Grecia, Europa: la scelta impossibile. Il paradosso dell’uscita dall’unione

Nadia Fusar Poli

16/09/2011

Grecia, Europa: la scelta impossibile. Il paradosso dell’uscita dall’unione

GRECIA, EUROPA. Il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy hanno entrambi affermato che la Grecia non lascerà l’euro, ma l’ «impensabile» è ora seriamente preso in considerazione, a tutti i livelli ed è motivo di accesi dibattiti. Quale sarebbe la strada meno dolorosa? Restare o rischiare?
Un’ uscita della Grecia dall’euro sarebbe senza precedenti, e per alcuni analisti rappresenterebbe un passo irreversibile verso una rottura della moneta unica nella sua forma attuale. Per altri il paese è ormai una sorta di «arto malato» che deve essere asportato per proteggere gli altri e salvare la zona euro.

Il salvataggio della Grecia introduce un problema di azzardo morale eccessivamente rischioso, ma lasciare che il paese fallisca sembra in contrasto con la visione europea di mutuo sostegno e solidarietà.
Lasciare che la Grecia resti dov’è mostrerebbe la solidità della zona euro, e l’impegno di tutti nei confronti degli Stati che ne fanno parte. Ma potrebbe anche dire ai mercati che Bruxelles non è in grado di prendere quelle difficili, quanto necessarie decisioni, per rendere praticabile l’unione economica.

In un rapporto pubblicato Martedì, Willem Buiter, economista di Citigroup, ha detto che mentre la l’uscita della Grecia dalla moneta unica sembra oggi più probabile che mai, i benefici che ne deriverebbero sarebbero molto limitati, per il paese e la zona dell’euro nel suo insieme, a fronte di notevoli effetti negativi, diretti ed indiretti, che si produrrebbero.
Citigroup ritiene che il debito pubblico greco raggiungerà il 167 per cento del prodotto interno lordo (PIL) entro la fine del 2011. Lo slittamento del programma di riforme e di privatizzazione così come i tassi di crescita peggiori del previsto, hanno vanificato i tentativi del paese di tenere a freno il suo debito insostenibile.

«Le riforme strutturali non stanno andando da nessuna parte e la mancanza di realismo delle previsioni circa i profitti derivanti dalla privatizzazione sta diventando sempre chiara», ha scritto Buiter.
Christine Lagarde, il nuovo capo del FMI, ha affermato che la Grecia è affetta da "stanchezza da riforme”. Cosa significa?
Probabilmente che la Grecia, prima o poi, andrà in default. I tempi e la natura dipenderanno da una serie di fattori, non ultimo la volontà (e l’interesse) degli Stati membri più sviluppati di continuare a gettare soldi sul problema.

La capacità del governo greco di continuare con i suoi tagli, nonostante l’opposizione della sua stessa popolazione rappresenta un punto critico e cruciale. Se la «troika» (Fondo Monetario Internazionale, Unione europea e Banca centrale europea) decreterà che il paese non è in ottemperanza alle sue riforme strutturali condizionali, il finanziamento potrebbe essere sospeso e il paese andrebbe quasi inevitabilmente in default.
La BCE non accetterebbe più il debito del governo greco come garanzia nei prestiti alle banche del paese, e l’assistenza di liquidità di emergenza (ELA) offerta dalla BCE non sarebbe imminente.
In uno scenario del genere, la Grecia difficilmente potrebbe ripagare la maggior parte dei suoi creditori internazionali, ad eccezione del FMI.

Allora perché non decidere di lasciare la moneta unica? Dopo tutto, svalutazioni competitive delle valute contro il marco sono state fondamentali per la performance delle economie del Sud europeo pre-euro. Come ha spiegato Buiter, una dracma reincarnata perderebbe immediatamente valore - si stima fino al 40 per cento. Non appena un’ uscita dall’euro apparisse come soluzione inevitabile, ci sarebbe un immediato assalto agli sportelli delle banche. Il sistema bancario greco verrebbe distrutto e si creerebbero squilibri enormi nei portafogli. Imprese e banche, rischierebbero anch’esse il default, come il proprio Paese.

