Fmi: cancellare il debito? Si può con il Chicago Plan

Erika Di Dio

26 Novembre 2012 - 13:05

Fmi: cancellare il debito? Si può con il Chicago Plan

Qui a seguire la traduzione di un articolo dell’Ottobre scorso in cui vengono spiegati i punti chiave di uno studio fatto da due importanti economisti del Fondo Monetario Internazionale, Jaromir Benes e Michael Kumhof, secondo i quali sarebbe possibile cancellare il 100% del debito pubblico. Vediamo come.

Si potrebbe cancellare il 100% del debito del Pil, incoraggiare la crescita, stabilizzare i prezzi e detronizzare i banchieri tutto insieme. Potrebbe essere fatto in maniera pulita e indolore, per ordine legislativo, molto più rapidamente di quanto si possa pensare. Il gioco di prestigio è quello di sostituire il nostro sistema dove il denaro è creato da banche private, circa il 97% della disponibilità di denaro, con denaro creato dallo stato. Si ritorna alla norma storica, prima che il re Carlo II mettesse il controllo del denaro disponibile in mani private con l’Atto Inglese di Libero Conio del 1666. Nello specifico questo significherebbe un assalto alla “riserva frazionale”. Se i creditori sono costretti ad avere il 100% di riserve dietro ai depositi e ai prestiti, essi perdono il privilegio esorbitante di creare denaro dal nulla.
La nazione riacquista il controllo sovrano sulla fornitura di denaro. Non ci sarebbero più corse agli sportelli, e meno cicli creditizi di espansione/contrazione.

Lo studio dei due economisti

Alcuni lettori potranno aver già visto lo studio dell’FMI, di Jaromir Benes e Michael Kumhof, uscito nel mese di Agosto e che ha iniziato a acquisire un seguito di culto in tutto il mondo.
Intitolato “The Chicago Plan Revisited”, esso fa rivivere il primo schema proposto dai professori Henry Simons e Irving Fisher nel 1937 durante il fermento del pensiero creativo nell’ultimo periodo della Grande Depressione.
Irving Fisher pensava che i cicli di credito portassero ad una malsana concentrazione di ricchezza. Lo vide con i propri occhi all’inizio degli anni ’30 quando i creditori facevano fallire le fattorie e si appropriavano delle loro terre o le acquistavano per un tozzo di pane. Gli agricoltori alla fine trovarono il modo per difendersi: misero insieme quello che avevano e iniziarono a comprare reciprocamente le rispettive proprietà ad “aste da un dollaro” per quasi nulla. Chiunque avesse cercato di fare un’offerta più alta sarebbe stato pestato a morte.

I due economisti sostenevano che il trauma dovuto ai cicli di credito, causati dalla creazione di denaro privato, si rifacesse a tempi antichissimi e si trovasse alla base dei giubilei del debito presenti nelle religioni antiche della Mesopotamia e del Medio Oriente.

La storia insegna

Il leader ateniese Solone mise in pratica il primo noto Chicago Plan/New Deal nel 599 AC; il leader cancellò i debiti contratti verso gli oligarchi creditori, restituì le terre, fissò i prezzi delle materie prime e ristabilì la creazione pubblica di moneta esente da debito. 150 anni più tardi i Romani inviarono una delegazione per studiare le riforme di Solone e copiarono le idee, creando il proprio sistema.
Gli autori originari del Chicago Plan pensavano fosse possibile evitare il caos sociale causato da forti oscillazioni dei cicli e fare questo senza distruggere il dinamismo economico. L’effetto collaterale positivo della loro proposta sarebbe consistito in un passaggio da un debito ad un surplus pubblico, quasi per magia.

Il Chicago Plan

“Poiché sotto al Chicago Plan, le banche devono prendere in prestito fondi dal Tesoro per garantire le proprie posizioni a rischio, il governo acquisisce un’importante posizione nei confronti delle banche. La nostra analisi rivela che il governo rimane con un carico netto del debito molto alleggerito, di fatto negativo”. La chiave del Chicago Plan è quella di separare le “funzioni monetarie e di credito” del sistema bancario. La quantità di denaro e la quantità di credito diventeranno completamente indipendenti l’una dall’altra. Chi presterà non potrà più creare nuovi depositi dal nulla. Il nuovo credito bancario dovrà essere finanziato con gli utili.

“Il controllo della crescita del credito diventerà molto più semplice perché le banche non saranno più in grado, come lo sono oggi, di generare il proprio finanziamento, i propri depositi, un privilegio straordinario che non è goduto da nessun altro tipo di attività”, si legge nel documento dell’Fmi. “Piuttosto, le banche diventeranno quello che erroneamente si pensa che oggi già siano, puri intermediari che dipendono dall’ottenimento di finanziamenti esterni prima di poter essere in grado di dare in prestito”.

Per la prima volta la Federal Reserve americana avrebbe un reale controllo sulla disponibilità di denaro, il che renderebbe più facile la gestione dell’inflazione. Una modifica del genere darebbe una spinta del 10% alla produzione economica.
Negli anni ’30, Simons e Fisher navigavano alla cieca, non avendo i moderni strumenti necessari per macinare numeri, quindi oggi l’FMI ha rimediato usando il modello stocastico DSGE, un riferimento obbligato in alta finanza, amato e odiato in egual misura. Il risultato è sorprendente. Simons e Fisher hanno sottovalutato le proprie affermazioni; è forse possibile andare contro la plutocrazia bancaria senza mettere in pericolo l’economia.

Personalmente, sono ben lontano dal poter dare una conclusione in questo dibattito. Andiamo avanti, e continuiamo a discutere. Una cosa è certa: la City di Londra avrà grande difficoltà a mantenere i suoi guadagni se qualsiasi versione del Chicago Plan ottenesse un ampio sostegno.

Traduzione italiana a cura di Erika Di Dio. Fonte: The Telegraph