altri 22 seggi da assegnare.
Al tal proposito, il segretario del Mud (la coalizione di centrodestra), Jesus Torreabla, ha rassicurato i suoi elettori, precisando che il vantaggio dell’opposizione è destinato ad aumentare. I voti già convalidati consentono di affermare che la maggioranza semplice (84 seggi) è stata raggiunta. Tuttavia, l’opposizione spera che si possa arrivare a quella qualificata (stando ai loro calcoli avrebbero raggiunto 111/113 seggi). In questo modo, il Mud potrebbe contare su una maggioranza più ampia di quella del governo.
Questione non da poco se si pensa che, nel caso in cui l’opposizione riuscisse ad assicurarsi almeno 112 dei 167 seggi del legislativo, oltre a poter contrastare con più veemenza Maduro, potrebbe fare un ulteriore affondo al governo in carica. Infatti, potrebbe decidere di affidare al popolo venezuelano – attraverso un referendum – le sorti dell’attuale presidente, mandandolo a casa (in anticipo di 3 anni rispetto alla durata del suo mandato), oppure facendolo restare. Uno snodo, quest’ultimo, davvero importante, per poter arrivare a dare scacco matto al chiavismo.
Maduro ammette la sconfitta: colpa della “guerra economica” – Dopo i primi risultati ufficiali, il presidente in carica ha ammesso la sconfitta elettorale della sua coalizione, dando la colpa alla “guerra economica” in atto. Allo stesso tempo, con un tono di sfida, ha sostenuto che ha vinto una “controrivoluzione”. Tuttavia, più che un golpe politico da parte dell’opposizione, questa è davvero la vittoria di un popolo allo stremo delle proprie forze, a causa di una crisi economica sempre più profonda, dello stato di corruzione e di malagiustizia del governo del presidente Nicolas Maduro (eletto nell’aprile 2013). Uno scenario così critico che – nel corso dei mesi – ha spinto parte della popolazione a scendere in piazza per protestare. Contestazioni, in alcuni casi, macchiate anche dal sangue dei manifestanti.
Il socialismo bolivariano del XXI secolo e la crisi economia - La situazione “lacrime e sangue” del Venezuela, dopo la scomparsa del leader maximo Ugo Chavez, si è ulteriormente aggravata. Dopo la politica di nazionalizzazione voluta da quest’ultimo, congiuntamente ad altre misure economiche, si è dovuto fare i conti con un’inflazione alle stelle e con la carenza dei beni di prima necessità. Infatti, sempre più spesso, i venezuelani si sono trovati con gli scaffali dei supermercati vuoti. Niente latte, pane, acqua, zucchero, uova, carta igienica e via discorrendo. Una condizione di cui non si conosce la reale gravità visto che, da mesi, Maduro ha fatto in modo che non si possa accedere ai dati statistici e macroeconomici.
Tuttavia, stando alle stime dell’Fmi, alla fine del 2015, il Pil dovrebbe registrare una flessione del 10%. La situazione non si prospetta migliore nel 2016, dove la contrazione del Pil dovrebbe oscillare intorno al 6 per cento. Inoltre, gli analisti stimano che la recessione continuerà ancora fino al 2019. Per quanto riguarda l’inflazione, nel 2015, ha raggiunto il 160 per cento (rispetto al 62,2 alla fine del 2014). Ma gli esperti avvertono che questi numeri potrebbero peggiorare, raggiungendo valori che contraddistinguono una situazione di iperinflazione, oltre il 200 per cento nel 2016.
Alla base di questo disfacimento economico troviamo il basso prezzo del petrolio, vicino ai 40 dollari al barile. Una situazione che, nella storia socialismo bolivariano del XXI, inizia quando Chávez – fresco della prima vittoria – riesce ad ottenere il controllo della holding petrolifera di Stato, Pdvsa. Il leader del socialismo bolivariano era convinto che il Paese potesse vivere grazie alle rendite provenienti dal petrolio. A causa di ciò, inizia una politica selvaggia di nazionalizzazione e di espropriazione, che non risparmia proprio nulla: dalle telecomunicazioni all’elettricità, dalla siderurgia al cemento, dalle banche, alla produzione della birra, arrivando anche alle tv, alle radio e ai giornali. All’epoca, il prezzo del petrolio era quotato oltre i 100 dollari al barile e lo Stato poteva far affidamento su dollari che la precedente amministrazione aveva lasciato nelle casse pubbliche. Chavez, però, non aveva fatto i conti con la flessione del prezzo del petrolio, causa principale della grave crisi economica che il Venezuela sta attraversando.
Una nazione che, nonostante le sue risorse petrolifere, oltre a dover importare quasi tutto ciò che consuma, si trova ad essere indebitata fino al collo. Solo nei confronti della Cina, il debito di Caracas è superiore ai 50 miliardi di dollari. Non è un caso, infatti, che Pechino sia stato uno dei primi ad aver commentato l’esito elettorale, auspicandosi che il Venezuela possa essere in grado di mantenere la stabilità e lo sviluppo nazionale. Allo stesso tempo, il governo cinese si è detto disposto a continuare ad avere rapporti commerciali con il paese sudamericano, al fine di consolidare la loro tradizionale amicizia.
Ecco perché, sulla base di uno scenario così cupo, la sconfitta elettorale di Maduro rappresenta un risultato importante per il Venezuela. Tuttavia, viste le dichiarazioni rilasciate dal presidente subito dopo la sconfitta – in cui ha sottolineato che questo “non è il momento di piangere, ma è il momento di lottare” – l’esito elettorale potrebbe essere condizione necessaria, ma non sufficiente per segnare l’inizio di una nuova ed auspicabile era per il Venezuela. Per poter affermare con certezza, come stanno facendo in molti, che il chavismo è sconfitto. Perché, chi conosce bene le dinamiche interne alla nazione, sa che ancora è presto per poterlo affermare. Ma è un buon passo in avanti, grazie al «bravo pueblo, que el yugo lanzó».
(Fonte: El Universal, El País)
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