Persecuzione religiosa in aumento. Fare qualcosa è possibile (e necessario)

Pierandrea Ferrari

30 Dicembre 2020 - 17:27

4 Gennaio 2021 - 17:55

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La persecuzione religiosa era un fenomeno noto già nell’antico Egitto, ma negli ultimi cinque anni la discriminazione sulla base del culto ha superato la soglia di guardia.

Persecuzione religiosa in aumento. Fare qualcosa è possibile (e necessario)

Millenni di progressi non sono bastati per allentare le tensioni religiose nel mondo. Al contrario, negli ultimi cinque anni le discriminazioni, i maltrattamenti e le privazioni dei diritti fondamentali sulla base del culto hanno registrato un incremento esponenziale a tutte le latitudini.

Un lustro bagnato dal sangue delle minoranze, in un’escalation incontrollabile di violenza che si è tradotto – oltre agli innumerevoli episodi discriminatori – in due genocidi, tra cui il massacro della comunità islamica dei Rohingya perpetrato dalle armate del Myanmar nel 2016.

Nemmeno l’ondata pandemica di quest’anno, che pure ha saputo congelare gran parte delle attività economiche, è riuscita ad arginare le repressioni: in alcuni casi, la crisi sanitaria è stata persino sfruttata per aumentare la stretta, con la Cina che la scorsa primavera ha raso al suolo diverse chiese cristiane e accelerato la deportazione degli Uiguri, etnia turcofona, verso i campi di rieducazione.

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Poi, il regno del terrore di Daesh in Iraq, l’ateismo di Stato (intollerante) della Corea del Nord, gli sconfortanti record negativi dell’Eritrea, dove la libertà di culto è soffocata dal regime di Afewerki: un quadro desolante, che pure è in continuo deterioramento.

Negli ultimi anni le voci delle organizzazioni internazionali e delle Ong si sono spesso alzate in difesa delle minoranze bistrattate, massacrate e spogliate dei diritti fondamentali, ma la ruota repressiva continua a girare senza posa.

Persecuzioni religiose: in Siria l’ISIS continua a minacciare le minoranze

Per anni la Siria è stata una sorta di paradiso per gli sventurati rifugiati iracheni, ma la guerra civile e la conseguente crisi umanitaria hanno mescolato le carte in tavola. L’UCIRF – US Commission on International Religious Freedom – ha riconosciuto il sostanziale miglioramento della condizione delle minoranze nel Paese, ma in alcuni territori continua ad imperare le legge del califfato.

A preoccupare, oltre all’ISIS, anche le scorribande del gruppo terroristico salafita Hay’at Tahrir al-Sham (HTR) nella provincia di Idblid, dove le manovre repressive a danno delle minoranze vengono riportate a cadenza quotidiana.

Boko Haram e il Natale di sangue in Nigeria

In occasione della vigilia di Natale le milizie di Boko Haram, organizzazione jihadista terroristica, ha assaltato una chiesa nel Nord-Est della Nigeria, uccidendo dodici fedeli e rapendone altri sette, incluso il prete.

Quest’ultimo attacco alla comunità cristiana di Garkida si aggiunge ad una lunga sequela di barbarie che hanno devastato il Paese negli ultimi anni. La Nigeria è divisa pressoché equamente tra musulmani e cristiani, eppure le violenze continuano ad essere perpetrate esclusivamente a danno di quest’ultimi.

L’UCIRF, in uno dei suoi ultimi report, ha tentato di definire il volume degli atti ostili che si sono consumati in Nigeria per mano di Boko Haram: secondo l’organizzazione, dal 2009 il gruppo terroristico si è reso responsabile della deportazione di quasi due milioni di persone e del massacro di intere comunità, un orrifico consuntivo favorito dalla corruzione e dalla diffusa incompetenza delle istituzioni nigeriane.

In Pakistan la violenza privata è fuori controllo

In questa cartina degli orrori è segnato in rosso anche il Pakistan, alleato di lungo corso degli Stati Uniti. Sebbene il Governo di Islamabad contribuisca effettivamente al deterioramento delle condizioni di vita delle minoranze religiose nel Paese – le leggi contro la blasfemia e il movimento musulmano Ahmadiyya sono state inasprite – è la violenza privata ad essere ormai ampiamente fuori controllo.

Tra le vittime risultano spesso le giovani donne che appartengono alle comunità cristiane, induiste e sikh: secondo le stime più recenti, sarebbero oltre mille quelle rapite ogni anno e obbligate a convertirsi all’Islam.

Il tutto, anche in questo caso, nel silenzio complice delle istituzioni. Le organizzazioni internazionali vedono infatti nella polizia che opera nelle Regioni vicino al Punjab e nel Sindth la degenerazione del potere pakistano, troppo spesso cieco di fronte alla barbarie che si consumano nella costa orientale del Paese.

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