Fintech e donne: quanta strada c’è ancora da fare?

20 Gennaio 2022 - 09:59

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Donne e lavoro, donne e finanza: c’è ancora molta strada da fare in Italia sicuramente. Ne abbiamo parlato con Paola Trecarichi, General Manager - HiPay Italia, azienda che raccoglie al suo interno una importante presenza femminile.

C’è ancora molta strada da fare per le donne e il mondo del lavoro in generale, ma anche il mondo della finanza, in Italia. I dati dell’Eurostat confermano che le donne con figli sono le più penalizzate dal mondo del lavoro con il più alto tasso di disoccupazione. La classifica di Eurostat che fa riferimento al 2020 vede l’Italia ultima per donne con figli che lavorano, si tratta infatti del 57,3% laddove gli uomini sembrano trarre un vantaggio dalla prole in termini di occupazione.

Una tendenza che è riscontrabile anche in alcuni settori: le donne lavorano molto più in settori come la moda che la finanza, per esempio. Oltre al fatto che nella maggior parte dei casi, nelle aziende, rivestono ruoli legati all’amministrazione e alla segreteria e che hanno poco a che vedere con posizioni dirigenziali o manageriali.

Il PNRR potrebbe dare una grande svolta in questo senso perché l’obiettivo dell’Italia è quello di risalire di cinque posizioni, al momento si trova alla quattordicesima, nella classifica del Gender Equality Index. Di questo abbiamo parlato con Paola Trecarichi, General Manager - HiPay Italia, azienda fintech che raccoglie al suo interno una importante presenza femminile.

HiPay è un’azienda fintech con una cospicua presenza femminile, specie nei ruoli apicali: quanta strada c’è ancora da percorrere affinché questo non sia considerato un unicum?
In HiPay siamo all’incirca 250 persone, 256 per l’esattezza, visto che dobbiamo fare i calcoli di quante donne ci sono. Siamo 93 donne, quindi rappresentiamo il 38% e il fatto che nei ruoli apicali ci siano 14 donne significa che nei ruoli apicali c’è il 42% di donne, infatti tra Head of e C-level siamo a 33 persone. Diciamo che abbiamo anche un buon indice di paga equalitaria tra i due generi e di questo siamo molto orgogliosi, infatti nonostante sia un settore Fintech, che è prevalentemente maschile, la nostra azienda si sta distinguendo per portare più presenza femminile e ci stiamo riuscendo.

Ci sono anche molte donne madri quindi diciamo che c’è ottima accoglienza di persone che portano avanti anche la loro vita privata, quindi questo non è assolutamente discriminatorio. Credo che sicuramente c’è ancora molto da fare, in questo momento storico soprattutto, il fatto che ci sia bisogno di politiche che sensibilizzino questo problema dell’inserimento delle donne nel lavoro, e soprattutto nelle aziende un po’ più di ambito finanziario.

So che si sta facendo molto, soprattutto in ottica di pari opportunità. È fondamentale soprattutto, secondo me, per una ripresa a livello europeo al di là dell’Italia o del singolo Paese. Ci sono purtroppo tante forme di discriminazione verso le donne che hanno anche magari radici profonde non solo all’interno del mondo del lavoro, si parla spesso di discriminazione anche in contesto familiare e di formazione prima ancora di arrivare proprio al contesto lavorativo.

Mi stavo documentando in questi giorni e ho notato che ci sono anche tante donne che si laureano, quindi molte più donne laureate rispetto agli uomini, ma sono poche le donne iscritte nelle materie scientifiche, poche nella scienza e nella tecnologia. Questo anche in HiPay lo stiamo vedendo, perché ovviamente la parte di sviluppo e programmazione è ancora un mondo molto maschile ed è un peccato perché le materie scientifiche sono comunque molto richieste nel mondo del lavoro soprattutto nell’ambito finanziario.

E le donne poi, quando iniziano a lavorare, quindi quando concludono il loro percorso di studi sono - abbiamo visto e lo sappiamo bene - un po’ più penalizzate rispetto agli uomini. HiPay come azienda si sta impegnando molto, come dicevo prima, a non avere disparità salariale tra uomini e donne, ma nonostante ciò abbiamo notato, sia nel nostro settore, ma anche in Italia, che nelle posizioni apicali le donne sono un po’ poche ancora, c’è ancora disparità.

E in ultimo, quello che noto io sul territorio italiano parlando anche tra le mie conoscenze, è che la maternità, soprattutto, impedisce un avanzamento professionale. Sono poche le aziende che tutelano le donne madri e spesso si decide appunto di abbandonare il lavoro per proseguire nella vita familiare.

