E se il PIL non fosse più valido per misurare il benessere di una Nazione?

Alessandro Iacopini

09/07/2014

E’ questa la domanda che si sono posti il Wall Street Journal e il Financial Times, giungendo alla stessa conclusione: «Il Pil è un’ossessione che non conta nulla».

E se il PIL non fosse più valido per misurare il benessere di una Nazione?

Il Pil è diventato un’ossessione globale, ma, alla fine, non conta nulla: anzi è un dato del quale non bisogna fidarsi.

A dirlo non sono né un quotidiano anticapitalista né qualche politico anti sistema, ma bensì il Wall Street Journal e il Financial Times, due dei giornali finanziari più influenti del mondo. E se lo dicono loro, bisognerebbe iniziare a rifletterci su.

WSJ: L’Obamacare
L’analisi del WSJ prende le mosse dall’ultimo dato del PIL americano, quel meno 2,9% del primo trimestre del 2014 che taglierebbe le gambe a qualsiasi politico europeo.

Eppure, né la borsa americana né gli analisti si sono spaventati, anzi l’unica vittima è stata proprio l’affidabilità del Prodotto interno lordo come indicatore dello stato di salute di un’economia.

Certo, una caduta del Pil così consistente non si registrava dal 2009, ma ci sono degli elementi stagionali e climatici da tener in considerazione.

Ma non solo, perché tra i fattori che hanno frenato la crescita americana nel primo trimestre dell’anno, c’è l’ingresso a regime della riforma sanitaria di Barack Obama.

La prima conseguenza dell’entrata in vigore del nuovo sistema assicurativo è stata un calo delle tariffe sulle polizze sanitarie: quindi gli americani hanno speso di meno per avere un’assistenza medica dello stesso livello.

Può essere questo un elemento negativo dell’andamento economico?

Il Pil, in effetti, non spiega se stia migliorando la qualità delle cure mediche e quindi la salute, misura solo la spesa nominale. Quindi una sanità inefficiente e costosa fa bene alla crescita mentre una razionale e funzionale, fa soffrire, apparentemente, l’economia.

FT: Prostituzione e droghe
Sulla stessa linea del WSJ anche il britannico Financial Times, che rileva come siano falsate le revisioni alla contabilità nazionale che introducono nel calcolo della ricchezza anche le attività illecite e sommerse.

Lo stesso calcolo, tra l’altro, che a settembre di quest’anno verrà introdotto anche in Italia.

Con i nuovi calcoli, scrive il Financial Times, il Pil della Gran Bretagna ha registrato un improvviso +5% del prodotto nazionale.

Eppure queste revisioni contabili sono del tutto arbitrarie, un semplice trucco contabile che ha poco a che fare con la vita reale dei cittadini, dei lavoratori o delle imprese.

Lo Stato, in sostanza, dovrebbe occuparsi del benessere reale, non di aspetti ragionieristici che, per quanto importanti, dovrebbe essere considerati per quello che sono, cioè astrazioni numeriche non del tutto aderenti alla realtà.

E poi, conclude il Financial Times:

«Siamo proprio sicuri che l’inclusione della droga nel Pil sia un indicatore fedele del benessere nazionale?»

Un po’ si storia del Pil
Il calcolo del prodotto nazionale lordo è stato introdotto per la prima volta dall’economista americano di origine bielorussa Simon Kuznets negli anni Trenta su richiesta del Presidente Roosevelt.

L’amministrazione Roosevelt, alle prese con la Grande Depressione, aveva bisogno di una misura certa dello stato dell’economia americana, e non di valutazioni settoriali o ipotetiche come era stato fino a quel momento.

Nonostante le stesse riserve di Kuznets sulla validità del procedimento, in ogni caso, tra gli anni Quaranta e Cinquanta il calcolo del Pil si diffuse in tutto il mondo, decretandone, suo malgrado, il successo.

Eppure come scrive l’economista Diana Coyle, nel suo “Breve storia del Pil”:

“Liberiamoci dall’idea che la rilevazione del Pil sia come la misurazione del perimetro terrestre, un’operazione complessa ma scientificamente rigorosa: perché semplicemente non lo è ”.

C’è in effetti, un indicatore più completo del PIL, l’indice di sviluppo umano, elaborato per le Nazioni Unite dal premio Nobel per l’economia Amartya Sen.

L’ISU misura, ad esempio, la qualità della salute, dell’istruzione o la distribuzione della ricchezza, ma per adesso, non riesce a spodestare il Pil nel dibattito pubblico.

Secondo Sen la spiegazione di quest’attaccamento al Pil è una sola:

“Il Pil misura un tipo di crescita quantitativa che ha coinciso con l’arricchimento di minoranze privilegiate. L’indice dello sviluppo umano sposterebbe l’attenzione verso attività e settori che vanno a beneficio degli altri".