I vantaggi competitivi derivanti dalla svalutazione, nota Buiter, sarebbero di breve durata senza quelle stesse riforme strutturali per l’economia e il mercato del lavoro che la Troika ha prescritto come condizioni necessarie. Un’uscita dall’euro, ha concluso, porterebbe ad un collasso finanziario e ad una recessione più profonda di quella di cui attualmente si sta soffrendo.
Gli economisti Stephane Deo e Paul Donovan di UBS hanno stimato che il costo di un’uscita di un membro debole dalla moneta unica sarebbe tra 9.500 e 11.500 euro ($ 13,100 - $ 15,900) per persona durante il primo anno, e tra 3.000 e 4.000 euro a persona negli anni successivi . Per la Grecia, ciò rappresenterebbe la metà o forse più del PIL pro capite, di circa 27.700 $

La Grecia avrebbe quindi poco da guadagnare da un’uscita dalla moneta unica.
A questo punto la Germania -sempre più la forza dominante nel processo decisionale europeo – dovrebbe tagliare il cordone ombelicale e lasciare soffrire la Grecia?
La Grecia sembra non essere una economia sostenibile in senso moderno, senza una infusione continua di capitali sovvenzionati.
Negli anni 1980 e 1990, il Paese ha beneficiato della sua unione alla comunità europea e del trasferimento di fondi da Bruxelles per sviluppare la sua economia. Nella prima parte degli anni 2000, avendo aderito all’euro, ha ottenuto un ulteriore vantaggio unitamente all’ afflusso di fondi relativamente a buon mercato.
Ora quell’epoca è finita ed è in dubbio che, anche senza alcun debito, la Grecia possa mantenere quella posizione. Forse l’unico modo che avrebbe per continuare a rimanere nella zona euro è che i tedeschi, direttamente o indirettamente, continuassero a sovvenzionarla. Ma allora dovrebbero farlo anche per il Portogallo, la Spagna, l’Irlanda e per l’Italia

Un’ uscita della Grecia causerebbe un default quasi immediato, e una crisi dei sistemi bancari in Europa che solo un EFSF riformato e allargato – modifica attualmente al voto nei parlamenti tutta la zona euro - contribuirebbe a salvare, a fronte della carenza diffusa di credito che deriverebbe da un uscita della Grecia e dal successivo panico di mercato.
La posta in gioco sembra essere troppo alta, anche perché permettere alla Grecia di uscire dall’unione significherebbe «rompere un tabù» europeo e spostare la pressione dai mercati verso altre economie.

La frammentazione dell’euro comporterebbe costi economici e soprattutto politici. L’influenza internazionale dell’Europa cesserebbe (così come lo stesso concetto di ’Europa’, inteso come un sistema politico integrato, diventerebbe privo di significato ). Non è poi da sottovalutare il fatto che in quasi nessuna moderna unione monetaria si è provocata una frattura senza una qualche forma di governo autoritario o militare, o una guerra civile.
La Germania inoltre - come altre potenze europee - vede l’Europa come il principale palcoscenico in cui esprimere le proprie ambizioni globali e i propri ideali, agendo in uno scenario mondiale. Una perdita simile ridurrebbe la capacità di iniziativa e influenza.

Infine, da un punto di vista tecnico- legale, sembra improbabile che i paesi possano effettivamente essere espulse dalla zona euro. Dovrebbero scegliere la secessione.
Se, forse, uno scenario di default non è imminente, il rischio di incidenti è in aumento poiché il contesto politico-sociale della Grecia rimane precario mentre il paese rischia di rimanere a corto di contanti e le misure di austerità salassano i contribuenti greci. Se alla Grecia fosse concessa la prossima tranche di aiuti, il governo potrebbe almeno essere in grado di finanziarsi fino a dicembre.
Poche certezze. Tanti timori. Scarsa fermezza da parte dei leader politici. I nervi degli investitori restano tesi in attesa di buone nuove.