Il tetto del 3% nel rapporto deficit/PIL e l’obbligo di riduzione del debito pubblico potrebbero legare le mani a Matteo Renzi. Riuscirà a fare le riforme?
Il Fiscal Compact, o patto di bilancio europeo, approvato con un trattato internazionale il 2 marzo di due anni fa da 25 dei 27 (oggi 28) membri dell’UE (non hanno firmato Regno Unito e Repubblica Ceca), è un accordo che contiene una serie di regole vincolanti volte a promuovere l’equilibrio di bilancio nei singoli Stati nazionali.
Oggi nel nostro Paese il patto è divenuto uno degli argomenti più trattati da politica e stampa. Le norme in esso contenute sono infatti considerate un pericolo per il futuro dell’Italia e un freno per un’economia come la nostra che, con incredibili difficoltà, sta provando ad uscire dalla crisi.
Matteo Renzi ha in mente un programma molto ambizioso, una serie di riforme che potrebbero modificare totalmente l’assetto istituzionale, costituzionale, politico e fiscale del nostro Paese. Per metterle in atto però avrà bisogno di due cose: una maggioranza che gli permetta di mettere in pratica le sue promesse e una rinegoziazione di quegli accordi comunitari che potrebbero limitare notevolmente il suo raggio d’azione.
Ci riferiamo in particolare alla soglia del 3% nel rapporto Deficit/PIL e alla riduzione del debito pubblico del 5% l’anno fino al raggiungimento del 60% sul PIL.
Ma vediamo di capire meglio di cosa si tratta.
Fiscal Compact: un po’ di storia
L’UE è formata da un conglomerato di Paesi (28) che compongono una zona di libero mercato, chiamato mercato comune. Questo mercato comune rappresenta appunto l’unione economica tra gli Stati Membri. 18 di queste 28 Nazioni sono legate anche dall’unione monetaria basata sull’euro, la moneta unica regolamentata dalla Banca Centrale Europea.
L’Unione però rimane economica e monetaria, l’assetto fiscale dei singoli Paesi spetta ai Governi Nazionali. Uniche voci su cui i vertici comunitari possono intervenire riguardano l’aliquota IVA, le tariffe commerciali estere e il bilancio annuale.
A partire dal 2011 la Germania, e in parte anche la Francia, hanno iniziato a spingere per la creazione di un patto fiscale che contenesse dei parametri da rispettare per tutti gli Stati membri. Dopo vari mesi di trattative, il 30 gennaio 2012 venne approvato il Fiscal Compact, ratificato dai Paesi coinvolti ed entrato in vigore il 1°gennaio 2013.
Fiscal Compact: cosa prevede
Il trattato consta di 16 articoli nei quali sono contenute una serie di norme vincolanti per i contraenti. All’articolo 1 si legge infatti:
“Con il presente trattato le parti contraenti, in qualità di Stati membri dell’Unione europea, convengono di rafforzare il pilastro economico dell’unione economica e monetaria adottando una serie di regole intese a rinsaldare la disciplina di bilancio attraverso un patto di bilancio.
Tra queste regole, le principali riguardano:
- l’impegno ad avere un deficit pubblico strutturale che non superi lo 0,5% del PIL e, per i paesi il cui debito pubblico è inferiore al 60% del PIL, l’1%;
- l’obbligo per i Paesi con un debito pubblico superiore al 60% del PIL, di rientrare entro tale soglia nel giro di 20 anni, ad un ritmo pari ad un ventesimo dell’eccedenza in ciascuna annualità (5%);
- l’obbligo per ogni Stato applicare delle correzioni con scadenze determinate nel caso in cui non sia in grado di raggiungere altrimenti gli obiettivi di bilancio concordati;
- l’impegno a inserire le nuove regole in norme di tipo costituzionale o nella legislazione nazionale, che verrà verificato dalla Corte europea di giustizia;
- l’obbligo di mantenere il deficit pubblico al di sotto del 3% del PIL; pena sanzioni semi-automatiche;
Fiscal Compact: un problema per l’Italia
Ampiamente criticato da molti economisti di fama internazionale ( i premi Nobel per l’economia Kenneth Arrow, Peter Diamond, William Sharpe, Eric Maskin e Robert Solow su tutti) perché considerato un meccanismo improvvido, il Fiscal Compact per l’Italia potrebbe rappresentare un problema grosso, molto grosso.
Perché? Perché per fare delle riforme occorrono soldi, soldi che l’Italia non ha e che dovrebbe comunque impiegare nel rispetto dei parametri europei.
Attualmente attuare il programma di Renzi senza violare il tetto del 3% nel rapporto deficit/PIL appare una vera e propria utopia. Per questo la speranza dei nostri governanti è quella di riuscire ad ottenere “un ammorbidimento” da parte dei vertici europei, almeno per qualche anno.
Un problema enorme è inoltre rappresentato dall’obbligo di ridurre di un ventesimo l’anno ogni debito pubblico superiore al 60%. Nel caso in cui l’aveste dimenticato, l’Italia attualmente ha un debito pari al 133% del PIL.
Tradurre questa imposizione in realtà significherebbe per il nostro Paese spendere circa 50 miliardi l’anno (per i prossimi vent’anni) che non solo non abbiamo, ma che se anche ci fossero andrebbero spesi per rimettere in piedi la Nazione.
Insomma, attualmente l’Italia ha le mani legate. La speranza di Renzi è quella di proporre un pacchetto di riforme ch,e approvate a livello europeo, facciano in modo che essi decidano di concederci un po’ più di autonomia per modificare ciò che non va e di chiudere un occhio su eventuali (o meglio sicure) violazioni.
In caso contrario i problemi del nostro Paese potrebbero diventare ancora più seri.
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