Domani verrà approvato il ddl sulla riforma del mercato del lavoro: tra polemiche e tensioni sociali, l’Italia si divide su una riforma che farà certamente discutere.
Una riforma che genera più scontento che approvazione
Una riforma che difende i precari e punisce i furbetti: in breve è questo il sunto della riforma del lavoro, a sentire il ministro che l’ha vagliata, Elsa Fornero. La riforma è efficace per l’occupazione giovanile e per le aziende ed è inoltre determinata da un’efficiente flessibilità. «In questo Paese abbiamo un’area di precarietà che non possiamo non riconoscere», dichiara la Fornero. «Ma riconosciamo che flessibilità è un valore per le imprese, è fattore della produzione e non è mai stato intenzione di questo Governo penalizzare le imprese perché è dall’impresa e non dai sussidi pubblici che viene lavoro buono».
Se la Confindustria approva a denti stretti, la Cgil protesta e minaccia scioperi, con la Camusso che definisce la riforma «una bandierina ideologica» e accende l’ennesimo scontro con la Fornero.
Tuttavia, quello che ha tenuto banco fino a oggi, riguardo la riforma, è stato il tanto discusso e temuto articolo 18, sorgente di proteste, manifestazioni e discussioni interminabili.
La modifica dell’art. 18 prevede infatti che in caso di licenziamento per motivi economici e per motivi disciplinari soggettivi, la decisione per il risarcimento o per il reintegro verrà stabilita dal giudice caso per caso, e questo sarà esteso a tutte le aziende.
Non solo articolo 18
Tuttavia la riforma del lavoro non si riduce solamente all’articolo 18. In tutti i suoi altri punti, la riforma Fornero viene ora sostenuta, ora attaccata, spaccando di fatto il Paese a metà, tra politici e lavoratori che prendono a cuore ogni singolo aspetto.
Per quanto riguarda gli «ammortizzatori sociali», ad esempio, di rilevante importanza è senza alcun dubbio l’ASPI, ovvero l’Assicurazione Sociale per l’Impiego, che sosterrà i disoccupati, ma in maniera differente rispetto a oggi e sostituirà molti sussidi già esistenti. Coloro che perderanno il lavoro, infatti, avranno diritto a un assegno pari al 75% della retribuzione, o 25% per chi supera i 1.180 euro mensili di stipendio, e ha una durata di 12 mesi (18 per chi ha superato i 55 anni), con una riduzione di sei mesi in sei mesi del 15%. Per averne diritto, il soggetto in questione dovrà aver lavorato 52 settimane negli ultimi 2 anni, mentre chi avrà versato i contributi per un periodo più breve (minimo 13 settimane negli ultimi 12 mesi), potrà beneficiare dell’assegno per un periodo pari alla metà delle settimane lavorate.
Anche l’ASPI raccoglie consensi e proteste, con i primi che si traducono in un tacito entusiasmo, affermando che quella degli ammortizzatori sociali è la parte costruita meglio e che scontenta di meno, anche se alcuni suoi detrattori le negano di occuparsi di tutte le tipologie di disoccupati, specialmente i collaboratori a progetto e coloro che detengono le «false» partite Iva, ovvero quelli che, pur avendo una partita Iva, lavorano di fatto per un solo cliente, assumendone de facto il ruolo di dipendente.
Come cambia il mondo del lavoro
La riforma del lavoro coinvolge anche temi molto sentiti dai lavoratori, come il «contratto a tempo indeterminato», che deve diventare la soluzione «dominante» e la cui via d’accesso «ideale» passa per il contratto di apprendistato. Quest’ultimo consentirà ai giovani tra i 15 e i 29 anni di entrare nel mondo del lavoro attraverso un accesso facilitato e serio per ciò che concerne la formazione professionale. Il contratto durerebbe tre anni, nei quali l’azienda sarà obbligata a fare formazione e a rilasciare un certificato che ne attesti la maturazione, oltre a poter usufruire di sgravi fiscali.
A sua volta la riforma tende a ridurre drasticamente, se non eliminare, i contratti a termine, attraverso un aumento dei costi a carico delle aziende: il governo, dunque, punta forte sullo scoraggiamento dell’utilizzo dei contratti a termine e sulle finte collaborazioni, per agevolare il lavoratore e punire le aziende che, attraverso questo tipo di contratti, guadagnano a spese del lavoratore. Inoltre, il contratto a tempo determinato, dopo 1 anno e mezzo, diventerà automaticamente «a tempo indeterminato».
Aboliti anche gli stage formativi gratuiti post-università: chi lavora, dovrà essere pagato.
Punto caldo riguarda anche le partite Iva: richiesta la trasformazione automatica delle consulenze in collaborazioni continuative o in contratti a tempo indeterminato, per le partite Iva che non superino i 18mila euro di reddito lordo annuo, che presentino minimo 8 mesi di lavoro nella stessa azienda, e hanno un corrispettivo pagato sopra l’80% (devono essere presenti 2 tra le 3 condizioni richieste).
Questo è uno dei punti più promettenti dell’intero testo, anche se alcuni storcono ancora il naso, puntando il dito contro la non-risoluzione del contratto a tempo determinato e contro alcune lacune che, a loro avviso, fanno di questa riforma una riforma «gattopardesca»: tutto cambia per restare immutato.
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