Giornata della Memoria: frasi, citazioni e aforismi sull’Olocausto

Oggi 27 gennaio 2020 è la Giornata della Memoria: le frasi, le citazioni e gli aforismi dedicati all’Olocausto hanno permesso di ricordare, tra letteratura e testimonianze, la più brutta pagina della Storia contemporanea.

Giornata della Memoria: frasi, citazioni e aforismi sull'Olocausto

Frasi e citazioni dedicate alla Giornata della Memoria: il 27 gennaio è il giorno scelto per onorare il ricordo degli ebrei uccisi nell’Olocausto che ha portato lo sterminio di milioni di innocenti durante la Seconda Guerra Mondiale.

Il ricordo di questa tragedia storica non rivive solo durante il Giorno della Memoria, ma anche nelle innumerevoli frasi di scrittori e poeti e nelle testimonianze dei diari e dei documenti (il più celebre quello della piccola Anna Frank) e dei sopravvissuti a questa orribile pagina della storia dell’uomo.

Trovare la frase giusta e dedicare un pensiero particolare alla Giornata della Memoria 2020 richiede sensibilità e un tatto delicato per una tragedia di tale portata: abbiamo raccolto qui di seguito le frasi più belle, le citazioni più famose e gli aforismi dedicati alla tragedia dell’Olocausto, conosciuta anche con il nome ebraico di “Shoah”.

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Frasi Giorno della memoria: citazioni e aforismi sull’Olocausto

Se Dio esiste, dovrà chiedermi scusa.
(da una scritta ritrovata su muro di Auschwitz)

Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, non aveva nulla né di demoniaco né e né di mostruoso.
(Hannah Arendt)

La verità è tanto più difficile da sentire quanto più a lungo la si è taciuta.
(Anna Frank)

Ricordare è un dovere: essi non vogliono dimenticare, e soprattutto non vogliono che il mondo dimentichi, perché hanno capito che la loro esperienza non è stata priva di senso, e che i Lager non sono stati un incidente, un imprevisto della Storia.
(Primo Levi)

Il ricordo di un trauma, patito o inflitto, è esso stesso traumatico, perché richiamarlo duole o almeno disturba: chi è stato ferito tende a rimuovere il ricordo per non rinnovare il dolore; chi ha ferito ricaccia il ricordo nel profondo, per liberarsene, per alleggerire il suo senso di colpa.
(Primo Levi)

Sulle distese dove amore e pianto
marcirono e pietà, sotto la pioggia,
laggiù, batteva un no dentro di noi,
un no alla morte, morta ad Auschwitz,
per non ripetere, da quella buca
di cenere, la morte.

(Salvatore Quasimodo)

Auschwitz è patrimonio di tutti. Nessuno lo dimentichi, nessuno lo contesti. Auschwitz rimanga luogo di raccoglimento e di monito per le future generazioni.
(Marta Ascoli)

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

(Primo Levi, Shema, trad. “ascolta”, tratto da Se questo è un uomo)

La Shoah non è stata mica un incidente di percorso del fascismo. Ha i suoi prodromi nelle leggi razziali del ’38, che a loro volta affondano le radici nella marcia su Roma del ’22. È qui che comincia la tragedia. Un consenso fondato in gran parte sulla coercizione.
(Andrea Riccardi)

Pochi anni infatti ci separano dal più orribile crimine di massa che la storia moderna debba registrare: un crimine commesso non da una banda di fanatici, ma con freddo calcolo dal governo di una nazione potente. Il destino dei sopravvissuti alle persecuzioni tedesche testimonia fino a che punto sia decaduta la coscienza morale dell’umanità.
(Albert Einstein)

Meditare su quanto è avvenuto è un dovere di tutti. Tutti devono sapere, o ricordare, che Hitler e Mussolini, quando parlavano pubblicamente, venivano creduti, applauditi, ammirati, adorati come dèi.
(Primo Levi)

Si può legittimamente sostenere che l’Olocausto sia stato uno spartiacque della storia dell’umanità, la campana a morto dell’Illuminismo, la prova che la Civiltà occidentale non funziona. È come nei vecchi cartoni animati dei Looney Tunes, dove il protagonista supera di corsa l’orlo del burrone e continua a correre a mezz’aria. Ci vuole un po’ perché si accorga che non c’è più terreno su cui continuare a correre. Alla fine se ne rende conto e precipita al suolo con uno schianto. Allo stesso modo, la civiltà Occidentale è finita ad Auschwitz e noi non ce ne siamo resi conto.
(Art Spiegelman)

È un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo.
(Anna Frank)

Nella misura in cui l’Olocausto è giunto a definire la disumanità nel nostro tempo, esso ha dunque svolto una funzione fondamentalmente morale. La «moralità post-Olocausto» ha potuto svolgere questo ruolo, tuttavia, solo attraverso una forma sociologica: è diventata una metafora di collegamento che gruppi sociali di diverso potere e legittimità hanno utilizzato per definire logicamente come bene o come male gli eventi storici in corso. Ciò che l’Olocausto ha identificato come il male più profondo è l’impiego sistematico ed organizzato della violenza contro i membri di un gruppo collettivo stigmatizzato, sia esso definito secondo criteri primordiali o ideologici. Questa rappresentazione non solo ha identificato come male radicale i colpevoli e le loro azioni, ma ha interpretato come male anche i non-attori. Secondo i criteri della moralità post-Olocausto ad ogni individuo è ora richiesto, normativamente, lo sforzo di intervenire contro qualsiasi Olocausto, al di là di ogni considerazione di costi e conseguenze personali.
(Jeffrey Alexander)

È successo in Germania; ma le stesse cellule malate si trovano nel corpo di ogni nazione, pronte a entrare in attività.
(Charlie Chaplin)

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