Dal vostro osservatorio privilegiato in quali settori c’è più presenza femminile e perché?

Noi come HiPay lavoriamo nel settore dell’eCommerce, principalmente, che abbraccia qualsiasi tipo di segmento commerciale, quindi noi lavoriamo con aziende di qualsiasi settore, dalla moda, all’elettronica, alla sanità, alla meccanica, all’automobilistico.

Dal nostro osservatorio che è in effetti abbastanza ampio, quindi possiamo lavorare e siamo in contatto con tantissimi settori devo dire che noto una maggioranza di presenza femminile nel mondo della moda, che è sempre stato un terreno molto fertile
soprattutto per attitudini di genere, soprattutto nell’abbigliamento nelle pelli, nelle calzature, ma nel tessile in generale, ci sono delle tradizioni e anche attitudini di genere femminile che trovano espressione in questo settore.

Devo dire che anche nell’e-commerce della moda troviamo tante donne che guidano le aziende e che guidano anche la parte di e-commerce che è soprattutto una parte più tecnologica, ma nonostante ciò si parla comunque di abbigliamento dove appunto le donne sono un po’ più affini. E guardando le aziende dal loro interno, nei ruoli, all’interno delle aziende con cui noi lavoriamo, le mansioni più adatte che vediamo maggiormente sfruttate dal genere femminile sono soprattutto l’amministrazione e la contabilità.

Quindi vediamo ancora poche figure femminili per quanto riguarda più la parte tech, quindi come dicevo prima è un po’ anche quello che notiamo noi in HiPay, nella parte di sviluppo, proprio intendo la programmazione, sono ancora poche le donne che fanno parte di questo settore.

Più in generale, tornando ai segmenti economici in cui lavora la nostra azienda c’è una buona presenza femminile anche nel settore della sanità e anche dei servizi, e dei servizi alla persona. Anche qui diciamo che c’è un’evoluzione un po’ storica, c’è una domanda di questo sostegno da parte delle donne sono anche le donne che si danno da fare per lavorare in questo settore.

Io spero che stia cambiando qualcosa nel senso che ho studiato un pochino anche il piano, il PNRR di cui tanto si parla in questo periodo, il nostro piano di ripresa nazionale, e ho letto con molto piacere, quindi speriamo poi venga messo in atto davvero, che ci sono delle priorità molto forti per quanto riguarda una sensibilizzazione su quello che sono le problematiche delle donne per portare delle parità nel lavoro, nel reddito, nelle competenze e anche nel potere, e l’Italia ha come obiettivo di risalire di cinque punti nella classifica del Gender Equality Index.

Ad oggi stiamo al 14° posto quindi salire almeno di cinque punti entro il 2026, mi pare sia l’anno, quindi è un ottimo target perché se si pensa soprattutto che il tasso di partecipazione delle donne in Italia in questo momento è del 53%, in Europa siamo al 67%, vuol dire che ci si deve impegnare molto per risalire questi cinque punti.

Soprattutto per quanto riguarda il mezzogiorno in Italia, ovviamente i problemi sono più accentuati al Sud. Le strategie anche del governo in questo periodo vedo che stanno tenendo conto anche del contesto demografico. Un altro problema in Italia, come dicevamo prima, è che le donne devono abbandonare magari il lavoro se decidono di dedicarsi alla maternità, ma in generale comunque l’Italia è un Paese con una bassa fecondità, infatti le politiche per incentivare il welfare femminile spingono molto anche con programmi come il Family Act, quindi si vuole arrivare, e spero davvero si arrivi, a non mettere in condizione le donne di dover scegliere tra maternità e carriera.

Quindi il fatto che anche il PNRR abbia al suo interno delle misure di potenziamento e di welfare, una più equa distribuzione degli impegni tra uomini e donne, non solo economici, ma anche legati alla genitorialità. Se si pensa che le donne possono prendersi dei periodi di maternità più lunghi rispetto agli uomini, questo già significa che l’uomo deve andare a lavorare e la donna no. Quindi già lì c’è abbastanza disparità.

Tornando alla domanda iniziale, sicuramente i settori femminili sono quelli magari della moda, della sanità, dei servizi sociali, ma più per affinità diciamo di genere. È un po’ un peccato e speriamo che con un piano di ripresa si inizino a vedere donne anche in settori prettamente più maschili, come può essere soprattutto quello del finance, quello finanziario e bancario, in generale in Italia.

Quanto c’è ancora da fare in termini di educazione finanziaria per le donne?

Dunque le donne, soprattutto in Italia perché appunto è il Paese che conosco maggiormente, penso che siano ancora poco interessate al discorso finanziario, anche all’interno della famiglia. Seguo direttamente io anche con molto interesse il piano educativo che ha lanciato Banca d’Italia, che è proprio pensato per le donne e si chiama «Donne e denaro» e leggendo anche l’idea con cui loro, appunto, è un’istituzione con cui la Banca d’Italia ha deciso di intraprendere questo percorso, sono molto d’accordo con le motivazioni che hanno portato al lancio di questo piano educativo e penso proprio che le donne spesso non ritengono proprio di essere all’altezza di occuparsi in famiglia di queste decisioni importanti nonostante poi siano molto sensibili ai temi del risparmio, quindi spesso entrano in gioco quando è il momento dell’operatività, quindi il risparmiare sul fare la spesa, ma non sono ancora in grado di intervenire davvero per quanto concerne le decisioni un po’ più strategiche, non hanno in mano il budget familiare.

Ma è un peccato, e l’educazione finanziaria potrebbe essere davvero una leva per le donne per essere più indipendenti e non ricadere a volte anche all’interno delle possibili violenze domestiche, se vogliamo metterla anche su quel piano.

Perché le donne, soprattutto quelle che vivono in situazioni di fragilità o di disagio se non hanno in mano il potere economico della loro famiglia, sono più soggette, anche all’interno della famiglia, a discriminazioni e a decisioni di potere prese da altre persone.

Infatti è diventato proprio essenziale sensibilizzare le donne sull’interesse a studiare la finanza anche di base, ma proprio per stimolare una loro attenzione nel prendere parte alle decisioni finanziarie più importanti all’interno della famiglia, innanzitutto. È ancora in mano all’uomo, questa è una prerogativa ancora maschile, ma soprattutto perché le donne hanno proprio una minore predisposizione a gestire la loro situazione economica.

Non costruiscono un budget, gestiscono tutto molto più sulla quotidianità che sul lungo termine. Su questo punto credo che ci sia anche una componente culturale. Innanzitutto qua parliamo di alfabetizzazione finanziaria ed è qualcosa che non si insegna molto nelle scuole a meno che non si prendano dei percorsi specifici. Però dall’altra parte c’è anche un po’ di mancanza di fiducia in sé stesse: le donne a volte non vogliono affrontare questi temi, lasciano l’argomento all’uomo proprio perché ritengono che sia lui il più adatto per la gestione anche all’interno dell’ambiente domestico di questi argomenti.

È sbagliato, e secondo me l’abbiamo anche un po’ visto durante il periodo della pandemia, che ci ha messo tutti di fronte a essere più digital a iniziare a comprare online. Ecco, anche l’acquisto online, che poi è il settore di cui mi occupo io principalmente, ha visto - almeno qualcosa di positivo l’ha fatto - grazie al Covid c’è stata una spinta al digitale e in questo senso anche una spinta nell’uso delle carte di pagamento.

La carte di credito tante donne magari non le hanno magari neanche in mano, usano quelle dei mariti ma il fatto di essersi trovati in una situazione in cui bisogna per forza uscire un po’ dalla zona di comfort che poteva essere l’acquisto nel negozio e l’inizio dell’acquisto online, iniziare ad avere a che fare con strumenti di pagamento digitali e propri, che sono già una parte più complessa della gestione del denaro familiare è diventato importante e il periodo di pandemia ha fatto un po’ da test anche per capire come utilizzare questi strumenti ma anche come essere più indipendenti a livello finanziario.

Tante persone si son trovate in periodo di cassa integrazione a doverci fare i conti con la capacità di procurarsi un «cuscinetto», per resistere ai momenti di difficoltà economica, anche durante quel periodo, e in quel caso, in quell’occasione, anche le donne ne hanno preso parte. Per le donne tutto quello che è successo durante la pandemia, ma quello che fa parte proprio dell’educazione finanziaria, è ancora più importante. Questo io attivamente, in prima persona, faccio educazione finanziaria appena ne ho l’occasione, cercando di partecipare più possibile a incontri universitari, a lezioni anche proprio per le donne, o banalmente anche in riunioni che faccio con i miei clienti cerco di dare il più possibile l’impronta tecnologica anche a dei discorsi che magari una volta erano prettamente operativi.

Cerco di far capire che cos’è che ci sta dietro, per dare un contributo piccolo a questo. Questo perché? Perché sicuramente serve colmare un gap e serve avere più conoscenza per emanciparsi. Quindi questo porterà poi, spero, a un vivere più serene e a valorizzare anche questa parte femminile all’interno della finanza delle famiglie.

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